20 Aprile 2012 5 commenti

Girls – Biografia di una generazione in crisi di Chiara Minetti

Quattro ragazze, tanta realt

Girls è la nuova serie comedy di HBO e racconta la vita di quattro giovani donne a New York. Prima che qualcuno lo pensi, o lo legga en passant sul web in qualche breve e inesatto trafiletto, Girls non ha niente a che vedere con Sex and The City. I due show sono agli antipodi su più fronti, ad esempio l’appartenenza delle protagoniste a classi socio-economiche opposte nonché, non meno importante, a diverse generazioni.

Lena Dunham ha 25 anni e, prima di Girls, ha scritto, diretto e interpretato Tiny Forniture, film nel quale anticipa tutti i temi della serie. Intervistata da Craig Ferguson nel suo Late Late Show, Lena, oltre ad ammettere di non aver mai visto Star Wars, definisce il suo primo lavoro non come un documentario – nella pellicola lei, sua madre e sua sorella interpretano loro stesse – bensì come un film narrativo con molti elementi di vita reale dentro. Il più decisivo fra questi, nella serie, è la decisione da parte dei suoi genitori di negarle improvvisamente ogni tipo di aiuto economico.

Per capire la peculiarità, nonché l’importanza di Girls, soprattutto nel panorama della serialità HBO – spesso criticata per la linea editoriale eccessivamente maschilista – è utile analizzarla a partire dagli elementi che la distinguono da quella da cui prende le distanze:

Sex – Nel film, così come nella serie, Lena Dunham – che è acuta, ironica ma molto lontana fisicamente dal modello di ragazza avvenente a cui ci hanno abituato SATC o Gossip Girl – compare spesso nuda e in tutta la sua “normalità”: cellulite, acne e compagnia cantante. Si mostra non per compiacere il pubblico, ma perché è così che accade nell’intimità dei rapporti, nella vita reale appunto: ci si sveste e si fa sesso tragicamente, senza nascondersi o rendersi conto di quanto possa risultare squallido se visto dal di fuori. Non c’è pudore in Girls, bensì un senso di palpabile inadeguatezza.

And – Hanna non è l’unica protagonista della serie. Oltre a lei abbiamo Marnie, coinquilina e sua migliore amica, Jessa, inglese tornata da poco da un lungo viaggio, e Shoshanna. Quest’ultima, cresciuta a pane e Sex And The City, si serve in una scena proprio di questa serie per dichiarare il concept di Girls: non è possibile racchiudere l’universo femminile in quattro tipologie umane stereotipate. Jessa, ad esempio, è Carrie ma ha in sé anche un po’ di Samantha, di Charlotte e Miranda. La serie mette in scena ragazze più reali, impreparate a vivere la vita e in lotta per raggiungere l’indipendenza economica. Devono imparare cos’è il sesso e diventare adulte. Nient’altro quindi che donne in carne E ossa.

The City – Una delle cose che si colgono di New York se capita di starci più di una settimana, è che i ventenni non abitano a Manhattan. SATC ha dato a molte persone, soprattutto giovani donne, l’illusione che la vita a New York fosse meravigliosa, glamour e giocoforza patinata. Hanna, Marnie, Jessa e Shoshanna vivono a Greenpoint, un quartiere costola di Brooklyn tipico per la sua atmosfera old-school e abitato essenzialmente da hipster e persone che parlano le lingue più diverse. Non c’è niente di diverso rispetto a Roma o Milano. La NY di Girls è lo scenario del dramma di una generazione, la nostra, che deve affrontare problemi condivisi in gran parte del mondo occidentale: la svalutazione dei titoli accademici, il precariato, i lavori non retribuiti e l’amara realtà che se vuoi tirare avanti, anche con una laurea in tasca, devi accettare il compromesso di lavorare da McDonald’s.

Il pubblico americano, abituato a ben altre tematiche, forse non ha ben capito cosa aspettarsi dallo show: Girls ha interessato 400 mila spettatori, superiori alla media di rete ma ben lontano dai migliori successi HBO. Io ne consiglio caldamente la visione, semplicemente perché fa molto ridere e guardandolo vi sentirete meno soli e sfigati.

Perché guardarlo: perché ci sono pochissimi show che mostrano complicati e autentici personaggi femminili giovani.

Perché non guardarlo: perché odiate il cinema cosidetto “indie”.



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