12 Febbraio 2021

Clarice – La serie tv sequel de Il silenzio degli innocenti di Diego Castelli

Clarice Starling è diventata una star mediatica dopo aver catturato Buffalo Bill, ma la sua carriera è appena cominciata

Ce lo siamo detti tante volte, e tocca dirlo un’altra volta: in questi anni, a vincere su tutto è la nostalgia. Che sia la genuina voglia di riscoprire personaggi e storie che tanto avevamo amato in gioventù, oppure che si tratti della semplicissima paura di non riuscire a farsi guardare dal pubblico a meno di sventolargli davanti qualcosa che già conoscono, i network e le piattaforme di streaming sono sempre ben disposti quando si tratta di rimasticare qualcosa che ha già dimostrato di essere gustoso. Alle volte l’operazione pare molto sensata fin da subito, e altre volte no.
L’esempio di oggi, che fin da subito, a istinto, sembrerebbe appartenere alla seconda categoria, è Clarice. La nuova serie di CBS, creata da Alex Kurtzman (papà di Fringe e Sleepy Hollow, giusto per dirne due) e Jenny Lumet (attrice e sceneggiatrice figlia del mitico regista Sidney), è infatti un seguito de Il Silenzio degli Innocenti che si concentra sulla figura di Clarice Starling, la giovane, inesperta ma determinata agente dell’FBI (interpretata nell’omonimo film da Jodie Foster) che attraverso il dialogo cupo e disturbante con il cannibale Hannibal Lecter riusciva a mettere le mani sul serial killer Buffalo Bill.

Perché l’istinto ci porta a essere guardinghi, al netto di pregi e difetti specifici della serie, che vedremo fra un attimo? Beh, perché Thomas Harris, scrittore de Il Silenzio degli Innocenti, è un romanziere non troppo prolifico che in vita sua ha scritto pochi romanzi, il cui risultato migliore e più universalmente conosciuto è la creazione di un personaggio diventato iconico, cioè appunto Hannibal Lecter.
Solo che Clarice è una serie ambientata nel mondo immaginato da Thomas Harris, in cui però Hannibal non compare e forse non comparirà mai. Un po’ come scrivere una serie dedicata ai genitori di Clark Kent, in cui Superman non passa neanche una volta sullo schermo.
Si può fare, si può fare tutto, ma il rischio è che si senta sempre la mancanza di qualcosa, problema forse opposto rispetto al destino di Hannibal di NBC, che era tutta incentrata sullo spaventoso psichiatria, ma in una forma (volutamente) così cupa, malata e avvolta su se stessa, da diventare orgogliosamente inadatta a una rete generalista.

Com’è, come non è, proviamo comunque ad avvicinarci a Clarice senza troppi preconcetti, zittendo momentaneamente quella vocetta petulante che vuol fare le pulci a tutto.
L’impatto del primo episodio, per lo meno in termini visivi, è molto diverso da The Equalizer, di cui abbiamo parlato giusto un paio di giorni fa, e che vale la pena citare perché è un’altra serie tratta da materiale preesistente e che va sempre in onda su CBS.
Cosa, quest’ultima, che a un primo sguardo non si direbbe proprio.
Clarice è dichiaratamente un seguito de Il Silenzio degli Innocenti: abbiamo quindi una protagonista ancora giovane (interpretata da Rebecca Breeds), nei primi anni Novanta, che a pochi mesi dalla cattura di Buffalo Bill è diventata suo malgrado una star mediatica, anche se questa condizione, unita alla diffidenza che ancora circola per l’approccio psicologico e comportamentale alla risoluzione dei casi di omicidio, la rende mal vista dal suo nuovo capo (Michael Cudlitz) e in parte anche dai colleghi di pari grado. A sostenerla, però, c’è la governatrice dello stato, che altri non è che la madre dell’ultima vittima di Bill, che proprio Clarice ha salvato da morte certa.



