21 Aprile 2017 12 commenti

Fargo 3 season premiere: bella come sempre di Diego Castelli

Che eleganza, che precisione, che divertimento!

Fargo 3 (1)

QUALCHE MINIMO SPOILER SULLA 3X01

Vi capita mai di avere un improvviso bisogno di ordine? Per esempio, la mia scrivania è sempre piuttosto disordinata (internet dice che è un segnale di intelligenza, e io ovviamente credo a tutto ciò che leggo su internet), ma ogni tanto, tipo una volta ogni tre-quattro mesi, mi prende un’ansia improvvisa che mi spinge a sistemarla da cima a fondo, togliendo la polvere e allineando i fogli. Alla fine mi sento in pace col mondo, e posso dedicarmi a disordinarla di nuovo nei giorni successivi.

Con Fargo è più o meno la stessa cosa. Possiamo passare anche dei mesi a guardare serie strampalate, o misteriose, o tutte incasinate, dai sogni di Legion agli intrighi di Westworld al misticismo di The Leftovers, e nel farlo proviamo solo gioia ed entusiasmo. A un certo punto, però, anche un po’ di ordine fa piacere, e qui arriva Fargo.
Con la premiere della terza stagione, che come da tradizione conserva l’ambientazione da provincia innevata ma cambia completamente storie e personaggi, ci sentiamo immediatamente a casa. 66 minuti che suonano come un perfetto ingranaggio, un orologino svizzero che mette tutte le tessere al posto giusto, facendoci quasi sentire quel classico pop dei pezzettini che si incastrano senza sforzo. Il che non vuol dire che la trama sia banale o troppo semplice, né che la logica sia l’unica regina del racconto (anzi!!): significa solo che funziona talmente bene, da darti l’impressione di nascere lì, proprio mentre la stai guardando, come se fosse una storia vera-per-davvero.

Fargo 3 (5)

Piccolo passo indietro. Come sapevamo ormai da mesi, la grande star di questa stagione è Ewan McGregor, che interpreta due personaggi diversissimi, i gemelli Stussy: Emmit è un uomo di successo, con una bella casa, una moglie fedele, un braccio destro efficientissimo (Sy Feltz, interpretato da Michael Stuhlbarg di Boardwalk Empire), e l’unico problemino di aver chiesto un prestito a gente poco raccomandabile; Ray invece è il gemello grassoccio, calvo e sfigato, un parole officer (giuro che non so la traduzione italiana, tipo “addetto alla condizionale”?) che sta per sposarsi con la bella Nikki (Mary Elizabeth Winstead), una ladruncola che dovrebbe tenere sotto controllo e che invece lo manipola come vuole.
Ray cova rancore nei confronti del fratello, che tanti anni addietro ha intascato i profitti dalla vendita di certi pregiati francobolli paterni senza condividere nulla con lui, e il suo desiderio di rivincita finisce col coinvolgere il fattone Maurice (Scott McNairy di Halt and Catch Fire).
Accanto a loro, inizialmente slegata da tutto, è Gloria, agente di polizia interpretata dalla Carrie Coon del citato
The Leftovers, che nel giro di poco si trova invischiata per vie traverse nei maneggi dei due fratelli.

Non voglio dettagliare oltre la trama della puntata, visto che siamo così a ridosso della messa in onda americana e magari non tutti hanno avuto il tempo di mettersi in pari, ma ne avrei grande voglia. E il motivo è che tutto ciò che succede, dal piccolo granello alla grande frana che quel granello produce, è esattamente ciò che amiamo di Fargo, cioè la capacità di prendere elementi del tutto imprevedibili, il “caso” nella sua forma più pura, e ficcarlo nella vita dei personaggi come un coltello nel burro, sconvolgendo intere esistenze sulla base, nel caso specifico, di un bigliettino perso nel vento.
È qui che nasce la tragi-commedia dei fratelli Coen, e di Noah Hawley che così bene l’ha interiorizzata: i morti e il sangue, già numerosi in questo episodio, potrebbero o dovrebbero scatenare pietà o cordoglio, ma non lo fanno perché lo spettatore, dotato dell’occhio divino gentilmente concesso dagli autori, percepisce la buffa follia di personaggi capaci di tutto per il loro triste e viscido tornaconto, ignari di essere in totale balìa della fortuna.

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L’episodio, scritto e diretto dallo stesso Hawley, è poi messo in scena con la consueta eleganza, ambientato nel 2010 ma sempre sfumato verso il vintage, pieno di inquadrature e transizioni calibrate al millimetro, dettagli per cui vale la pena di mettere in pausa ogni tre minuti, e una colonna sonora varia, ironica e straniante, in cui compare anche il nostro Adriano Celentano con Prisencolinensinainciusol. Gli attori sono tutti in palla, McGregor è giusto un pelo sopra le righe con il suo Emmit ma in fondo ci sta, e i suoi due gemelli sembrano davvero esseri umani diversi e in credibile conflitto. Menzione d’onore per il sedere di Mary Elizabeth Winstead, ammesso che sia davvero il suo. Lo so, è un commento un po’ triviale, spero non mi giudicherete male, ma bisognava obbligatoriamente dire qualcosa su quella forma perfetta.
Ultimo applauso per i dialoghi di Hawley, architrave imprescindibile di un episodio in cui tutti i rapporti di forza, parentela, amicizia, affetto e rivalità fra i personaggi emergono da conversazioni brevi e spesso smozzicate, ma densissime di significati.
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La sensazione, dopo questa prima ora, è di essere rientrati in un mondo che già conoscevamo e apprezzavamo, di cui ora possiamo scoprire una nuova, inedita sfaccettatura. E non è questione di personaggi, che sono sempre nuovi, ma di stile, quello stile che riconosciamo anche nella primissima scena: un inquietante dialogo ambientato nella Germania dell’Est, una specie di cortometraggio denso di soffocante tensione sovietica che ci introduce, come una specie di overture, ad alcuni temi cardine della stagione, come lo scambio fortuito di identità e indirizzi, chiudendo con una frase che, pronunciata all’interno di questo mondo, risuona di infinite eco: ““And we are not here to tell stories. We are here to tell the truth.” (Non siamo qui per raccontare storie, siamo qui per raccontare la verità)

Cara Fargo, bentornata.



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