23 Febbraio 2012 8 commenti

HBO sta uccidendo la televisione? di Marco Villa

Approfondimenti e provocazioni di livello alto-altissimo

Il 20 febbraio è uscito su AV Club un pezzo intitolato “I Soprano hanno fatto più male che bene? HBO e il declino degli episodi”. Leggete il titolo di questo post e capite che il discorso è pesantemente legato a quell’articolo.

Il motivo è semplice: quanto ha scritto su AV Club Ryan McGee affronta molto bene una cosa che mi gira in testa da un po’ di tempo. Ovvero: ma siamo sicuri che sia davvero il caso di continuare a idolatrare i prodotti di reti come HBO e AMC? Perché la sensazione che ho da parecchio tempo – e che ho disseminato qua e là in vari post – è che la rivoluzione di qualità portata anni fa da HBO sia diventata ormai canone e che questo passaggio abbia schiacciato il buono che quel cambiamento portava con sé.



Parto da AV Club. Nel pezzo si parla di come HBO, a partire dalla fine degli anni ’90, abbia creato un nuovo prototipo di serie televisiva. Una serie in cui le vicende orizzontali, che attraversano intere stagioni, sono l’unico elemento importante, a discapito delle narrazioni verticali, che caratterizzavano prima di allora tutte le serie e che, ancora adesso, sono uno dei pilastri dei telefilm in onda sulle reti generaliste. Si parla di The Sopranos e The Wire su tutti. Serie che hanno fatto epoca e che non si possono non definire dei capolavori: sono state delle rivoluzioni vere e proprie, il problema è arrivato dopo.

Ed è arrivato quando quegli esempi hanno prodotto una seconda generazione di serie, nelle quali l’idea originaria di cambiare la prospettiva seriale ha mangiato le serie stesse. Vittima sacrificale di questo cambiamento: gli episodi. Scrive McGee: «HBO non produce episodi in modo tradizionale. Piuttosto, manda in onda fette di dimensioni uguali di una storia globale, spalmandole su un numero predefinito di settimane. HBO non trasmette episodi televisivi, trasmette pezzi (il termine inglese è installment, normalmente riferito alle rate, NdR)».

I classici episodi prevedono una struttura quasi ferrea, in cui i casi di giornata (siano essi crimini, malattie o semplici interazioni tra persone) vengono introdotti, sviluppati e conclusi e nel loro divenire viene esplicitata la personalità dei singoli personaggi. Nelle serie modello HBO, invece, possono capitare episodi in cui non succede nulla, semplicemente perché, nell’economia generale della stagione, si è in un momento di stallo. Questa, però, non è più televisione: come sottolinea di nuovo McGee, questo è un romanzo, ovvero un prodotto in cui non ci sono inizi-sviluppi-conclusioni in poche pagine. Del resto, HBO lo aveva dichiarato a suo tempo, rendendo celebre il proprio motto: It’s not television, it’s HBO.

Torniamo a The Wire, bello, perfetto, capolavoro e siamo contenti. Poi però è arrivato Mad Men: tutto bello, tutto perfetto, capolavoro e siamo contenti. Poi è arrivato Breaking Bad, è arrivato Rubicon, è arrivato Treme, è arrivato Boardwalk Empire, è arrivato Hell on Wheels, è arrivato Game of Thrones. Ovviamente non li sto nominando tutti e altrettanto oviamente si tratta di cose di livello differente, di cui spesso abbiamo parlato un gran bene. Ma non conta, quello che conta è che, con queste serie, l’idea di rivoluzionare l’impianto della serie televisiva si è tradotto in qualcosa che non sempre ha (riesce ad avere) il fascino della diversità. A volte la faccenda si è risolta in qualcosa di terribilmente lezioso e lento. Qualcosa in cui le vicende si trascinano stancamente, per poi subire improvvise accelerazioni.

Ma quelle accelerazioni devono essere davvero fulminanti, perché altrimenti – senza lo scheletro dei singoli episodi – tenere in piedi una serie diventa davvero difficile. O hai un’idea geniale e spiazzante come quella di un professore frustrato che diventa spacciatore, o hai una sceneggiatura che ha già dimostrato di funzionare (magari in Danimarca, The Killing). Ma se non hai queste cose, tirare avanti è difficile. Lo ha dimostrato quest’anno Hell on Wheels, puntando troppo – se non tutto – su atmosfera e ambientazione. Lo ha dimostrato due anni fa Flash Forward, tentativo di unire l’esperimento irripetibile di Lost con la narrazione lunga delle televisioni via cavo. Scrive ancora McGee: «David Goyer, creatore di Flash Forward, affermava che lui e il suo staff avevano già costruito l’impalcatura delle prime cinque stagioni ancora prima che il pilot andasse in onda. Ma quello che Goyer & Co. si sono dimenticati di fare è stato costruire cinque personaggi a cui il pubblico potesse legarsi».

Perché alla fine il rischio è questo: dare troppa importanza alla storia generale, spinge verso la creazione di personaggi anaffettivi, incapaci non solo di svilupparsi, ma anche di fare emozionare il pubblico. Come Nucky Thompson di Boardwalk Empire, figura affascinante ma incapace di creare sentimenti di simpatia o di odio nello spettatore. Qui sta la profonda differenza tra questa serie e The Wire, altro titolo a suo modo irripetibile: una serie dai ritmi diversi, ma con un pugno di personaggi realmente epici. E non è un caso che si sia parlato di The Wire come della versione degli anni zero dei grandi romanzi dickensiani (toh, ritorna l’idea di romanzo). Piccola parentesi: nell’ultimo numero cartaceo di Studio, Francesco Pacifico scrive di come il modello di scrittura hollywoodiano, sbarcato in TV insieme ai grandi nomi degli ultimi anni, rischi di cambiare radicalmente il mondo seriale, appiattendo i personaggi su una semplicità da blockbuster, citando proprio Nucky Thompson come esempio di protagonista di cui si conosce già ogni piega del carattere al termine del primo episodio.

Qui a Serial Minds abbiamo sempre guardato un po’ storto i procedurali e abbiamo sempre sostenuto i prodotti orizzontali. E continueremo a farlo. Allo stesso tempo, però, non si può pensare di poter spingere all’infinito la tendenza anti-episodio. Da questo punto di vista, Alcatraz potrebbe rivelarsi la quadratura del cerchio: pur non essendo – finora – qualcosa di indimenticabile, negli episodi andati in onda è riuscito a bilanciare una logica televisiva classica e una logica televisiva da ventunesimo secolo.

Quello che però mi salta subito agli occhi è che la sola serie in grado di mischiare a livelli eccezionali le due componenti, peraltro a cavallo di quel 2000 spartiacque, è stata The West Wing. Anche per questo, le aspettative per Newsroom, la nuova serie di Aaron Sorkin, sono altissime. Se c’è una persona in grado di arginare i rischi della deriva romanzesca delle serie tv, beh, è proprio Sorkin.

 



CORRELATI