15 Giugno 2016 24 commenti

Braindead: dai creatori di The Good Wife una delle serie più strane dell’anno di Diego Castelli

No sul serio, una roba particolarissima

Copertina, Pilot

Braindead (4)

Ieri sera vacche grasse: mi sono visto due pilot e mi son piaciuti tutti e due. Del primo, Roadies, vi parlerà il Villa settimana prossima (sperando che piaccia anche a lui: dipende sempre da come si sveglia la mattina ma, tenendo conto che sabato si sposa, supponiamo che sia di buon umore).
Oggi invece vi parlo di Braindead, nuova serie di CBS creata da Robert e Michelle King, la coppia che ha inventato The Good Wife. Considerando che le avventure di Alicia Florrick sono appena finite, possiamo dire che i King non si sono presi nemmeno un mese sabbatico: subito sotto con un altro show!

Ora, descrivere Braindead non è semplicissimo, perché è probabilmente la serie più strana e spiazzante dell’anno.
La trama di fondo è relativamente semplice: protagonista è Laurel (Mary Elizabeth Winstead), giovane documentarista dai forti ideali, che si ritrova invischiata nella tentacolare politica di Washington per colpa del padre maneggione e del fratello senatore. Sfiga vuole che, mentre Laurel cerca di raccapezzarsi nei corridoi della capitale (lei che la politica l’ha sempre detestata ma per la quale, in fondo, è abbastanza portata), sia contemporaneamente in atto un’invasione aliena che punta al soggiogamento della maggior parte dei politici per scopi ancora non chiari. Cioè, suona tanto di “conquista del mondo”, ma ci mancano ancora alcuni dettagli.

Braindead (2)

Fin qui sembra la trama di un brutto B-Movie, e può anche darsi che lo sia, ma seguitemi un attimo.
Il pilot di Braindead dura una quarantina di minuti, ha tutti i crismi visivi e strutturali del “drama”, e wikipedia classifica addirittura la serie come “thriller”. D’altronde ci sono gli alieni, le cospirazioni ecc. Solo che, a larghi tratti, il pilot è parecchio commedioso.
Molti scambi fra i personaggi hanno la leggerezza di The West Wing, alcune figure sono evidentemente buffe (vedi il senatore repubblicano interpretato da Tony Shalhoub), e l’intento satirico dell’operazione è quanto mai evidente: in un periodo assai particolare della storia americana, in cui la corsa alla Casa Bianca è fra un riccone un po’ pazzoide e una sciura appena più decente ma non priva di qualche ombra, gli autori inseriscono una storia in cui la maggior parte dei politici si trova il cervello spolpato e sostituito da una colonia di formiche spaziali giunte a cavallo di un meteorite.
Perché c’è anche questo dettaglio non indifferente: gli alieni non sono omini verdi con in mano fucili disintegratori, sono invece piccoli insettini che marciano pian pianino in fila indiana fino a trovare un orecchio in cui annidarsi, posto ideale per eliminare parte del cervello dell’ospite e conquistare il centro del potere nazionale dal di dentro (nel senso più letterale del termine).
Capite bene che, in un 2016 pieno di incertezze, con movimenti di antipolitica che fioccano in quasi ogni nazione occidentale, scrivere una serie in cui i politici sono pupazzi di carne comandati da insetti alieni, beh, è un colpo di genio degno del miglior cabarettista.

Braindead (1)

Allo stesso tempo, in questa atmosfera straniante che sembra l’incubo orgasmico di un Fox Mulder sotto acido, il pilot riesce effettivamente a far funzionare anche la sua componente più thriller. Una volta compreso che l’invasione aliena è in atto, a prescindere dal tono leggero lo spettatore comincia ad avvertire una bella suspense, data soprattutto dalla differenza fra quello che lui sa e quello che invece i protagonisti ignorano: sapere che una parte sempre più consistente dei personaggi viene soggiogata dagli alieni ci fa smangiucchiare le unghie in attesa, si spera, che i protagonisti si accorgano del problema e provino a porre rimedio.
Alla creazione di questa tensione concorrono poi alcune ideuzze apparentemente banali ma di grande efficacia: forse la più azzeccata è il fatto che, chissà perché, le cosmo-formiche apprezzano una canzone in particolare, così che ogni volta che la sentiamo sappiamo che le persone che la stanno ascoltando sono, con ogni probabilità, sotto l’effetto del condizionamento.

Braindead (3)

Come penso avrete capito, si tratta di una delle serie più ibride che ci sia capitato di vedere negli ultimi tempi. Spiazzante dunque non perché si vedano cose mai viste prima di per sé, ma perché è raro vederle coesistere nella stessa serie. La commedia, il thriller, gli alieni, la satira politica, un po’ di splatter, i titoli strani (il primo episodio si intitola “The Insanity Principle: How Extremism in Politics Is Threatening Democracy in the 21st Century”), perfino una spruzzata di fantascienza vintage, visto che l’idea della sostituzione degli umani con gli alieni affonda le radici nello sci-fi duro e puro: tutto insieme in un primo episodio che funziona proprio per il suo essere a metà strada.
Non mi ha lasciato del tutto divertito, o del tutto impaurito, ma un po’ di questo e un po’ di quello, in uno strano amalgama che però, cosa fondamentale, mi ha lasciato una grande voglia di vedere come prosegue la vicenda.

Rimane una proposta assai particolare, e probabilmente suonerà un po’ indigesta a chi preferisce generi più netti. Però consiglio la visione, non fosse altro per scoprire qualcosa che, per una volta, ha un gusto proprio diverso.

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Perché seguire Braindead: per la capacità degli autori di tenere insieme una sorprendente mole di spunti e toni diversi all’interno di un unico prodotto.
Perché mollare Braindead: l’approccio ibrido, cifra stilistica volutissima, a qualcuno potrebbe sembrare né carne né pesce.

Braindead (5)



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