7 Ottobre 2015 10 commenti

The Leftovers 2: Damon Lindelof senza freni di Diego Castelli

Tu insultalo, che lui rilancia

The Leftovers season 2 (5)

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OCCHIO, SPOILER SUL PRIMO EPISODIO DELLA SECONDA STAGIONE DI THE LEFTOVERS

 

DAMON LINDELOF, UN BAMBINO DETERMINATO

C’era una volta un bambino di nome Damon Lindelof. Era vivace e curioso ma non riusciva a farsi nuovi amici.
Ciao Damon – dicevano – ti va di giocare a pallone?
Ok – rispondeva lui – ma perché non facciamo finta che il pallone sia un dono degli dèi capace di farci viaggiare fra le dimensioni dell’universo?
Al che gli altri bambini lo picchiavano, lui si scusava ma non demordeva.
Poi Damon divenne grande e andò al liceo.
Ehi Lindelof – dicevano – i genitori di Kimberly sono fuori città, facciamo un festone e sfondiamoci di birra!
Grande! – rispondeva lui – ma mi chiedo se questa ghiotta opportunità non sia una trappola messa lì da qualche entità superiore per indurci in tentazione.
Al che gli altri ragazzi lo picchiavano, lui si scusava ma non demordeva.
Anni dopo diventò uno degli autori di punta di una serie tv importantissima. Si chiamava Lost, era piena di cose strane e appassionanti e terminò con un finale scritto proprio dal nostro Damon.
Ancora adesso c’è gente che vorrebbe picchiarlo, lui ogni tanto si scusa, ma ancora non demorde.
The Leftovers season 2 (2)

 

APRIRE UNA STAGIONE CON WAIT… WHAT?

L’anno scorso la prima stagione di The Leftovers creò parecchio rumore, in pieno stile Lindelof: lodi sperticate, dubbi prudenti, insulti velenosi. Non farò un riassuntone puntuale della faccenda, se state leggendo queste righe do per scontato che sapete di che si tratta. A questo link trovate la recensione finale dell’anno scorso: vi consiglio pure di leggere qualcuno dei commenti sotto all’articolo, pure più interessanti della roba che ho scritto io.
Basti sapere che, ancora una volta, di fronte alle critiche il buon Damon ha sorriso, ha alzato le spalle, e ha rilanciato.

I primi dieci minuti della seconda stagione di The Leftovers mostrano una donna preistorica che partorisce dopo che la sua tribù è morta nel crollo di una grotta e poco prima di morire lei stessa, morsa da un serpente velenoso. Il tutto preceduto da una sigla nuova e sorprendentemente allegrotta.
Esatto, non c’entra un cazzo con quello che abbiamo visto finora. Va bene, la ragazza è in qualche modo una leftover, una che è rimasta sola dopo che un evento traumatico le ha portato via le persone care. E quel serpente sul bambino ha un che di giardino dell’Eden che non può essere casuale. Ma per il resto non c’entra un cazzo e Lindelof ha anche ammesso che per ora è giusto che sia così: loro buttano lì suggestioni e indizi, sapendo che spiegheranno un po’ di cose solo fra qualche settimana e prevedendo che il pubblico si dividerà fra gli affascinati e gli incazzati. Se anche non vi piace lo stile, dovete ammettere che il nostro uomo ha almeno la coerenza.

La puerpera primitiva non è l’unica sorpresa di questa seconda première. Come già anticipato nei trailer di qualche mese fa, The Leftovers si è spostata nella città di Jarden, in Texas. A Jarden, udite udite, non è mai scomparso nessuno. Mentre il 2% della popolazione mondiale spariva nel nulla all’inizio della prima stagione, a Jarden non succedeva una sega, e ora la cittadina è diventata una specie di Lourdes, una meta di pellegrinaggio simil-religioso che tutti vogliono visitare e dove molti vorrebbero andare a vivere. Esatto, perché porta bene.
I vecchi protagonisti? Spariti, almeno per tre quarti di episodio. Al loro posto c’è la famiglia Murphy, genitori e due figli, apparentemente normale. La puntata è quasi tutta su di loro e sulla loro vita: gli agganci col passato arrivano solo dopo, alla ricomparsa di Matt Jamison e soprattutto dei cari vecchi Garveys, che della famiglia Murphy diventano i nuovi vicini.
Il tempo di un barbecue in compagnia, di qualche momento imbarazzante e di qualche segreto rivelato, ed ecco che la figlia di Murphy sparisce insieme a due amiche: ma sparisce-sparisce, nel senso di The Leftovers? O sparisce-normale, nel senso di CSI? Solo il tempo ce lo dirà, e questo sarà uno dei temi della stagione.

