14 Giugno 2011 2 commenti

24 – Per non dimenticare di Diego Castelli

Jack Bauer uno di noi!

Dalla nascita di Serial Minds, quasi un anno fa, non abbiamo mai parlato di 24. Abbiamo fatto qualche cenno, inserito qualche riferimento, ma non abbiamo mai discusso realmente della serie. Il motivo banale è che era già finita quando il blog ha cominciato a ingranare, ma fortunatamente abbiamo una bella sezione chiamata “salvati dall’oblio”, che serve proprio a questo: ricordarvi (e ricordarci) che oltre alle serie attualmente in onda ce ne sono tante, nel passato, che meritano almeno un ricordino.
E 24 se li merita tutti, ‘sti ricordini. Parliamo di un telefilm che a suo tempo si impose all’attenzione generale per una modalità di racconto particolarissima e apparentemente “impossibile”, e che negli anni ha saputo aggiungere altri motivi di interesse, anche molto diversi, e forse inizialmente non previsti.

Iniziamo con la tecnica narrativa. 24 era un racconto in tempo reale, con tanto di cronometro. 24 ore della vita del protagonista, un agente dell’ormai leggendario (e inventatissimo) CTU, l’unità anti-terroristica di Los Angeles. 24 ore, non un minuto di più, non un minuto di meno.
Ancora oggi è sorprendente la cura con cui gli autori, i registi e i montatori riuscivano a costruire un racconto che non poteva omettere praticamente nulla, perché nemmeno cinque minuti potevano essere saltati. E’ un vincolo strettissimo, se ci pensate, perché di solito non dobbiamo preoccuparci del tempo che i nostri personaggi passano a mangiare, dormire, spostarsi da un posto importante a un altro, lavorare, studiare, accoppiarsi tra di loro. Zip-zap, e via che ci teletrasportiamo dove e quando conta di più. In 24 questa libertà non c’era. Almeno, non così elevata, perché ovviamente non passavamo il tempo a fissare Jack Bauer al bagno, o intento a farsi un’infilata di semafori. La sceneggiatura giocava su più livelli e spazi d’azione, così che mentre un personaggio andava da un punto all’altro della città (mettiamo, 15 minuti in auto), allo spettatore era permesso vedere qualcos’altro (gli intrighi nella Casa Bianca, la preparazione dei terroristi prima del prossimo attacco ecc), giusto per evitare che si annoiasse. Una delle cose curiose di 24, a ripensarci, è che in effetti non è mai capitato che i 10-12 personaggi principali si trovassero contemporaneamente a fare un cazzo. Ma d’altronde erano sempre momenti di crisi…



La necessità di considerare tutto ciò che avviene “dentro” quelle 24 ore – con continui spostamenti del punto di vista, l’uso di multifinestre, la precisa scansione delle scene per far sì che i 40 minuti dell’episodio sembrassero 60 (bisognava aggiungere la pubblicità!) – non deve farci dimenticare che fortissime limitazioni erano applicate anche a ciò che accadeva “fuori”.
Anzi, non dovremmo nemmeno parlare di limitazioni. Semplicemente, quello che accadeva prima o dopo quelle 24 ore era invisibile. Per noi appassionati di serie questa cosa è potenzialmente devastante. Noi basiamo gran parte del nostro amore per i telefilm sui cliffhanger, sulle promesse fatte tra una stagione e l’altra, sul “ci rivediamo l’anno prossimo”, che di solito contempla un “vi faremo vedere quello che succede mentre non ci siamo, e comunque avrete tutti i dettagli delle conseguenze”.
24
non rinunciava certo ai cliffangher, ma doveva gestirli in modo diverso. Prendiamo il finale della prima stagione: Jack insegue i rapitori della moglie e della figlia. Sfiga vuole che alla fine a salvarsi sia solo la ragazza, mentre Terri, la moglie, viene uccisa pochi istanti prima della fine. Una conclusione potente e del tutto inaspettata, che in un qualunque altro telefilm avrebbe imposto precise scelte al momento del primo episodio della stagione successiva: immagini del funerale, diapositive sparse del tempo che passa, e via dicendo. In 24 no. La seconda stagione si apriva alcuni mesi dopo il fattaccio, e non poteva mostrarci nulla di ciò che era successo in mezzo. Erano cominciate altre “24 ore”, e non si poteva sgarrare. Niente flashback, niente pensieri, niente sogni. Tutto ciò che ci eravamo persi andava desunto da dialoghi e altri dettagli, ma sempre dentro quella maledetta gabbia giornaliera. Un meccanismo, questo, che aggiungeva ulteriore pressione (quasi nel senso fisico del termine) a una storia già di per sé potentemente adranalinica e compressa.
Il tempo passato tra una stagione e l’altra era importante, ma noi spettatori potevamo conoscerlo solo indirettamente, come se guardassimo l’esterno da dentro una stretta e opaca palla di vetro.
E ancora una volta è necessario applaudire gli sceneggiatori, che in tre stagioni crearono un perfetto arco narrativo e psicologico, fino alla morte dell’assassina di Terri, facendoci vivere in pieno l’angoscia di Jack e la rabbia nei confronti di una stronza che una volta credeva amica. Tutto questo raccontando, orologio alla mano, solo 72 ore della vita di queste persone. Meraviglioso.

