4 Novembre 2022

The Devil’s Hour su Prime Video: la mano di Steven Moffat su un gioiellino spaccacervello di Diego Castelli

The Devil’s Hour è un thriller-horror che potrebbe creare tanta frustrazione, ma anche una specie di gioia mistica

Pilot

Mi sveglio fresco e bello alle 6 del mattino a Santa Monica, con l’idea di sfruttare il fuso per essere produttivo con cose di lavoro, e mi trovo un messaggio del Villa che dice “ma per questa settimana non mi hai lasciato niente?”
Una persona con più pelo sullo stomaco di me avrebbe detto di no e gli avrebbe riso in faccia. Purtroppo, però, a me il pelo sullo stomaco manca completamente. Perciò, schiacciato dal senso di colpa e consapevole del fatto che in aereo mi ero visto tutti e sei gli episodi di The Devil’s Hour di Prime Video, ho detto al Villa “ti faccio The Devil’s Hour di Prime Video”.

Anche perché, care e cari serialminder, questo articolo non è un riempitivo “tanto per”, con la prima serie che passava di lì. The Devil’s Hour, creata da Tom Moran, prodotta dal buon Steven Moffat e interpretata fra gli altri da Peter Capaldi (ex Dottore proprio sotto la gestione Moffat di Doctor Who), è un ottimo thriller horror-fantasy, fra i migliori della stagione, tanto più meritevole perché capace di mettere in scena in modo convincente un concept non semplicissimo.

Fra l’altro, descrivere questo concept senza fare grossi spoiler (magari ne mettiamo qualcuno alla fine, ben segnalato) non sarà una passeggiata.

La protagonista è Lucy (Jessica Raine), un’assistente sociale con diversi problemi personali: ha un figlio di una decina d’anni affetto da una misteriosa forma di apatia che gli rende difficilissimo mostrare la benché minima emozione; è separata da poco dal padre del bambino, che non riesce a relazionarsi col giovane Isaac; è tormentata da strane visioni e sogni strani che sembrano ricordi; e in ultimo, per ricollegarsi al titolo, si sveglia ogni notte alla stessa ora, le 3:33, cioè “l’ora del diavolo” che dà il nome alla serie.

Il mistero si infittisce quando Lucy, per una serie di circostanze, si trova coinvolta in un’indagine per omicidio in cui un ruolo importante viene rivestito proprio dal personaggio di Capaldi, misterioso prigioniero custode di altrettanto misteriosi segreti.

Lo so, detta così è un po’ confusa, ma la serie, almeno all’inizio, punta proprio a spiazzare lo spettatore: la narrazione ci mostra Capaldi quasi subito (alla fine del primo episodio), e costruisce la vicenda di Lucy attraverso vari flashback concatenati e sfalsati fra loro, offrendo agli spettatori un puzzle da ricostruire per venire a capo delle molte domande che la storia ci sparge davanti fin dai primi minuti.

Proprio questa trama molto articolata potrebbe essere inizialmente ostica. The Devil’s Hour non è una serie leggera e lineare, e va affrontata con una certa attenzione.
Per addolcire la pillola, però, regia e sceneggiatura ricorrono alla suspense e all’horror. Nei primissimi episodi, a tenerci avvinti nonostante un po’ di smarrimento è una costruzione della tensione che funziona come un orologio, usando trucchetti non necessariamente originalissimi – certe visioni fantasmatiche, il ruolo inquietante del piccolo Isaac magistralmente interpretato da Benjamin Chivers, la frustrazione di Lucy che più la storia va avanti e meno ci capisce – ma dosati con grande precisione.

Nelle sue fasi iniziali, The Devil’s Hour ha i toni del classico thriller-horror, di quelli che ti fanno tenere pronto il cuscino da mettere davanti alla faccia, ma la sua componente investigativa riesce anche a promettere qualcosa di più, ci invita a non perdere la concentrazione perché dopo le emozioni più istintive e inquietanti, arriverà anche il momento di usare il cervello.

Il più grande merito di The Devil’s Hour arriva proprio qui. Se c’è una cosa su cui moltissimi thriller cadono, è il momento dello spiegazione dell’enigma, che spesso risulta molto meno potente e soddisfacente rispetto alla costruzione sospesa e misteriosa dei primi minuti o dei primi episodi.

Con The Devil’s Hour questo non succede, anzi.
La serie ha in mente un preciso concetto che vuole sviluppare, un’idea fantastica (nel senso di fantasy) che è semplice sulla carta, ma pone diverse sfide in termini visivi e soprattutto di scrittura. Vincere quelle sfide significa ottenere un prodotto complesso, stratificato ed effettivamente originale. Perderle vuol dire dare vita a un pastrocchio incomprensibile e frustrante.

