17 Marzo 2015 3 commenti

House of Cards – Che fine ha fatto il vero Frank Underwood? di Marco Villa

La terza stagione di House of Cards sta trasformando Frank Underwood da burattinaio a burattino

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[SPOILER ALERT: SI PARLA DELLE PRIME 6 PUNTATE DELLA TERZA STAGIONE]

Tre anni fa, House of Cards iniziò come la storia di un uomo che agiva dietro le quinte, ma si nascondeva in pieno sole. All’inizio della serie, Frank Underwood era il capogruppo del Partito Democratico al Congresso, una carica certo non di secondo piano, ma che comunque gli permetteva una totale libertà di manovra. È lì che abbiamo imparato a conoscere il Frank Underwood che riusciva ad aggirare ogni ostacolo, servendosi di tutto e di tutti e che in caso non si faceva problemi a eliminare direttamente l’ostacolo.

La prima metà della terza stagione di House of Cards è qui a dirci una sola cosa: almeno per ora, quel Frank Underwood non c’è più. Del resto, basta vedere tutti i fallimenti che ha infilato nel corso di poche puntate: dal non riuscire a bloccare la candidatura dell’avvocato generale, fino al disastro internazionale con la Russia. Gli unici due obiettivi che è riuscito a raggiungere sono non presidenziali: la nomina della moglie ad ambasciatrice presso l’ONU (a livello di trama, il passaggio meno credibile di tutta House of Cards, secondo solo all’omicidio di Zoe Barnes) e il tentativo di lanciare la sua iniziativa sul lavoro partendo da Washington. Ovvero: questioni di famiglia e questioni – in un certo senso – locali.

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Se fino al termine della seconda stagione Frank Underwood era quasi irritante per il suo riuscire a raggiungere ogni obiettivo, la terza ci mette nella posizione inedita di poter godere delle sue sconfitte. Si tratta di un cambio radicale nel rapporto tra lo spettatore e i personaggi di questa serie: l’eroe cattivo e infallibile è messo spalle al muro e non riesce più a essere né eroe, né infallibile, ma solo cattivo. Di più: questa cattiveria viene manifestata solo nei confronti di Claire, che diventa così il personaggio per cui parteggiare. E si spiega così l’esultanza sulla splendida battuta che chiude la sesta puntata, quando dice al marito che ha sbagliato a farlo diventare presidente.

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Frank Underwood si è trasformato da burattinaio in burattino: tutte le figure che controllava, al di là dello schieramento politico, sono diventati più forti e influenti di lui, nonostante nel frattempo il buon Frank sia arrivato nello studio ovale. Ovviamente quel “nonostante” scritto poco fa è sbagliato, perché il fatto di aver abbandonato il dietro le quinte è il motivo preciso per cui Underwood non ci sia più.

Questo cambiamento è il tratto più interessante della prima parte di stagione. Una stagione che non sta certo marciando ai ritmi della prima, ma che sembra un passo avanti rispetto alla seconda. Underwood presidente ha cambiato House of Cards a ogni livello e queste puntate sembrano una sorta di assestamento. Perché una cosa è chiara, chiarissima: Frank Underwood non resterà burattino a lungo. Il suo ruolo è un altro. Le strade sono due: riuscire a controllare tutto dal centro della scena oppure tornare nell’ombra, lanciando Claire verso la presidenza.

p.s. sì, c’è tutta la faccenda Doug Stamper traditore/infiltrato, ma se ne parlerà a tempo debito



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