27 Ottobre 2016 17 commenti

Luke Cage: nel bilancio finale c’è molta delusione di Diego Castelli

Tredici episodi in calando

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SPOILER SU TUTTA LA PRIMA STAGIONE

Qualche settimana fa, dopo la visione dei primi tre episodi di Luke Cage, scrivevo questo articolo per parlare dell’approccio di Netflix nei confronti del mondo Marvel, a cui la piattaforma di streaming si è avvicinata con un gusto personale e identitario, lontano dai lustrini dei film degli avengers e più vicino a una dimensione locale, cittadina e di quartiere, in cui alcuni eroi forti-ma-non-troppo combattono battaglie anche molto personali, piuttosto che guerre galattiche per la salvezza del pianeta.
Quel discorso vale ancora, così come vale ancora l’impressione che Mike colter sia giusto per la parte, non tanto per particolari meriti attoriali (non possiede questo gran ventaglio espressivo, anzi) quanto proprio per il physique du rolle, una forma fisica capace di incarnare il personaggio al primo sguardo, senza bisogno d’altro.



Purtroppo, come suggerito da quelli che avevano già visto tutta la serie già all’epoca (e che non consideravano minimamente che io ne avevo visto solo un quarto, quando fate così vi costringerei a maratone di Shadowhunters), la creazione di un bel setting e di una buona atmosfera nei primissimi episodi doveva poi reggere l’urto di tredici puntate da costruire e approfondire, e qui purtroppo Luke Cage è venuta progressivamente a mancare.
È soprattutto una questione di scrittura, ma anche di casting dei comprimari, che ruota attorno a un unico, principale problema: in Luke Cage non ci sono cattivi all’altezza.

MARVEL'S LUKE CAGE

La storia dei fumetti, si sa, è piena di grandi supereroi, ma troppo spesso ci si dimentica dei grandi cattivi, senza i quali gli eroi non esisterebbero, o si preoccuperebbero di problemi tutto sommato banali come salvare la gente nei palazzi in fiamme o catturare qualche saltuario rapinatore di banche. Cosa ne sarebbe stato, narrativamente e commercialmente, di Batman senza il Joker? O di Superman senza Lex Luthor? O degli X-Men senza Magneto? A volte i cattivi di un pantheon supereroistico diventano così forti, che si potrebbe pensare di reggere una storia solo con loro, senza nemmeno l’eroe (come stanno facendo con Gotham).
In questo contesto la prima stagione di Daredevil ha potuto contare su un monumentale Wilson Fisk, mentre Jessica Jones ha avuto a che fare con Kilgrave (la serie poi aveva altri problemi, ma David Tennant è David Tennant).

E Luke Cage? La terza serie Marvel-Netflix poteva avere anche un problema in più: un eroe veramente “super”, fortissimo e invulnerabile, destinato a scontrarsi con una malavita generica, incapace di scalfirlo e dunque di porgli reali problemi.
All’inizio Cage ha dovuto vedersela con Cottonmouth, criminale tutto sommato classico, di quelli in giacca e cravatta, legato a un desiderio di potere e successo abbastanza forte da diventare l’unico fine a prescindere dai mezzi. Un cattivo che ha posto subito qualche problema di verosimiglianza, perché da una parte Luke non si faceva problemi a menare forte gli scagnozzi di Cottonmouth, anche non provocato, ma di fronte a lui diventava più mansueto, quando probabilmente sarebbero bastate tre sberle bene assestate per porre fine a qualunque questione.

Shades

I problemi però non finiscono qui. Al di là di vaghi accenni a Diamonback, che sarebbe diventato il cattivo successivo all’interno della stessa stagione, fin da subito Cottonmouth viene affiancato da altre due figure che ben presto raggiungono il suo stesso livello di importanza nell’economia della serie: Shades e Mariah diventano altri poli di malvagità, finendo col generare confusione. Chi è il più cattivo? Chi dobbiamo temere di più? Su chi dovrebbe concentrarsi prima Luke Cage? Quello che forse era un tentativo di radunare un esercito per affrontare il forte ma solitario protagonista, diventa rapidamente un goffo caos che aggiunge ben poca emozione. E a questi problemi probabilmente contribuisce non poco la scelta di Theo Rossi per interpretare Shades (ci sarà un motivo se in Sons of Anarchy non faceva il capobanda ma un povero ragazzetto complessato) e Alfre Woodard per Mariah, prezzemolina cine-seriale che non è mai riuscita a sfondare da nessuna parte.

