11 Febbraio 2014 7 commenti

Klondike – La serie tv sui cercatori d’oro con l’interprete di Robb Stark di Marco Villa

Tra i produttori Ridley Scott, tra gli attori Richard Madden: ecco Klondike

Copertina, Pilot

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Non se anche per voi è così, ma la parola Klondike mi fa venire in mente subito una sola cosa: Zio Paperone che diventa ricco ai tempi della corsa all’oro. Al di là di questo, però, il Klondike è da sempre sinonimo di grandi storie di avventura, versione se possibile ancora più estrema del West comunemente inteso, normalmente ambientato ben più a Sud, tra Texas e Arizona. Perché qui siamo al Nord, il Nord quello vero, tra l’Alaska e il Canada più nevoso e il fattore climatico aggiunge un carico di epica mica da poco.

Ma andiamo con calma. Klondike è una miniserie in tre parti andata in onda a gennaio su Discovery, coprodotta da Ridley Scott. È la storia di due freschi laureati che prendono armi e bagagli e decidono di mollare tutto per andare a cercare fortuna. Siamo negli ultimi anni del XIX secolo e in quel momento, negli Stati Uniti, il modo più rapido per fare soldi è trovare una miniera d’oro. In senso letterale eh. Così Bill Haskell e Byron Epstein si ritrovano a scalare montagne innevate, affrontare valanghe, allontanare truffatori. Unico obiettivo: raggiungere Dawson City, città che si trova all’incrocio dei fiumi Yukon e Klondike. Dawson City è la versione nordica della Deadwood raccontata dall’omonima serie di HBO, abitata da individui senza nessun interesse per l’altro e che vogliono solo diventare ricchi. Non tutti possono farcela e chiunque diventa un nemico.

Klondike serie tv

Storia e ambientazione sono ricche di fascino e questo fattore diventa ancora più pesante se si considera che molti dei personaggi sono realmente esistiti (la serie è tratta dal libro Gold Diggers di Charlotte Gray). Sul versante attori, la faccenda funziona bene: il protagonista è interpretato da Richard Madden, ovvero il Robb Stark di Game of Thrones, tra i comprimari spiccano Tim Roth nel ruolo di un imprenditore e Sam Shepard in quello dell’unico prete di Dawson City.

Tutto che funziona? Ecco, no. Se la vicenda garantisce una base solida da cui partire, compito degli sceneggiatori sarebbe trovare modi e toni per raccontarla al meglio. La sensazione, invece, è che gli autori di Klondike abbiano deciso di campare di rendita: i dialoghi sono spenti e spesso didascalici, gli eventi hanno luogo per accumulo e senza un’apparente costruzione drammatica e alcuni personaggi sono costruiti veramente con l’accetta. È il caso di Jack London, futuro autore di libri come Martin Eden, Zanna Bianca e Il richiamo del foresta. London incrocia i due protagonisti nel saloon di Dawson City e come prima frase cosa dice? Una roba tipo “Guardate queste persone, sono tutte dei romanzi viventi”. Capito? Il romanziere che dice che ogni storia è un romanzo. Che caratterizzazione deligata. E ancora: la frasetta motivazionale che i due si ripetono almeno tre/quattro volte solo nella prima metà del pilot.

Altro elemento di ingenuità è il modo in cui i due protagonisti di Klondike incontrano gli altri personaggi: detto di London, valga per tutti il primo dialogo tra Bill e la ricchissima Belinda Mulrooney. Lei gli si avvicina al bancone del saloon, gli dice che si guadagna di più con il legname che con l’oro e se ne va. Così, dal nulla e verso il nulla, solo per introdurla. Ingenuità di scrittura che non affondano la serie, ma che è impossibile non notare, soprattutto se paragonati a quella roba potentissima che era Deadwood.

klondike Discovery Channel

Klondike non è una brutta serie e la sua durata (tre episodi da 90 minuti l’uno) spinge verso la visione, ma va detto chiaro e tondo: non è un capolavoro di scrittura. Siamo in fondo dalle parti di Vikings (prima stagione iniziata e finita malissimo, ma con in mezzo un po’ di puntate interessanti), ovvero di serie tv che hanno dalla loro argomenti potentissimi, ma che non riescono a diventare grandi, forse in parte anche per la scarsa familiarità con il prodotto seriale da parte del network che le trasmette.

Perché seguirla: per la storia e l’ambientazione, con il surplus di alcuni personaggi realmente esistiti

Perché mollarlo: perché è attraversata da enormi ingenuità di scrittura e non è all’altezza delle grandi serie tv a cui siamo ormai abituati



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