Come accennato, la serie usa un approccio molto diverso rispetto alla neo-sorella di CBS: il pilot è più lento, contrastato, ricco di virtuosismi registici più o meno riusciti che assomigliano più a un prodotto cable, oppure alla stessa Hannibal, che comunque era a un livello ancora superiore in termini di ricerca stilistica.
Questo approccio più riflessivo viene speso per sviluppare i tre principali nuclei di interesse (per lo meno potenziale) della serie: i casi di puntata, con Clarice chiamata a indagare su nuovi serial killer e criminali di vario genere; il contrasto con il resto del Bureau, raccontato soprattutto nei termini di una scienza comportamentale ancora alle prime armi, e quindi vista con sospetto dai poliziotti vecchio stampo (in questo senso ci sono molti temi simili a quelli di Mindhunter); i problemi personali della stessa Clarice, che aveva già le sue ombre al momento di incontrare Lecter e sfidare Bill, e che dopo i fatti de Il Silenzio degli Innocenti si porta dietro un po’ di traumi mica da ridere.

In questo senso, il pilot funziona piuttosto bene: non ha la forza oscura e intrigante di Hannibal (nemmeno la cerca) ma non suona nemmeno così “già visto” come The Equalizer, per quanto, a dirla proprio tutta, non è mica il primo poliziesco un po’ psicologico con protagonista danneggiata che vediamo.
Se vogliamo, i veri problemi arrivano col secondo episodio, che non è ancora andato in onda ma che abbiamo già avuto modo di vedere. Senza fare spoiler, ci si accorge però della furbata: se il primo episodio è effettivamente un erede diretto de Il Silenzio degli Innocenti, e riesce a portarsi dietro un po’ della sua morbosa fascinazione, nel secondo episodio, dove di potenziali serial killer non ce n’è più e si parla di una situazione criminosa completamente diversa, ecco che Clarice svela quella che temo possa essere la sua vera faccia: niente di troppo diverso da un Criminal Minds ambientato negli anni Novanta.

L’impressione, cioè, è che dopo lo spunto iniziale del personaggio già conosciuto, e pur contemplando una puntata qui e una là in cui l’aggancio con il mitico passato sarà più stringente, buona parte degli episodi saranno dedicati a un tipo di racconto poliziesco che ormai conosciamo bene, e che forse, messo così, non ha molto di nuovo da dire.
Più in generale, e questo lo si può dire anche del primo episodio, Lecter manca. Per quanto si approcci la serie con sguardo pulito (ma perché dovremmo farlo, visto che si chiama “Clarice”?), la saga di Hannibal è famosa… per Hannibal, per uno dei cattivi più importanti della storia della letteratura e del cinema, non per l’agente dell’FBI la cui primaria funzione narrativa era quella di sondare le ombre del suo interlocutore mangia-uomini. In questo senso, Clarice non può vivere di rendita, deve portare qualcosa di suo al tavolo, e finora non riesce a portare niente che non sia una sindrome da stress post-traumatico che in tv abbiamo già visto in mille salse.
E aggiungo, giusto come postilla a questo discorso, che Breeds non regge il confronto con Jodie Foster: non è solo una questione di talento recitativo, ma proprio di una faccia che nel caso di Jodie Foster era già strana di suo, spigolosa, contrastata, già pronta per un percorso all’inferno. Breeds invece ha il viso pulito e grazioso che può certamente andare bene nella parte di una giovane talentuosa e bullizzata dai colleghi maschi, ma che in fondo non c’entra tantissimo col mondo de Il Silenzio degli Innocenti.

Detto tutto questo, ritengo comunque Clarice una spanna sopra The Equalizer (sempre per questo confronto di cui nessuno mi ha chiesto). Più elegante nella messa in scena (che però nel secondo episodio è già normalizzata), più rigorosa nella descrizione delle procedure di polizia e nel racconto del lavoro degli esperti di comportamento criminale, più capace di creare tensione al momento giusto, anche a costo di allontanare qualche spettatore più impressionabile.
Se dovessi scegliere quale crime/procedural guardare fra questi due, la mia scelta cadrebbe su Clarice senza nemmeno pensarci.
Però se hai l’ardire di avvicinarti al mondo di Hannibal The Cannibal, poi hai anche la responsabilità di gestire le aspettative che crei, e qui invece si rimane al di sotto.

Perché seguire Clarice: è un procedural godibile, con molte cose al posto giusto, che può fare il suo onesto mestiere.
Perché mollare Clarice: il riferimento a Il Silenzio degli Innocenti è un’opportunità, ma anche un possibile peso se non riesci a reggere il confronto. E per ora Clarice non lo regge.



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