2 Gennaio 2017 10 commenti

Vikings 4×15: e adesso? di Diego Castelli

Così, saltellando sull’orlo dell’abisso

ATTENZIONE, NON LEGGETE SE NON SIETE ARRIVATI ALLA 4×15 DI VIKINGS!

Oggi è lunedì e dovrebbero esserci i serial moments. Se non ci sono è solo perché settimana scorsa molte delle serie che seguo sono andate in vacanza e quindi mi mancava la materia prima.
Però è successo che quella vecchia sagoma di Michael Hirst, creatore e showrunner di Vikings, ha piazzato proprio nell’episodio di settimana scorsa l’evento che, benché previsto dalla Storia e a lungo preparato dalla sceneggiatura, sarebbe finito in cima a qualsiasi settimana dei serial moments, ovvero la morte di Ragnar Lothbrok, protagonista semi-assoluto della saga.
Qui a Serial Minds abbiamo un rapporto apparentemente conflittuale con Vikings. Dico “apparentemente” perché in realtà è molto chiaro: al Villa Vikings non è mai piaciuto, non ne ha mai fatto mistero, e ci ha scritto un paio di articoli che hanno attirato molti insulti e anche un sacco di clic (muahahaha). Io invece l’ho sempre apprezzata di più, anche se non arrivo a considerarla migliore di Game of Thrones e altri simili entusiasmi, che lascio a fan più accaniti.
Questo giusto per dire che non siamo impazziti, siamo solo due diversi esseri umani.

Vikings ragnar (3)

Ora vediamo di andare al sodo: è morto Ragnar, e onestamente la domanda che viene spontaneo farsi in questo momento è: e adesso?
In realtà, dal punto di vista narrativo la risposta è piuttosto semplice. Per sua stessa ammissione, Hirst ha sempre concepito Vikings come la saga di Ragnar&Figli, e di certo il concetto stesso di saga nordica si presta al racconto di gesta che investono più generazioni di personaggi. Non solo: se guardiamo alla Storia, quella con la s maiuscola, Ragnar è pure un personaggio di minore importanza rispetto ad alcuni dei suoi figli, tanto che ci sono perfino dubbi sulla sua vera identità e su quello che avrebbe davvero fatto. Paradossalmente, quindi, la vita di Ragnar potrebbe quasi sembrare, dal punto di vista storico, niente più che l’introduzione a eventi futuri, fra cui dovrebbe esserci la Great Heathen Army, la coalizione vichinga che nell’865 avrebbe iniziato l’invasione di tutte le terre inglesi (ho guardato su wikipedia eh, non pensate chissà che).
Insomma, roba grossa con cui costruire un numero potenzialmente illimitato di stagioni fighissime (ricordiamo che Vikings è già stata rinnovata per una quinta annata).
Il motivo scatenante, cioè il desiderio di vendetta dei figli di Ragnar predisposto e in qualche modo manipolato dallo stesso sovrano barbuto, non sarebbe altro che la scintilla da cui far divampare avventure ancora più grandiose.

Vikings ragnar (4)

Questa è la narrazione nuda e cruda, la linea insieme storica e finzionale che può essere più o meno riempita di eventi e personaggi. Ed è un fatto che proprio le azioni di Ragnar pongono le basi di eventi che ora vogliamo vedere, e che assumono le fattezze di una grande esplosione finale.
La questione però sta proprio qui: al contrario di altre serie più dichiaratamente corali (e la stessa Game of Thrones può essere un esempio), finora Vikings è coincisa con Ragnar, e ci viene istintivo pensare che debba finire con la sua morte o con le sue più immediate conseguenze.
Non che non ci si potesse appassionare alla vicenda di Lagertha, all’istrionismo di Floki o alla mole virile di Rollo, ma finora tutto è girato intorno a Ragnar, a quello che decideva di fare e di non fare, ai luoghi in cui andava e quelli da cui rimaneva lontano.
In un’intervista a Variety, Hirst ha dichiarato di essersi commosso durante le riprese della morte del suo eroe, proprio perché il rapporto fra l’autore, il personaggio, e l’attore che l’ha magistralmente interpretato (Travis Fimmel), era diventato così stretto da essere realmente familiare. Tutto questo sullo schermo si è visto: Ragnar è stato molto più che un collante fra storie diverse, è il personaggio su cui si è più investito in termini di approfondimento ed evoluzione, quello che dal pilot a oggi ha compiuto il percorso più lungo e intricato.

