1 Marzo 2012

Comic Book Men – Kevin Smith, i fumetti e i super nerd di Marco Villa

Si sconsiglia la visione a un pubblico troppo poco nerd


Non è una serie come tutte le altre, quella di oggi. Finora ci siamo occupati di telefilm di ogni tipo: dai crime ai fantasy, passando per il genere più temuto, ovvero i telefilm brutti. Mai, però, di una serie unscripted, in cui non ci fosse una trama e un copione di ferro. Ebbene, oggi Serial Minds, può dire di aver abbattuto anche questa barriera. Ok, adesso basta con la macchina del fumo, l’intro c’è.

Oggi si parla di Comic Book Men: docufiction dedicata a un pugno di uomini di mezza età che gravitano intorno a un negozio di fumetti. I motivi per cui ci occupiamo su Serial Minds di questa serie sono due. Il primo è che va in onda su AMC e questo non può lasciare indifferenti. Il secondo è che il negozio di fumetti in questione è di Kevin Smith (sì, quello di Clerks) e che Smith è anche il capoccia della serie.



Iniziamo con il mettere un po’ di paletti e parametri: Comic Book Men è la cosa più nerd che abbia mai visto. Avete presente le scene di The Big Bang Theory dentro il negozio di fumetti? Ecco, quella roba lì, ma con l’angosciante plus che qui non ci sono attori, ma persone vere. Persone vere sui quarant’anni, piuttosto corpulente, che vanno quasi in lacrime di fronte all’action figure dell’Uomo da sei miloni di dollari.

Il pilot è diviso in tre parti. La prima si tiene in uno studio radiofonico, dove Kevin Smith e gli altri quattro ubernerd protagonisti parlano di fumetti e cinema, facendo da collante e introduzione alle altre due parti che compongono la puntata. La seconda di queste è ambientata nel negozio e vede una sfilata di freak, che vengono a proporre pezzi rari ai responsabili del negozio. Segue valutazione minuziosissima dell’oggetto in questione ed eventuale contrattazione sul prezzo dovrebbe essere colma di suspense, ma non lo è. La terza parte è quella che potremmo definite l’esterna ed è una vera e propria missione, nel senso videoludico del termine. In questo episodio, tre dei nerd sono incaricati di andare a piazzare una serie di prodotti invenduti a un mercatino delle pulci, con annessa sfida a chi guadagna di più.

Questa è la parte bonus della puntata, in cui si concede allo spettatore una vicenda che, per quanto piccola, ha un inizio e una fine. Il resto, invece, è pura chiacchiera, che può destare interesse vero solo in chi si identifica con la tipologia di persone sullo schermo, che potrebbero passare ore discettando di quale sia la supereroina più sexy e snocciolando mille dati e nozioni riguardo ogni singolo fumetto. Se non appartenete a questa categoria e non vi interessa provare a fare un’osservazione para-antropologica di questo mondo – come è capitato a me, che ho colto tipo l’1% dei riferimenti –  tenetevi alla larga da questa serie.

Se invece vorrete avvicinarvi, vi accorgerete in un istante che quell’unscripted usato in apertura non significa documentario. Le parti in negozio e studio sono scalettate al millimetro e chiaramente figlie di una logica da show televisivo tra il talk e il reality light stile Mtv. Ed è giusto che sia così, perché – dai – la vera vita di un venditore di fumetti, anche no.

Perché seguirlo: per cambiare aria rispetto alle serie vere e proprie e per motivi antropologici

Perché mollarlo: perchè dà un nuovo senso a concetti quali “nicchia” e “subcultura”

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