5 Maggio 2017 16 commenti

The Handmaid’s Tale – Una serie che resterà di Marco Villa

Una fantastica Elisabeth Moss ci porta dentro The Handmaid’s Tale, tra le cose più belle del 2017

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The Handmaid’s Tale è una serie attesissima, forse non ha raggiunto il livello di hype di American Gods, ma da mesi se ne parla come di un titolo in grado di piazzarsi ai vertici delle classifiche di fine anno. Non una cosa da poco, vista la mole di serie tv prodotte negli ultimi mesi e soprattutto vista la qualità altissima che bisogna raggiungere per spiccare sul resto del panorama. I primi episodi di The Handmaid’s Tale ci confermano che sì, si tratta di una serie tv di assoluto valore, che promette di restare.

The Handmaid’s Tale è prodotta da Hulu, che ha rilasciato i primi tre episodi lo scorso 26 aprile. Creata da Bruce Miller (autore di lunghissimo corso da ER a The 100), è basata sull’omonimo romanzo di Margaret Atwood, pubblicato oltre trent’anni fa. Come da tendenza principale di questi anni, il contesto è quello di un presente distopico, in cui inquinamento e radiazioni hanno reso sterili gran parte delle donne. Uno sconvolgimento radicale, che rischia di portare all’estinzione della razza umana e che ovviamente ha dato il via a scenari altrettanto radicali. Da quanto si apprende nei primi episodi, il governo degli Stati Uniti è stato rovesciato dagli appartenenti a un culto che rivendica una lettura letterale dell’antico testamento e che si prefigge un ritorno alle origini per salvare l’umanità. Questo ritorno alle origini comporta una totale sottomissione delle donne fertili, che vengono rese schiave dei maschi alfa della popolazione e costrette ad avere con loro rapporti sessuali per rimanere incinte. Sono le handmaids del titolo, tradotte in italiano come ancelle: svolgono lavori di casa, compiti da poco e periodicamente tentano di farsi inseminare dal padrone di casa.



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Gli occhi attraverso i quali vediamo questa storia sono quelli di Offred, ancella di casa Waterford, che ha perso marito e figlia, oltre al proprio nome, sostituito da quello del suo padrone (Of-fred, ovvero di Fred). Offred è interpretata da una fantastica Elisabeth Moss, che riempie interi episodi di sguardi e poco più. I dialoghi, infatti, sono ridotti all’osso: tra di loro, le ancelle parlano solo con frasi da preghiera, dei “sia lodato il signore” che vengono ripetuti come mantra. Attraverso questo martellamento, i vertici del culto controllano le ragazze, ma non si fanno scrupoli a passare alla violenza.

Il tema di The Handmaid’s Tale è potentissimo, sia per il taglio con cui affronta la questione sempre aperta del ruolo delle donne, sia per il doppio salto mortale e che compie. A rigor di logica, in una società in cui essere fertili è una condizione di poche, quelle poche dovrebbero essere delle elette, dovrebbero essere al vertice della piramide sociale. Il fatto che siano invece annullate e trattate da schiave è un twist terribile quanto geniale, che va ovviamente riconosciuto al libro di Atwood, ma che nella serie viene raccontato in modo perfetto. Pur basandosi su un voice over molto presente, The Handmaid’s Tale riesce a tenersi lontana dallo spiegone: la condizione di Offred e delle altre ancelle e lo scenario generale in cui è ambientata la storia non vengono spiattellate in quattro righe di soliloquio, tutt’altro. La qualità altissima dei primi episodi, oltre alla prova gigantesca di Elisabeth Moss, deriva tutta dalla capacità di centellinare ogni tipo di informazione. Per dire, vediamo da subito militari a ogni angolo, ma è solo con lo scorrere delle puntate che scopriamo che c’è stata una guerra civile, che gli Stati Uniti sono estinti, ma che il resto del mondo continua ad andare avanti senza rivoluzioni. Il voice over si limita infatti solo ai sentimenti della protagonista, che è sempre alla disperata ricerca di un confronto con le altre ancelle (tra loro Alexis Bledel e Samira Wiley).

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Come detto, The Handmaid’s Tale è una serie destinata a restare: non solo per la qualità altissima con cui è scritta, girata e interpretata, ma anche per l’intelligenza con cui mette sul piatto temi fondamentali per il nostro tempo, a cominciare dalle donne e dal loro corpo, finendo con l’estremismo religioso. Una bomba, assoluta.

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