Vikings ragnar (2)

Nel rapporto con Ecbert, forse uno dei migliori della serie, è lentamente emersa la nuova natura di Ragnar, passato da semplice vichingo in vena di avventure e razzie, a esploratore ambizioso e fine antropologo. Quello che era iniziato come un viaggio guidato dalla sete di ricchezza e di gloria, è diventato in questi anni un percorso di crescita culturale e spirituale, in cui Ragnar (e lo spettatore che di Ragnar è stato il riflesso) è entrato in contatto con persone e culture diversissime dalla sua, che l’eroe vichingo ha quasi sempre assorbito e rielaborato in maniera del tutto personale, sempre più distante da un popolo che invece non è mai riuscito davvero a staccarsi dalle sue tradizioni e dai suoi desideri più primitivi.
Archetipo dell’esploratore e del conoscitore – più Ulisse che Achille, insomma – Ragnar ha lasciato le divinità vichinghe per abbracciare la spiritualità cristiana, e alla fine ha rinunciato a tutte e due: le ultime parole prima di morire, dirette a Odino e al pantheon vichingo, non erano altro che un mezzo per raggiungere un fine, mentre in realtà abbiamo visto come Ragnar in questi quattro anni sia diventato sostanzialmente ateo, troppo edotto dei percorsi squisitamente umani che formano e manipolano la religione, per non esserne progressivamente respinto. Da punto di vista interno alla storia (e alla Storia) Ragnar è lentamente assurto al grado di punto di vista esterno, un burattinaio che tirava i fili di tutti, sapendo dove era andata la storia fino a quel momento, e dove sarebbe dovuta andare in futuro.
Un elevamento quasi divino, insomma, confermato in termini di messa in scena dalla rappresentazione sempre più santa (nel senso più mistico del termine) che Hirst e compagni hanno riservato al loro sovrano preferito, sempre meno umano e sempre più trascendente, enigmatico e stralunato, e spesso inquadrato con la luce alle spalle, come una specie di arcangelo o profeta che arrivi nel mondo degli uomini a portare saggezza e misteri.
Vikings ragnar (1)

Per tutti questi motivi, per questa centralità della sua figura, l’episodio della sua morte assume un’importanza campale non solo per la sua qualità – che comunque è molto alta, violentemente evocativa e iconica, nonostante un accumulo di retorica talvolta eccessivo (e i flashback, e le mille frasi filosofiche, e la fossa dei serpenti, che comunque corrisponde alla leggenda tramandata nei secoli) – ma anche perché è un decisivo punto di non ritorno. Se è del tutto legittimo, per Michael Hirst, avere in mente una saga che ha ancora molto da raccontare, è altrettanto vero che parlando di serie tv ci sono anche altri elementi in ballo, molto più concreti e profani, che possono semplicemente riguardare lo spiazzamento provato dallo spettatore. E il primo di questi elementi, dopo quattro anni, è: mi interessa seguire Vikings se non c’è Ragnar?
Ovviamente la risposta attuale è sì, ci mancherebbe che non mi guardo la vendetta di Ivar e compagni. Ma quello che ora è un interesse chiaro ed evidente, potrebbe non essere più tale se qualcosa, nell’equilibrio della serie, dovesse rompersi in maniera irreversibile, che all’autore piaccia o meno.

Vikings ragnar (5)

Insomma, Vikings non ammazza la gente come Game of Thrones, ma quando decide che è il momento ci va giù pesante, correndo il rischio di minare le proprie stesse fondamenta. In questo senso piazzare la morte a metà stagione è una mossa astuta, perché offrire un nuovo episodio a pochi giorni dalla morte del protagonista rende più semplice, per lo spettatore, rituffarsi subito nella mischia, piuttosto che attendere un altro anno in cui, nel frattempo, l’addio a Ragnar potrebbe tramutarsi in una pericolosa disaffezione.
Ad ogni modo, Hirst e soci hanno già girato qualcosa come 25 episodi dopo la morte del leggendario Lothbrok. Sono insomma molto più avanti di noi, sembra che si stiano ancora divertendo, e questo ci fa ben sperare.



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