Prima di passare a una breve sezione spoilerosa, non posso aggiungere di più, se non dirvi che effettivamente quelle sfide sono in larga parte vinte, e The Devil’s Hour (nella migliore tradizione Moffat, peraltro) ci lascia con la gustosa e straniante sensazione di aver visto qualcosa di troppo complesso per il nostro cervello, ma che in qualche modo siamo comunque riusciti ad afferrare, come se avessimo dato uno sguardo all’infinito, sopravvivendo per raccontarlo.

Non male, no?

DA QUI IN POI SPOILER

Tutta The Devil’s Hour gira intorno a un’unica idea, un “superpotere” del personaggio di Capaldi: partendo dalla teoria del multiverso, tale per cui ogni scelta compiuta da un essere umano genera almeno due diversi universi, e via così all’infinito, si postula che Gideon Shepherd (Capaldi) sia in grado di percepire, o meglio di “ricordare” i multiversi.

Con una coscienza capace di spaziare nel passato e nel futuro del multiverso, Gideon è fisicamente un singolo uomo con una singola vita, ma anche una persona che, nella sua mente, ha vissuto migliaia di vite, dall’inizio alla fine, e che nel concreto della sua unica vita reale è in grado di intervenire sul mondo per favorire la realizzazione di questa o quella realtà.
Per esempio, può decidere di uccidere un uomo innocente perché sa che proprio quell’uomo innocente diventerà presto colpevole di qualcosa di grave (sarebbe andato d’accordo col Tom Cruise di Minority Report).

Fin qui sembra un’idea già abbastanza ardita, ma tutto sommato comprensibile.
Il problema è che quando si approfondisce quell’idea, cominciano a spuntare dappertutto paradossi e incongruenze, che sono la vera sfida per la serie.
Per esempio, le azioni di Gideon hanno favorito la nascita di Isaac, che però in teoria, senza il dono soprannaturale e “contro natura” di Gideon, non sarebbe mai dovuto nascere. E questo è il motivo per cui il bambino non riesce a stare all’interno della sua realtà e continua a comunicare con realtà parallele e mondi alternativi. Come se si trovasse a metà, sul confine fra realtà diverse e auto-escludentesi.

The Devil’s Hour, però, riesce a tenere insieme tutto. Mentre si cerca di seguire una “normale” trama gialla, inframmezzata dagli spunti horror, cominciamo a cogliere sempre più dettagli di tutto quello che non torna, non riusciamo a far quadrare i conti con la sola logica realistica, e siamo quindi costretti ad abbandonarci al fantasy, che a quel punto diventa un sollievo per le nostre stanche menti.

L’ultimo episodio, di fatto, è un unico spiegone, ma uno spiegone che a quel punto viviamo come un’ancora di salvezza, e che soprattutto non rinuncia alla bella messa in scena, ma anzi rilancia: il tentativo di mostrarci la percezione frammentata di Gideon e, poi, anche di Lucy, è un sopraffino lavoro di montaggio in cui la ripetizione e l’accostamento di tutti i singoli, sfilacciati pezzi di narrazione non hanno tanto il compito di farci capire ogni singolo dettaglio, quanto di metterci di fronte con religioso timore alla maestosità del multiverso.

Lo stesso potere di Gideon, che non è quello di “viaggiare” nel tempo e nel multiverso, ma solo di percepirlo e ricordarlo, crea una vertiginosa distonia con quello che normalmente consideriamo il viaggio (appunto) fra le dimensioni parallele, rendendo difficile eppure molto affascinante cogliere l’esperienza dei protagonisti.

Non è che sia tutto perfetto: il finale appare leggermente consolatorio, e forse avrebbe avuto più senso spingere un altro po’ sull’inquietante e lasciarci con più amaro in bocca, ma anche con una sensazione di straniamento più forte.
Allo stesso tempo, proprio “l’ora del diavolo” è sembrata uno dei concetti meno sviluppati e in definitiva meno importanti per la storia in sé e per sé.

Questi piccoli dettagli, però, non bastano a rovinare l’esperienza di una serie che è davvero ottima per tutte le persone che amano le storie capaci di mandare in pappa il cervello.
In questo caso, in sei comodi episodi, il cervello si scioglie del tutto e poi dovete raccoglierlo col cucchiaino, felici e sorridenti.

Perché seguire The Devil’s Hour: non l’ha creata lui, ma c’è l’impronta di Steven Moffat in una serie tesa, misteriosa, intricata e deliziosamente spacca-cervello.
Perché mollare The Devil’s Hour: pur di raccontare la sua storia, la serie accetta il rischio che alla fine potreste avere la sensazione di non averci capito niente.



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