6 Marzo 2013 161 commenti

Vikings – La serie sui vichinghi è una palla di Marco Villa

Che delusione questi vichinghi

Ho scoperto ieri dell’esistenza di Vikings e – il mio socio può confermare – ho passato tutto il pomeriggio a esultare al grido di “figa, I VICHINGHI!”. Perché dai, i vichinghi sono fighissimi. Dopo cena, invece, mi guardo il pilot e la delusione è grossa.

Vikings è una serie prodotta e trasmessa da History e parla, appunto, di vichinghi. Ci tengo a sottolinearlo perché all’inizio pensavo fosse un titolo a effetto per una serie dedicata a tutt’altro. Per dire, anni fa, quando sentii parlare per la prima volta di Sons of Anarchy credevo fosse una serie in costume su Sante Caserio e Gaetano Bresci. Poi va benissimo che sia su dei motociclisti tamarri eh, intendiamoci. Comunque Vikings segue la storia del vichingo Ragnar (personaggio realmente esistito), della sua famiglia (il figlio Bjorn, la moglie Lagertha, il fratello Rollo… Che figata questi nomi) e del suo sogno di prendere una nave e dirigersi verso Ovest, verso le terre che, 700 anni dopo, Cristoforo Colombo scoprirà ufficialmente verso l’Inghilterra. Spoiler: i vichinghi ci arrivarono prima. E ci arrivarono prima perché sono dei fighi totali. Le navi snelle e con i mostri sulla polena, le asce rotanti, la mitologia, la durezza. Tutta roba fighissima.

Ecco, a fronte di tutto questo ben di dio l’amico autore Michael Hirst (già al lavoro su The Tudors e The Borgias) ha creato una serie piattissima e senza fascino, incapace di far provare la minima emozione nel corso del suo pilot. Si inizia con una scena di battaglia che promette bene, ma si tratta dell’unico momento di azione della puntata, peraltro subito seguito da un passaggio di raro imbarazzo in cui i corpi dei guerrieri caduti ascendono al Valhalla, il paradiso vichingo, con effetti grafici che nemmeno le dissolvenze dei filmini amatoriali di vostro zio nel 1991. Il problema di base è che Vikings è scritto male e tende a essere estremamente didattico. C’è una scena in cui vengono processati due vichinghi in cui manca solo che escano Alberto e Piero Angela in combo, da quanto viene approfondito il codice di leggi vichingo. Stessa cosa quando il costruttore di barche (un dissociato che si muove e si comporta a metà tra un elfo di Shakespeare e Rain Man) spiega con raro nerdismo come ha costruito la sua imbarcazione. Ultima menzione per il dialogo di bassissima qualità autoriale che coinvolge moglie e fratello del protagonista, nel finale dell’episodio.

Volendo poi passare a un altro livello, Vikings fa l’errore di volersi richiamare a serie della madonna. La battaglia iniziale e altre situazioni sono quelle di un Game of Thrones dei poveri, mentre la scelta di un protagonista clone di Jax Teller di Sons of Anarchy apre paragoni inconsci a ogni inquadratura. Al momento l’unico personaggio che funziona è quello del conte mafiosetto interpretato da Gabriel Byrne, che rimane in ambito televisivo dopo aver girato Secret State. Certo, ambientazione e storia sono interessanti. Peccato che, senza carisma e forza narrativa, questi vichinghi sembrino un branco di hipster barbuti che decide di navigare verso Ovest solo perché l’Est è diventato troppo mainstream.

Non la pensano così gli spettatori americani, che hanno premiato il pilot di Vikings dandogli il premio di migliore debutto cable dell’anno. Secondo successo, quindi, per History, dopo l’inatteso botto ottenuto da Hatfield & McCoys. In quel caso, però, il livello era ben altro.

Perché seguirlo: perché i vichinghi sono i vichinghi e perché la storia di fondo è interessante.

Perché mollarlo: perché ha una scrittura piattissima e personaggi inesistenti.

[PENSI CHE QUESTA RECENSIONE FACCIA SCHIFO E CHE NON ABBIAMO CAPITO NULLA?
ECCO, LEGGI QUI]

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