12 Settembre 2014 85 commenti

The Leftovers Season Finale: sì, è ufficialmente una gran serie tv di Diego Castelli

La serie di HBO ha molto diviso il pubblico, ma a Serial Minds siamo uniti: è una figata.

Copertina, On Air

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ATTENZIONE! SPOILER SUL SEASON FINALE DI THE LEFTOVERS!
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Vuoi perché è HBO, vuoi perché il creatore è Damon Lindelof di Lost, vuoi per questo, vuoi per quello, The Leftovers è finita con l’essere una delle serie più chiacchierate dell’estate, nonché una di quelle che più ha saputo (voluto, dovuto) dividere il pubblico.
Non serve neanche uscire da Serial Minds, basta leggere i vostri commenti sotto la recensione del pilot scritta dal Villa: ci sono gli entusiasti, ci sono i preoccupati (che non sapevano bene come interpretare le sensazioni istintive lasciate dal pilot), e ci sono gli annoiati, quelli che “oh mio dio che palle sta roba”.

Per quanto mi riguarda – togliamo ogni dubbio – mi iscrivo di slancio tra gli entusiasti. La prima stagione di The Leftovers mi è piaciuta, e molto. E non perché non riesco a comprendere le insofferenze di una buona fetta del pubblico, anzi, ma proprio perché lo stesso materiale che ha creato quelle insofferenze è ciò che, dal mio punto di vista, eleva la serie sopra parecchie altre.
The Leftovers season finale (5)

Prima di fare considerazioni più puntuali sottolineiamo nuovamente un aspetto già emerso col pilot: The Leftovers è una serie diversa. Diversa dai telefilm che le sono stati intorno questa estate, diversa da quasi tutto quello che vedremo in autunno, diversa perfino dalle serie che tentiamo di accostarle in continuazione, in una sorta di bisogno compulsivo di ordine mentale. No, non è Lost. No, non è Flashforward (grazie al cielo).
Una cosa però ha in comune con Lost: evidentemente Lindelof ha preso le sberle dalle suore quand’era un infante, e da allora sta roba del misticismo e della religione lo perseguita anche durante il sonno.
The Leftovers appartiene a quel risicato gruppo di serie in cui bisogna avere fede. Da ateo impenitente sorrido di questa mia stessa affermazione, ma il punto è proprio questo: se affrontate The Leftovers appassionandovi al “perché” il 2% della popolazione mondiale è sparita, avete già buttato via ore della vostra vita. Se temete un finale in cui Lindelof dia una spiegazione non convincente, avete buttato via altre ore. Non solo perché quella spiegazione potrebbe non arrivare mai (ci spero con ogni forza) ma soprattutto perché, se arriverà, sarà sicuramente deludente.
Qui è il viaggio che conta, dell’arrivo non deve fregare niente a nessuno.

Ed è stato un viaggio con i controcazzi. Un viaggio in cui molte consuetudini della normale serialità americana sono state forzate o diluite, in nome di un quadro complessivo in cui a farla da padrone erano l’atmosfera, le sensazioni più istintive, i guizzi registici volti a trovare un punto di vista diverso, o la singola inquadratura capace di esprimere da sola un particolare concetto o una particolare emozione.
Ci tengo molto a sottolineare questa cura per il dettaglio sensoriale – cromatico, compositivo, musicale – perché mi sembra parte fondamentale nell’esperienza-Leftovers, ma non vorrei che questo vi porti a pensare che sto sostenendo la superiorità della messa in scena a fronte di una storia povera o sfilacciata. Tutt’altro.
La trama di The Leftovers, partita da un concept sicuramente ardito e potenzialmente pericoloso, è stata però costruita con cura, sviluppata in modo lento ma costante per arrivare a un finale che riesce a porre un punto fermo, pur lasciando aperte numerose porte per il futuro.
The Leftovers season finale (2)

Insomma, in The Leftovers torna più o meno tutto, e quasi tutti i personaggi fanno un percorso pieno, potente, di sostanza, anche se nel mezzo degli episodi alle volte ci sembrava che fossero impantanati in una lentezza di troppo o nell’ennesimo pianto (perché non proverò certo a negare che The Leftovers sia una serie “pesante”).
Parlando di percorsi e sviluppi, Kevin ne fa uno completo anche solo guardando l’episodio finale: dopo la morte di Patti c’è la sepoltura, l’improvvisato funerale, la gestione della colpa, i sogni funesti, la confessione, la richiesta di perdono, l’assoluzione da parte del moribondo Wayne nel bagno della tavola calda. Un percorso mistico non ancora completo, che anzi lascia margini di incertezza (si veda la continua indecisione riguardo il trovarsi o meno in un sogno), ma che arriva comunque a un punto preciso, di recupero familiare e di sé.
Molto bello anche lo sviluppo di Laurie, che ha lentamente preso le redini del comando tra i Guilty Remnants guadagnandosi la palma di più odiosa e incomprensibile dell’universo, salvo poi cadere sotto i colpi della sua stessa umanità, quando la sua corazza di freddezza e determinazione viene scalfita e infine affondata dalla partecipazione della figlia, cui Laurie non riesce a rimanere indifferente (si vede una repulsione tutta materna pure quando la figlia le fuma di fronte).
Discorso simile per Meg, iniziata tra la confusione e la ribellione, e pronta a diventare proprio lei la nuova leader dei silenziosi rimembranti.
Non facciamola troppo lunga su questo punto, che sennò ci annoiamo: il concetto rimane quello di una moltitudine di personaggi, ognuno dei quali ha mostrato un percorso pieno e approfondito, o almeno la possibilità di uno sviluppo futuro non indifferente (penso soprattutto a Matt, che riesce a mescolare la placida forza del predicatore con ombre inquietante da sotterratore di corpi).

