17 Dicembre 2010 5 commenti

Boardwalk Empire – Prima stagione archiviata di Diego Castelli

Le conferme (forse troppe) di un successo annunciato


ATTENZIONE: SI FA RIFERIMENTO AL FINALE DELLA PRIMA STAGIONE

Si è conclusa la prima stagione di Boardwalk Empire, l’ambiziosa serie di HBO ambientata ai tempi del proibizionismo.
Tempo fa il buon Villa ci aveva speso sopra parole importanti, subito dopo la visione del pilot: vi rimando alle sue prime impressioni per un recap sulla trama e i personaggi principali.

Al termine della prima stagione, anche dopo che Martin Scorsese ha mollato la regia per restare “solo” supervisore del progetto, rimane una netta impressione di altissima qualità. Una qualità prima di tutto tecnica, fatta di impeccabile ricostruzione scenografica e costumistica, direzione di livello cinematografico, straordinarie interpretazioni.

Rispetto alle prime battute, il mercato clandestino dell’alcool ha perso un po’ di centralità, affiancato da più alti intrighi politici e criminali, e dalle vicende private dei protagonisti. E qui, accanto alla perizia visiva, arriva la grande scrittura: impressionante la capacità di tenere insieme la gangster-story di ampio respiro – che include una miriade di nomi in parte realmente esistiti, da Al Capone a Lucky Luciano – e il racconto dei problemi, delle ossessioni e delle debolezze segrete dei singoli personaggi. Malgrado qualche momento di smarrimento (talvolta è difficile ricordarsi chi era chi, e chi era colpevole di cosa), Scorsese e i suoi lavorano con successo sul terreno preferito del regista di Quei bravi ragazzi e Gangs of New York: l’affresco di un’America inebriata dalle sue potenzialità ma minacciata dalla sua stessa mancanza di limiti (l’analisi della politica in Boardwalk Empire come metafora di quella odierna meriterebbe un post a sé stante e competenze che vanno ben oltre le mie).

Come già sottolineava il mio socio a suo tempo, il tema principale è la doppiezza, l’ambiguità, la polvere disgustosa sotto il tappeto scintillante.
E il fulcro di tutto è Enoch “Nucky” Thompson, personaggio di quelli che fanno svenire gli apprensivi genitori del Moige, straordinariamente complesso e parzialmente indecidibile: diavolo spietato dall’intelligenza sopraffina e dalla dialettica inarrivabile? Oppure povero cristo segnato da terribili tragedie, impegnato a seguire sogni di grandezza che non possono che passare dalla malavita? E’ la classica figura maledetta (anche se ben vestita e misurata) che nella vita vera dovresti detestare, ma che sullo schermo non puoi che amare alla follia: e qui arriverebbero quelli del Moige a dire che corrompe i bambini istigandoli al furto dei Gormiti.
L’ambiguità di Nucky si riflette in tutti gli altri personaggi: si pensi solo a Jimmy, braccio destro pronto a tutto, ma anche padre di famiglia alla ricerca di una inverosimile “normalità”. E cito anche due grandissime figure “secondarie”: l’agente del proibizionismo Nelson Van Alden, mosso da un incrollabile senso del dovere ma anche rovinato (nell’anima e nel corpo) da una fede che puzza di delirio mistico; e Richard Harrow, ex soldato sfigurato in volto, che a tratti sembra uno di quei gentili ritardati da cinefestival, e un minuto dopo si trasforma in sicario senza scrupoli.

E’ tutto così, questo telefilm: niente bianchi e neri, ma solo sfumature, in un storia giocata su precari equilibri, accordi sottobanco, lunghi sguardi silenziosi e parole non dette.
A dare senso (o forse non-senso) al tutto, arriva la canzoncina finale dell’ultimo episodio, l’allegra musichetta che accompagna un rapido montaggio atto a riannodare e chiudere i fili narrativi tessuti fino a quel momento. Mentre Nucky ricuce il fragile rapporto con Margareth – e mentre altrove vengono perpetrati gli omicidi necessari alla conservazione del suo potere – un cantante da cabaret parla di futilità della vita, di esseri umani che si ammazzano di lavoro e si affannano per anni, solo per finire al cimitero come tutti gli altri. E’ Nucky stesso a dirci che, pur essendo stato impegnato tutta la vita, i momenti più felici sono state le colazioni con Margareth e i bambini. Un momento di dolcezza, una ricerca di semplice serenità, traguardo inarrivabile per uomini che sembrano possedere tutto e solo ciò che non serve a essere felici.

Bello, bellissimo. Però… c’è un però.
Boardwalk Empire ha rispettato le nostre aspettative. Ma è riuscito a superarle? Ci ha “davvero” stupito? Forse no.
Siamo di fronte a un raro caso di “troppa qualità”: HBO ci ha abituato talmente bene, che ora pretendiamo di rimanere ogni volta di stucco.
Dannati esseri umani: per quanto ci diano, vogliamo sempre di più.
Boardwalk Empire non ha fatto rivoluzioni, e non credo ne farà in futuro. E non è solo una questione di trama: è proprio lo “stile HBO” a essere diventato molto, forse troppo riconoscibile, nella sua attenzione al sottotesto, nella particolare gestione del tempo del racconto, nella sua “pesantezza” (che non è “noia”, bensì rifiuto della facile strada dell’azione a tutti i costi). Ma uno stile così definito, bello o brutto che sia, rischia anche di tramutarsi in un freno all’innovazione e a nuove scoperte. Come se a HBO si fossero rilassati su un modello così luccicante da non farci vedere che è fin troppo simile a quelli precedenti.
Specie in un contesto in cui nuovi soggetti come AMC (Mad Men, Breaking Bad, The Walking Dead, Rubicon) o FX (The Shield, Sons of Anarchy) hanno alzato la manina facendo vedere che nel mondo delle serie-strafighe-per-gente-di-un-certo-livello ci sono anche loro.

Tutto questo non ci porta certo a sconsigliare la visione. Anzi, se Boardwalk dovesse vincere i tre Golden Globe a cui è candidata (serie drammatica, attore protagonista e attrice non protagonista), non ci sarebbe niente di male.
Il punto è che speravamo in un capolavoro totale, e abbiamo trovato una serie molto, molto bella.

La differenza è sottile, ma c’è.



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