3 Luglio 2018 5 commenti

Consigli per recuperone: Channel Zero di Antonio Firmani

Dopo tre stagioni era il caso di mettersi in pari

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Si è conclusa ormai da un po’ la terza stagione dell’horror americano Channel Zero, creato da Nick Antosca (Hannibal, Teen Wolf) e trasmesso da SyFy. Serie antologica, a stagioni e non a puntate (quindi alla Fargo, per intenderci, non alla Black Mirror). E forse dopo tre anni di silenzio su Serial Minds era arrivato il momento di dirne qualcosa.

Avete mai sentito parlare dei creepypasta? Sono dei racconti o, se vogliamo, delle leggende metropolitane, che circolano su internet molto spesso prive di autore. L’idea alla base di Channel zero è quella di basare ogni singola stagione su un creepypasta diverso, un presupposto molto interessante, anche per chi di questo genere non è per forza un cultore. Certo è che una serie antologica a stagioni comporta molti rischi, perché se da un lato è vero che avendo poche puntate a disposizione, la serie non rischia mai di diventare stantia, dall’altro è pur vero che in così pochi episodi non si fa in tempo ad affezionarsi ai personaggi, che subito cambiamo facce e scenario.

CHANNEL ZERO: NO END HOUSE -- "The Exit" Episode 110 -- Pictured: (l-r) Amy Forsyth as Margot, Aisha Dee as Jules -- (Photo by: Allen Fraser/Syfy)

La prima stagione, Candle Cove, parte decisamente bene. Mike Painter (Paul Schneider) è uno psicologo infantile che, tormentato da una serie di problematiche, torna nel paesino in cui è nato e cresciuto (e in cui non mette piede da una vita) per rimettere le cose a posto. In quel paesino, anni addietro, dei bambini sono prima scomparsi e poi trovati morti, incluso suo fratello. Il creepypasta di Candle Cove è abbastanza inquietante, e ruota intorno a un programma televisivo che sarebbe andato in onda negli U.S.A. (chiamato appunto Candle Cove) negli Ottanta.
Tempo fa, su un forum in internet delle persone raccontavano dei loro ricordi confusi riguardo questo programma. Emittente sconosciuta, show messo in onda per pochissimo tempo e mai più ritrasmesso. I ricordi combaciavano: un vascello dei pirati, una caverna cupa in cui entrare, dei pupazzi fatti male, alla meno peggio, e un grande “cattivone”: lo strappapelle. La cosa agghiacciante è che molti dei genitori avrebbero in seguito riferito che i bambini fissavano per ore lo schermo statico, nessun vascello dei pirati, nessun pupazzo. Eppure i ricordi dei bambini, come detto, combaciano. Da qui l’idea per una stagione.
Come detto, la serie parte bene, è piena di colpi di scena, e pure dal punto di vista registico ci pare raggiungere un’ampia sufficienza. Forse i trick narrativi del finale lasciano interdetti in alcuni punti, ma diciamo che nel complesso la season one chiude decisamente in attivo: una gran bella idea quella di Antosca, scritta e sviluppata molto bene.

Channel Zero (4)

La seconda e la terza stagione invece, non mantengono le aspettative. La due, No end house, parte comunque bene, varia su tema, tanto è vero che nelle prime battute siamo quasi nel teen horror, ma poi va giù in picchiata. Sarà che il creepypasta da cui prende le mosse non è inquietantemente affascinante come Candle Cove, sarà che il cast forse è un pizzico al di sotto di quello della prima stagione, sta di fatto che il risultato finale non è all’altezza. Alcune sottotrame restano senza soluzione, il plot si chiude in maniera semplice e prevedibile, e quello che vorrebbe essere il grosso colpo di scena finale, finisce per risultare una lunga telefonata allo spettatore, decisamente evitabile.

Per la terza stagione, Butcher’s block, vale quello che vale per la seconda: il creepypasta di partenza non è proprio entusiasmante, o almeno, lo è, ma forse è un tantino inflazionato (con le due protagoniste che arrivano in una cittadina dove accadono misteriose sparizioni). Nella seconda e terza stagione si esplora maggiormente il sempre complicato mondo della fantascienza: dimensioni parallele, lunghe scale bianche che portano in altri mondi, cannibalismo applicato alla metempsicosi (ebbene sì, avete letto bene) e così via.

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Eppure, nonostante qualche dubbio, di cose interessanti ce ne sono eccome nelle tre stagioni: in Butcher’s Block, ad esempio, sono interessanti l’arco narrativo delle due sorelle protagoniste (Alice e Zoe), e il cast, in cui spiccano Olivia Luccardi e Krisha Fairchild. Affascina molto anche il senso di straniamento e l’angoscia del Mike Painter della prima stagione e anche qui (come per Alice e Zoe), il suo rapporto conflittuale col fratello. Interessante in No end house è invece il rapporto fra Margot (Amy Forsyth, la protagonista) e il padre, e come vengono usati i concetti di ricordo e di rimorso. Ci sono insomma degli elementi di interesse, in Channel Zero, primo fra tutti, forse, il tentativo di produrre un horror televisivo che sia realmente disturbante, ben più di un American Horror Story (per citarne uno), in cui si punta soprattutto sullo splatter e sulle interpretazioni sopra le righe degli attori. Ci sentiamo quindi di consigliare il recuperone di Channel Zero agli amanti dell’horror e del thriller, per lo meno come tentativo di trovare qualcosa di un po’ diverso dal solito, anche se non ci passa la sensazione che la parabola discendente di questo TV show, dopo un inizio promettente, sia già bella che iniziata.

C’è anche da dire, in ultimo, che gli ascolti restano buoni, e che questa serie pare piacere molto a un certo target di nicchia, tanto è vero che Syfy ha annunciato ufficialmente una season 4, prevista per il 2019 e dal titolo che è tutto un programma: The dream door. Restiamo alla finestra…

Channel Zero (6)

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