Mi sembra comunque che il cardine di tutta la questione siano proprio loro, i Guilty Remnants. Fin dall’inizio, The Leftovers si poneva non come il racconto di un evento, bensì come il racconto della reazione popolare a quell’evento. Non una serie su persone che spariscono, ma una serie sulle reazioni di quelle che rimangono.
Eppure, in maniera assai realistica, sembrava quasi che un racconto non potesse esserci: la gente, malgrado la follia vissuta, sembrava disposta ad andare avanti, a lasciarsi tutto alle spalle, a dimenticare. I GR diventano quindi un grimaldello narrativo, una forza muta e invincibile con cui gli autori costringono i recalcitranti protagonisti a reagire alla tragedia subita.
In un modo o nell’altro, ai GR si devono gli spostamenti (fisici e metaforici) di quasi tutti gli altri personaggi, e sono anche i principali fautori dei più grossi serial moments. Per rimanere sul finale, credo che la scoperta dei manichini da parte di Nora sia il picco emotivo più alto di tutta la serie. Ormai il piano dei GR cominciava a essere comprensibile, vedendo le foto rubate e i vestiti ecc, ma questo non ha tolto nulla alla forza della scena, e quando Nora ha trovato la fredda e inquietante riproduzione della sua famiglia ho provato un tuffo al cuore di rare proporzioni, di quelli che capitano solo con le ottime serie.
The Leftovers season finale (4)

La reazione, nostra e dei personaggi, al piano dei GR, esplicita un effetto paradossale che ho trovato meraviglioso. I remnant sono spersonalizzati, dis-umanizzati. Tutti bianchi, tutti muti, tutti fumatori. Sono un pensiero, anzi un ricordo, prima che un gruppo di persone. Ma la loro funzione, volenti o nolenti, è stata quella di scatenare risposte umanissime negli altri personaggi. La reazione fisicamente violenta del paese, tra pestaggi e fuoco, è la risposta terribilmente umana, animale, viscerale a un gesto odioso ma anche innocuo, tutto psicologico.
I GR, in pratica, prima ancora che garantire il ricordo, impediscono alle persone di appiattirsi, di anestetizzare il cervello trasformandosi a loro volta in automi assuefatti all’indifferenza. In qualche modo, pur provando nei loro confronti una costante irritazione, col finale arriviamo a capire sul serio il progetto dei Remnant, che in pratica hanno la funzione metatestuale di tenere in piedi il telefilm stesso: “non dimenticate”, sembrano dirci, “non smettete di farvi domande, non tornate in un oblio apatico che è ormai impossibile e immorale”.
Non credo sia troppo ardito vederci una riflessione che va oltre il telefilm e arriva a un pubblico, quello americano e occidentale in generale, che è invece assai abituato a dimenticare, a passare oltre, a indignarsi per cento morti in questo o quel paese africano, salvo poi non notare i mille del giorno successivo solo perché nel frattemmpo Balotelli ha cambiato fidanzata.
The Leftovers season finale

E’ un percorso tortuoso, difficile, non privo di passaggi più zoppicanti e di inghippi irrisolti. Per esempio, ho trovato complessivamente più debole rispetto al resto la vicenda di Wayne, che mi muore al cesso senza avermi lasciato addosso le stesse sensazioni di altri personaggi, e lasciando cadere un po’ nel vuoto la sua storia di bambini prescelti e puerpere mistiche. Ho trovato certi passaggi sicuramente meno ficcanti di altri. E mi è parso che alcune scene o parti di episodi richiedessero un’attenzione e un coinvolgimento persino eccessivo, nonostante il patto con lo spettatore fosse già stato siglato all’insegna della complessità.
Ma mi sembra che questi difetti e queste pesantezze non tolgano più di tanto a un affresco davvero maestoso, che è riuscito a reggere il peso di un’ambizione sfrenata e tuttora pericolosa. Un’ambizione che vale da sola il prezzo del biglietto, nella paura che possa ancora andare tutto in vacca, ma nella speranza (ormai solida) che prima di quello svacco vedremo molte altre cose bellissime.
Ancora una volta: una serie da vivere, prima che da capire. Ché se cerchi “solo” di capirla, allora ti perdi più di metà del divertimento.



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