The Leftovers season 2 (3)

RILANCIARE, PIUTTOSTO CHE RIPETERSI

È proprio qui, nella ricerca di nuove strade e nuove storie, che si cela il maggiore pregio di questo nuovo inizio. Per stessa ammissione di Lindelof – e come avevamo avuto modo di dire anche l’anno scorso – la prima stagione si era chiusa con un finale forte, non per forza definitivo ma comunque abbastanza compiuto. Non c’era insomma il cliffhanger clamoroso che lascia la storia a metà, perché tutti i personaggi avevano compiuto un percorso preciso e completo e l’unica domanda ancora in ballo era quella relativa al perché della sparizione (una domanda che però difficilmente troverà mai una vera risposta).
Per gli autori, dunque, si poneva il problema di una seconda stagione che rischiava di ripetersi troppo, specie dopo che la funzione dei famosi Guilty Remnants era ormai quasi completamente chiara.
Ecco allora il cambio di location, di cast e di tematiche: piuttosto che ripiegarsi su se stessi, Lindelof e soci rilanciano, introducendo nuove storie e soprattutto nuovi spunti di riflessione. Il più grande dei quali gira appunto attorno alla sparizione della giovane Evie: è una nuova Departure? Ma quindi vuol dire che non è stato un fenomeno isolato e che può ripetersi ancora? E l’arrivo in città dei Garveys, gente che ha patito la sofferenza delle sparizioni, è in qualche modo collegato al nuovo evento, come se avessero “infettato” la città prima immune?
Sono tutte domande che, in aggiunta ad alcuni vecchi quesiti, animeranno le discussioni fra i personaggi nel corso della stagione, dando nuove sfumature alla serie ma rimanendo fedeli a un assunto di fondo che resta invariato: mostrare non tanto un evento traumatico (le sparizioni), quanto la reazione a quell’evento.

Questa la struttura narrativa, l’impalcatura su cui inserire nuovi personaggi, nuovi dialoghi e nuova filosofia. A questo bisogna poi aggiungere la sapienza tecnica che già avevamo apprezzato nella prima stagione. In questo caso specifico, al di là dei toni onirici e vagamente mitologici della scena iniziale, apprezziamo soprattutto la capacità di creare tensione costante anche quando non succede nulla: basta che John, capofamiglia dei Murphy, riceva una previsione di sventura da un amico veggente, per ammantare ogni momento successivo e apparentemente innocuo di una suspense viscida e sotterranea, come quando il nostro deve recuperare un cucchiaino da dentro un tritarifiuti, o come quando rivela con un sorriso di essere stato qualche anno in carcere per tentato omicidio.
Ogni scena e quasi ogni inquadratura è costruita per trasmettere una sensazione di disastro imminente, come se alcuni elementi bucolici e rassicuranti della vita dei Murphy fossero anacronistici nel mondo danneggiato e ferito di The Leftovers. Quando poi il disastro arriva sul serio, siamo pronti: non ci stupisce, non può esserci “sorpresa”, ma è stasta costruita l’emozione giusta per introdurci a un mondo di riflessione e dubbio che è il cuore dell’esperienza pensata dagli autori.

The Leftovers season 2 (4)

CONCLUSIONE: ABBIATE FEDE

Ve lo dissi già l’anno scorso, da ateo convinto quale sono: The Leftovers è un atto di fede. Non perché sia incomprensibile, e non perché non valga la pena lambiccarsi il cervello su ogni dettaglio (anzi, ci chiedono di fare esattamente quello). Ma perché nel complesso l’esperienza narrativa e audiovisiva di The Leftovers mira a immergere lo spettatore in un mondo altro e insieme familiare, un mondo fatto di sfumature, paure e speranze che è difficile cogliere e apprezzare se lo guardate stirando o preparando la cena. Mollate tutto e immergetevi.
Se invece già la prima stagione vi aveva annoiato a morte, nella seconda c’è ancora tutto quello che avete odiato. A questo punto lasciate perdere, dedicatevi ad altro e lasciateci qui, sotto le nostre copertine e con le nostre tazze di cioccolata in mano, a interrogarci sul senso della vita.

 

 

 

 



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