Ovvio che di fronte a tanta roba, di fronte al geniale stiramento e schiacciamento e attorcigliamento delle regole che ogni serialminder conosce più o meno consapevolmente, si passava volentieri sopra le ovvie leggerezze. Perché ad esempio nella prima stagione gli autori si premurarono di far mangiare il protagonista, di mostrare il suo affaticamento con l’avanzare delle ore, e via dicendo, mentre negli anni successivi Jack non mangia mai, non ha mai sonno, non ha mai sete. Soprattutto, subisce atroci ferite che un uomo normale assorbirebbe in tre mesi di riposo e cinque di fisioterapia, mentre il buon Bauer dopo venti minuti al massimo si strappa le bende e corre dietro ai cattivi. D’altronde non è che puoi avere un eroe moribondo per mezza stagione.
Stesso problema per certo uso della tecnologia (ok i computer, ma qui si faceva davvero tutto troppo in fretta), e per la questione delle distanze. Delle due, l’una: o i terroristi, i poliziotti, i politici e i giornalisti vivevano e operavano tutti nel centro città, oppure Los Angeles è grande come Binzago, frazione di Cesano Maderno: mai più di venti minuti per arrivare da un posto all’altro.

La grande novità di 24 era dunque prima di tutto “discorsiva”. Più che il cosa veniva raccontato, importava il come. Questo fece scrivere decine di articoli, libri e tesi di laurea. Ma non fu tutto. Dopo otto anni, 24 riuscì ad andare oltre la sua principale caratteristica, e a farsi amare anche per qualcos’altro. E questo altri non è che Jack Bauer. Kiefer Sutherland ha dato vita a un personaggio che, nel bene e nel male, è stato tra i protagonisti assoluti del mondo seriale degli anni Duemila. Dico “nel bene e nel male” perché non sono mancati i detrattori. Per anni 24 è stato considerato un telefilm “di destra”, una serie dove i musulmani erano cattivi e la tortura consentita e anzi consigliata in molti casi. Questo era in parte vero, soprattutto all’inizio, ma neanche troppo. Perché la grande capacità di 24 è stata quella di creare situazioni realmente al limite, scenari così profondamente difficili per i personaggi, da imporre riflessioni che andavano oltre il semplice machismo nordamericano. Dietro la patina di azione e sparatorie, 24 ha sempre posto grandi questioni etiche, lavorando sul rapporto tra giusto e sbagliato, costruendo emergenze così forti che i più basilari valori umani erano messi necessariamente in discussione. Senza contare, peraltro, che la maggior parte dei veri cattivi della serie erano americani traditori, accecati dalla sere di potere o da folli propositi dal sapore fascista.

In tutto questo, dicevamo, Jack Bauer. Al di là delle finezze stilistiche e dei dilemmi etici, c’era lui, un uomo dai saldissimi principi, dal patriottismo incrollabile, pronto a qualunque cosa (qualunque cosa) per difendere ciò in cui credeva. Un eroe totale, ma allo stesso tempo tragico, perché perennemente costretto a sacrificare la sua umanità in nome del bene più grande. In otto anni Jack ha perso quasi tutto: il lavoro, la famiglia, la libertà, il rispetto di quelle stesse persone a cui aveva salvato la vita. L’hanno ferito, accusato, umiliato, tradito (tranne la mitica Chloe). Rari i momenti di serenità, rarissimi i sorrisi. Una vita di merda, diciamolo, ma una vita realmente eroica. Una figura che potrebbe risultare irritante, ma che è in fondo così triste e dolorosa da non lasciare altri sentimenti che non siano la stima e l’affetto incondizionato. Una creatura costantemente punita, nel fisico e nello spirito, che espiava i peccati prima ancora di commetterli: e allora vai Jack, rompi le regole, tortura, uccidi, spezza i tuoi nemici. Perché tu puoi, perché a te, e solo a te, lo permettiamo.
E allora, a un certo punto, non ce n’è più fregato niente delle 24 ore di fila e delle multifinestre. Alla fine di tutto, volevamo vedere solo te, in missione suicida contro un mondo di cattivi, che alla fine avresti comunque sconfitto, patendo le pene dell’inferno. Probabilmente, se avessi potuto parlare, ci avresti mandato tutti affanculo, ma noi ti avremmo amato lo stesso.

Sabato scorso, su Rete 4, è partita l’ottava stagione, in prima visione sui canali free. Probabilmente in mostruoso ritardo per i fan più accaniti, che scaricano e Skyizzano come matti. Ma è l’ultima volta che 24 va in onda con la scritta “prima tv”.

Lacrimuccia e un po’ di magone in attesa degli annunciati film, per i quali non so se provare vibrante trepidazione, o struggente nostalgia telefilmica.



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