29 Maggio 2018 6 commenti

The Good Fight, la seconda stagione è più di una conferma di Sara Mazzoni

La seconda stagione di The Good Fight di Robert e Michelle King raggiunge l’indipendenza dalla serie madre The Good Wife.

Copertina, On Air

The Good Fight Seconda stagione

La seconda stagione di The Good Fight, appena conclusa, ha dimostrato che abbiamo ancora bisogno di Michelle e Robert King e del loro universo narrativo. La serie, spin-off di The Good Wife, in questi 13 episodi raggiunge l’autonomia rispetto all’ingombrante eredità lasciata da Alicia Florrick.

La prima stagione aveva qualche incertezza: meno consistente dell’originale, sembrava un rimpasto di sottotrame rimaste inutilizzate. Non aveva ancora risolto certi problemi razziali, retaggio della scrittura di The Good Wife: lo spin-off è ambientato in uno studio dove quasi tutti gli avvocati sono afroamericani, ma paradossalmente nella prima stagione i personaggi principali erano solo donne bianche. Nella seconda stagione, i King riescono finalmente a dare una rappresentazione più equa, dando spazio ai comprimari Lucca, Adrian e Jay. Inseriscono la new entry Liz Lawrence, introdotta a rettificare il personaggio di Barbara Kolstad, costruito nella prima stagione come l’ennesima Angry Black Woman – errore già fatto in The Good Wife con Geneva, Dana e Wendy. Anche se la caratterizzazione di Liz non si scolla mai definitivamente dal cliché, il personaggio riesce a emergere in modo più sfaccettato, né oppositrice della bianca Diane, né sua spalla. I King fanno autocritica, evidenziando quegli stessi stereotipi nel sesto episodio, con l’esperienza di Adrian come opinionista televisivo.

The Good Fight Diane Lockart

Un ulteriore cambiamento in The Good Fight è l’ascesa di Diane Lockhart a protagonista indiscussa dello show, a discapito del ruolo di Maia Rindell, che diventa secondario. È una scelta felice, sia per l’eleganza con cui nella nella seconda puntata si risolve la precedente trama orizzontale, sottolineando le ipocrisie e i privilegi di Maia senza per questo renderla respingente; sia perché Maia occupava lo spazio lasciato da Alicia Florrick, quello dell’ultima arrivata nel mondo della legge. Ma non serve creare un riempitivo, Diane è un personaggio fortissimo che merita l’approfondimento che riceve nella seconda stagione.

La serie mantiene la promessa fatta dalle immagini della sigla di testa, in cui esplodono gli oggetti che rappresentano lo status quo di Diane. La donna, simbolo democratico, liberale e femminista, vive l’America di Trump come se si fosse risvegliata in un carnevale distopico. Il significato della risata di Diane, che ne caratterizzava il piglio ironico e la capacità di reagire allo stress, viene sovvertito e usato in modo sinistro: ora quella risata è disperata e folle, è il sintomo di una crisi profonda, lo scricchiolare della mente di Diane e della società stessa.

The Good Fight Trump

Nei toni di una vera e propria commedia nera, i King raccontano l’attualità americana con la loro abituale sagacia. Dalla controversia del “pee tape” di Trump alla spiegazione dei meccanismi del microtargeting, passando per #MeToo e il caso Aziz Ansari, fino all’incubo kafkiano per la cittadinanza in cui si ritrova Jay. L’arco di Diane in The Good Fight racconta l’America democratica che deve svegliarsi e usare la sua rabbia per la giusta lotta a cui fa riferimento il titolo. Il finale annuncia una stagione 3 in cui quello scontro raggiungerà l’apice.



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