19 Gennaio 2012 3 commenti

The Finder – Il finto spin-off di Bones non convince di Marco Villa

Ma no, ma forse

Avete presente il “ma no, ma forse”? Quella sensazione che di primo acchito vi fa allargare le braccia sconsolati, ma che poi vi fa anche riavvicinare le braccia al corpo e vi fa inclinare la testa con un po’ di interesse. Un misto di totale rigetto e poi di immediata rivalutazione. La reazione di fronte The Finder è un po’ questa, perché per tante cose è davvero prescindibile, per non dire del tutto inutile, ma poi ha alcune chicche che fanno pensare che forse non tutto è perduto.

The Finder, esordio con brutti ascolti il 12 gennaio su Fox, viene venduto come spin-off di Bones, ma è una palla. Non c’è nessun personaggio passato da una serie all’altra. Semplicemente, The Finder è stato presentato in una puntata di Bones in cui erano presenti entrambi i cast. Lo chiamano backdoor pilot. Per i comuni mortali, invece, è solo marketing e strategia di comunicazione.

Perché in The Finder non c’è davvero nulla di Bones, né a livello di personaggi, né di scrittura, né di clima. Anzi: se nel procedurale con la meno famosa delle sorelle Deschanel c’è un’impostazione che arriva dritta dai vari CSI, con una certa importanza data al metodo scientifico e un generale positivismo di fondo, in The Finder c’è tanta cialtroneria. Piacevole, ma pur sempre cialtroneria.

Protagonista è Walter Sherman, ex soldato che, in seguito a un incidente, abbandona l’esercito e si mette a cazzeggiare come gestore di un bar. Cazzeggiare perché in realtà passa il suo tempo a fare il trovatore di persone, grazie a intuizioni degne di un Poirot senza baffi e non effeminato e anche a una certa dose di “mi collego con il mondo e lo scomparso”, che fa tanto Mentalist e quelle robe lì che non guarderei nemmeno sotto tortura.

Tornando all’inizio, la componente “ma no” è presto spiegata: serie scritta con il manuale della serie procedurale, spiegoni qua e là, caso di giornata medio e – mi spingo a una previsione – mai particolarmente emozionante. In più, personaggi costruiti per essere a tutti i costi diversi e strambi. C’è il protagonista, certo, ma anche il gigante nero che gli fa da aiuto e che è Michael Clarke Duncan, noto ai più come “quello del Miglio Verde”, sorta di grande saggio placido e sempre illuminante. Soprattutto, però, ad essere strani e oltre il realismo sono i luoghi. In primis il già citato bar dove lavora Walter, un posto a metà tra un locale che sarebbe potuto essere in Baywatch e il Merlotte’s di True Blood. Ancora peggio ciò che sta intorno, una sorta di carovana hippie con roulotte, abitata da figure che definire improbabili è poco. A completare il “ma no” è un’atmosfera da volemose bene che manda tutto in caciara, togliendo ogni tipo di tensione alle indagini e ogni parvenza di credibilità alla serie (ricordiamoci sempre che è presentata come lo spin-off di Bones), al punto da spingere The Finder verso la catalogazione come dramedy, ibrido che non è (e non sa essere) né drama, né comedy.

Proprio questo aspetto è anche fonte del “ma forse”. In più punti, infatti, questa atmosfera stemperata diventa quasi surreale e si tratta dei momenti migliori del pilot. Per fare un esempio: la figura della narcotrafficante cattivissima (interpretata da Jaime Murray, Lila della seconda stagione di Dexter), criminale per nulla credibile, nonostante una carriera fatta di omicidi di innocenti (di nuovo: credibilità, dove sei?), è dotata di una schiera di scagnozzi vestiti tutti uguali, con tute da ginnastica arancioni. Un elemento che starebbe bene in un film di Wes Anderson e fa intuire che, in fondo, un po’ di volontà di fare qualcosa di diverso ci sarebbe anche. Troppo poco però, giusto un elemento in grado di dare un po’ di follia all’insieme e a non spingere alla stroncatura feroce, ma certo non sufficiente a far decidere di continuare con la visione delle puntate successive.

Perché seguirlo: perché è tranquillità assoluta, garanzia di qualche sorrisetto e una punta di surreale che fa sempre piacere

Perché mollarlo: perché nel pilot non riesce a esprimere una identità precisa e nel complesso sembra qualcosa di davvero informe e poco credibile, sia come drama che come comedy



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