5 Settembre 2017 12 commenti

Suburra – La Serie: tutto il marcio di Roma nella prima serie italiana di Netflix di Marco Villa

Presentata alla Mostra di Venezia, Suburra è una narrazione complessa della zona grigia tra crimine, politica e Vaticano

Copertina, Pilot

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Finalmente ci siamo, dopo una lunghissima attesa finalmente arriva anche la prima produzione italiana di Netflix, nuovo attore in un settore che ha un grandissimo bisogno di concorrenza a livello di serie di qualità, visto che al momento siamo di fronte a un monopolio pressoché assoluto di Sky, che in questi anni ha guadagnato questa posizione grazie a titoli come Romanzo Criminale, Gomorra e 1993. E la prima produzione italiana di Netflix risponde al nome di Suburra, disponibile per gli abbonati dal 6 ottobre.

Suburra – La serie è la terza incarnazione di una storia: prima è arrivato il libro di Giancarlo de Cataldo e Carlo Bonini, poi il film di Stefano Sollima, ora la serie di Netflix curata da Barbara Petronio e con regia divisa tra Michele Placido, Andrea Molaioli e Giuseppe Capotondi. Terza incarnazione dopo due successi in altri campi, percorso già seguito dalle due serie italiane di riferimento di questi anni, ovvero le già citate Romanzo Criminale e Gomorra. Scelta sensata, quindi, quella di Netflix, di iniziare la sua esperienza produttiva in Italia guardando a chi ha già sperimentato e pure con ottimi risultati. E anche in questo caso il risultato viene portato a casa: i primi due episodi di Suburra, presentati alla 74esima Mostra del Cinema di Venezia, sono perfettamente in linea con il livello qualitativo delle due serie citate in precedenza, inevitabile paragone che scatterà nella testa di chiunque faccia partire il tasto play per Suburra.

Quella di Suburra è una storia di potere e denaro e di come diverse forze cerchino di controllare l’uno e l’altro in una Roma decadente e senza futuro. C’è il giro del Samurai (Stefano Acquaroli), autorità assoluta che decide ogni cosa ed è in contatto con la mafia del sud; ci sono gli Anacleti, ovvero gli zingari, altra realtà con solide radici e poi c’è la famiglia degli Adami, che controlla Ostia e il litorale. Gli interessi di questi tre gruppi si intersecano a più riprese con quelli che sono storicamente i due poteri ufficiali di Roma: la politica e la chiesa, in un continuo scambio in cui il confine tra legale e illegale non sembra importare a nessuno.

Potere e soldi, quindi, gli obiettivi di tutti, ma in particolare di tre ragazzi: lo zingaro Spadino, Aureliano Adami (il futuro Numero 8) e Lele (esponente della società civile, verrebbe da dire, interpretato da Eduardo Valdarnini), che stringono un’improbabile alleanza basata sul ricatto nei confronti di un monsignore. Per un mondo basato su equilibri molto precari, un cambio di prospettive ha l’effetto di una bomba, che rischia di far saltare tutto. Questo accade dal basso, ma anche dall’alto sta per succedere qualcosa che lascerà per forze di cose qualcuno con le spalle al muro.

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A grandi linee è questo lo scenario delle prime puntate: uno scenario complesso, in cui tutti i personaggi sono collegati tra loro da rapporti multipli e mai lineari e in cui anche una piccola azione può scatenare reazioni imprevedibili e sempre più importanti. Una prospettiva perfetta per un orizzonte ampio come quello seriale, ma che avrà bisogno di una scrittura attenta e precisa: il rischio di complicare inutilmente la narrazione è infatti dietro l’angolo.

Altro elemento fondamentale, in questo senso, è ovviamente il cast e da questo punto di vista i primi due episodi di Suburra sono più che incoraggianti. Su tutti, al momento, spiccano Giacomo Ferrara e Alessandro Borghi, rispettivamente Spadino e Aureliano. Il primo dà vita a un personaggio sospeso, una sorta di piccolo Joker dalla risata nevrotica, con una tradizione famigliare sulle spalle e l’obbligo morale di portarla avanti, mentre desideri e aspirazioni vanno da tutt’altra parte.

Il lavoro sul fisico di Ferrara è eccezionale e si ferma sempre al punto giusto, evitando di trasformare Spadino in una macchietta. Ancora un passo più in là verso la follia è il personaggio di Borghi, ossigenato come il peggio tossico di Trainspotting e con occhi che tradiscono un’istintività animale impossibile da reprimere. Sono loro gli elementi del cast che brillano di più, quelli in grado di far compiere a tutta la serie un salto di qualità tale da renderla all’altezza degli standard di Netflix. Dovendo fare un paragone con altri titoli originali, siamo dalle parti di Narcos, ovvero di titoli che probabilmente non finiranno nella storia della serialità, ma sanno soddisfare pienamente il pubblico.

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Arrivando alla fine, non si può non citare il convitato di pietra, la serie con cui – volenti o nolenti – Suburra finirà per confrontarsi, ovvero Gomorra. Al momento è presto per un confronto qualitativo, ma quello che si può fare è senz’altro un confronto di tipo narrativo: la complessità di Suburra, il suo affollamento di trame e personaggi è infatti una strada radicalmente differente rispetto a quella intrapresa da sempre da Gomorra, in questo senso molto più lineare nel raccontare le vicende di una sola famiglia e di tutto ciò che le gravita attorno.

L’attesa per la prima serie Netflix italiana era tanta, così come il timore, visto il livello di alcune produzioni locali della piattaforma, come la francese Marseille e la messicana Ingobernable, giusto per citarne un paio. Per quello che ho potuto vedere, l’operazione è riuscita e soprattutto dà l’idea di avere enormi margini di crescita al dipanarsi effettivo della trama. E poi quei due, Ferrara e Borghi, quei due sono pazzeschi.

Perché seguire Suburra: perché è una serie ambiziosa che non ha paura di essere complessa

Perché mollare Suburra: perché se avete letto il libro e visto il film potreste anche averne abbastanza



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