Mariah

A un certo punto, il twist: Mariah uccide Cottonmouth e Diamondback entra in gioco come il cattivo vero, quello che fino a quel momento era rimasto dietro le quinte. Anche qui, pare una mossa per creare sorpresa (un po’ c’è stata, riconosciamolo) e rimescolare le carte dei malvagi, ma ancora una volta il risultato è più che altro confuso. Il tempo speso per costruire il personaggio di Cottonmouth finisce in niente, mentre Diamondback si dimentica di tutti per introdurre un tema classico nei racconti epici e supereroistici: lo scontro fratricida.
Luke e Diamondback sono fratellastri, uno buono e l’altro cattivo, uno la luce e l’altro il buio. Quando Willis Stryker entra in gioco tenta di rubare subito tutta la scena, piazzando citazioni bibliche e bullandosi della sue dotazioni tecnologiche, che possono effettivamente metterlo alla pari del fratellastro indistruttibile.
Anche qui, però, troppi passi falsi: il Diamondback di Erik LaRay Harvey è agitato, schizofrenico, e cambia continuamente pelle, ora soldato, ora stratega maneggione, innaffiando tutto con la sua supposta verve da istrione citazionista. È troppo: troppo caricato, troppo esagerato, e semplicemente non fa paura. Un cattivo troppo di carta per stare sulla pellicola.

Luke

A questo si aggiungono diversi problemi specifici, l’altra faccia della mansuetudine di Luke con Cottonmouth. Per esempio, Stryker è dotato di pallottole esplosive in grado di uccidere Cage, e per ben due volte gli spara in punti non vitali. Ma perché? Ce lo spacciano pure come un cecchino infallibile, eppure da sei metri sbaglia mira.
Limitato da scelte di scrittura quantomeno frettolose, il personaggio di Stryker non riesce mai ad acquisire il carisma che meriterebbe, e la sua mancanza diventa vistosa in un’architettura narrativa che non riesce a tirare fuori granché d’altro da offrire: troppo lunghe le due puntate in cui Luke caracolla in giro ferito, troppo forzata la storia d’amore con Claire (che arriva dopo un inizio in cui l’intimità era tutta per Misty), troppe le volte in cui sto benedetto negozio di parrucchiere viene devastato e/o attaccato, passando da unico posto neutrale di Harlem a teatro privilegiato per ogni rissa.

Claire

Zoppicando a destra e a manca si arriva poi al season finale, che è semplicemente un pastrocchio. La sfida finale viene anticipata a inizio episodio, per dare seguito al cliffhanger precedente, e lasciando così un lungo epilogo in cui si parla fin troppo, con botte di retorica abbastanza stucchevole (vedere Luke alla stazione di polizia). Anche l’arresto finale, dopo minuti e minuti passati a sottolineare l’innocenza del protagonista, suona come un twist burocratico abbastanza ridicolo.

Ma il problema principale sta proprio lì, nello scontro finale: Diamondback si presenta all’appuntamento vestito da imbecille, con una specie di pigiama in cui i più ottimisti potrebbero trovare un richiamo all’estetica degli anni Settanta, mentre tutti gli altri si metteranno le mani in faccia per il disagio.
E ancora una volta entra in gioco il tema della verosimiglianza: se vuoi fare una serie supereroistica per adulti nel 2016, devi essere conscio che non puoi permetterti tutto ciò che poteva andare bene nei fumetti per ragazzini di venti o trenta anni fa. Ogni mezzo espressivo e ogni epoca impone almeno in parte i suoi codici e le sue esigenze: se fai combattere un uomo potenziato dalla chimica e quasi invulnerabile con un altro che viene potenziato da una tuta che ne altera solo la forza e per di più ne lascia scoperta un’ampia metà del volto, non si capisce perché lo scontro non possa terminare con un singolo colpo di dito indice che spacchi tutti i denti del povero Willis. Se almeno la cosa venisse in qualche modo tematizzata, con Stryker intento a proteggersi il volto e proprio per questo incapace di difendersi da altri colpi… invece no, Cage colpisce quasi solo le parti protette dall’armatura, non sia mai che gli diano dello sleale…
E sul finale, per non farci mancare niente, un momento di orrenda intesa sessuale fra Shades e Mariah, due che da quel punto di vista non ci azzeccano proprio niente.

Diamondback
Insomma, l’impressione generale è che gli autori avessero bene in mente dove e come ambientare la serie, e come farla finire, ma non siano stati in grado di arrivarci nel modo giusto. Perché ci sta bene lo scontro fratricida, la storia con Claire, il passato carcerario e la reputazione da ripulire. Ma se questi percorsi passano attraverso forzature inverosimili, scene “imposte” dalla tradizione ma senza grande senso effettivo, e soprattutto quattro-dico-quattro cattivi nessuno dei quali vale un’unghia di Wilson Fisk, è facile capire come Luke Cage diventi immediatamente la serie Marvel-Netflix meno riuscita fino a questo momento. Tutto sommato, il meglio di Luke Cage l’abbiamo visto dentro Jessica Jones.

A questo punto, arrivati alla fine un po’ a fatica e preso atto di questa china discendente, non resta che sperare che Iron Fist possa rappresentare una pronta risalita in termini di forza espressiva e banale (ma fondamentale) pulizia del racconto. E speriamo che per i Defenders Luke sappia riprendersi un po’, ché lì il cattivo sarà Sigourney Weaver e pretendo la figata totale.



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