24 Luglio 2018 2 commenti

Pose Season Finale: il trionfo delle persone di Diego Castelli

L’importante lezione di una storia normale

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SPOILER SU TUTTA LA PRIMA STAGIONE

Pose è una serie di nicchia. E non è un giudizio di valore, ma una semplice valutazione professionale: che la cosa ci piaccia o meno, o ci lasci indifferenti, una serie tv che parla di gay e transessuali afroamericani negli anni Ottanta, impegnati nell’affermazione in una sottocultura di cui un sacco di gente non sa assolutamente nulla, è per definizione una serie per pochi.
Allo stesso tempo, però, il senso di una produzione artistica di qualunque tipo è quello di andare almeno in parte oltre il preciso pubblico di riferimento, per incontrare anche qualcuno che quel mondo non lo conosce, ma che potrebbe avere piacere a saperne di più. Altrimenti è come scrivere l’ennesimo gialletto da spiaggia: carino, ti diverti, ma poi te lo dimentichi perché è uguale ad altre decine che hai già letto.



Credo si possa essere sereni sul fatto che Ryan Murphy, al momento di scrivere e produrre Pose, non volesse rivolgersi solo a un pubblico di gay e transessuali neri che già conosce l’oscuro e variopinto mondo delle ballroom anni Ottanta. Probabilmente, a contarle in tutti gli Stati Uniti, sarebbero meno spettatori dei 6-700 mila che ogni settimana hanno guardato la serie su FX.
È abbastanza ragionevole, invece, pensare che Murphy volesse proprio aprire quel mondo lontano e misterioso anche a un’opinione pubblica più vasta, che potesse immergersi nella ricostruzione storica e coglierne il senso simbolico sulla società di oggi.

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In occasione del pilot parlammo dell’energia di Pose, e della sua sincerità (e anche della sua lunghezza, ma vabbè). Nel corso delle settimane, le storie dei suoi personaggi sono evolute, fra alti e bassi, gioie e dolori, e la trama ha seguito un percorso per certi versi tradizionale, che partendo dalla vicenda di Blanca, uscita polemicamente dalla House of Abundance, ha raccontato del riscatto della donna e del suo faticoso ma infine trionfale ritorno sulla scena, in un finale in cui ha portato a casa tanti premi da riempirci casa. E così è andata anche per gli altri: Elektra, algida e arrogante, ha incontrato il rifiuto e l’(ulteriore) emarginazione, ma è così riuscita a riconciliarsi con Blanca e a trovare nuove vittorie; Angel ha creduto di aver incontrato il principe azzurro, salvo poi rendersi conto che nessun principe azzurro può valere la consapevolezza di sé e il privilegio dell’autodeterminazione; Damon ha compreso il valore del duro lavoro e della pazienza, rinunciando a un lavoro affascinante ma precario nella danza, per terminare la scuola; Pray, interpretato da uno straordinario Billy Porter, ha subito la botta della positività dall’HIV e la morte del compagno di sempre, per poi trovare nuove scintille di speranza in una comunità che l’ha spinto a non arrendersi.

Da un certo punto di vista, e per quanto possa averci intrattenuto, Pose si è mossa su binari assolutamente tradizionali. Anzi, un finale di stagione così pienamente lieto, talmente privo di ombre che se non avessero già rinnovato la serie per una seconda stagione potremmo stare bene anche così, è quanto di più hollywoodiano e zuccheroso si potesse immaginare.
Eppure, a stagione conclusa, ho l’impressione che questa fosse non solo la strada prediletta di Murphy “in quanto Murphy”, ma anche l’unica che avesse davvero senso per un serie del genere.

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A conti fatti, Pose sembra avere due voci differenti, per rivolgersi a due pubblici diversi. Da una parte c’è, come detto, il pubblico che condivide e vive in prima persona le esperienze dei personaggi, magari in una dimensione più personale o segreta. Per loro, immagino, Pose può rappresentare una memoria storica e una possibilità di condivisione, perfino un’occasione didattica, in cui elaborare esperienze personali basandosi sulla drammatizzazione di vite fittizie che però, considerando la provenienza massicciamente gay e transgender del cast, risuonano di una verità concreta e non simulata.
Per tutti gli altri, e soprattutto per chi guarda a quel mondo con sufficienza, diffidenza, o aperto sospetto, Pose acquista valore proprio nella sua normalità. I balli, i premi e le performance esagerate rappresentano una fetta importante della vita dei protagonisti, che in essi trovano il senso dell’appartenenza a una comunità, ma tanta parte delle loro esistenze (e tanto minutaggio della serie) è dedicata ad altro, a cose normalissime come le bollette da pagare, il lavoro da trovare, un amore da scoprire, una persona amata da salutare.
Se per molti motivi la vita dei personaggi di Pose non si può considerare “normale” (nell’accezione neutra dello “statisticamente maggioritaria”), del tutto normale è la loro umanità, fatta di tanti piccoli gesti, speranze e difficoltà che eliminano qualunque differenza fra i protagonisti della serie e chi li guarda.

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Al termine della prima stagione, in teoria, chi normalmente condanna i gay pride come espressioni di un folklore eccessivo e in buona sostanza “sbagliato”, come se fossero errori in una strategia verso l’accettazione, dovrebbe rendersi conto di come la concessione di determinate deviazioni dallo standard, legate però al rispetto di precise regole di condotta pensate per limitare il peso di quelle deviazioni, sia in ultima analisi un’oppressione grave né più né meno della prima. I protagonisti di Pose hanno vite completamente normali, a cui si aggiunge una dose di sfiga e di cattiveria per le quali balli e premi sono niente altro che un antidoto, una reazione colorata e vistosa che serve a riequilibrare il grigiore di un’esistenza condotta ai margini, non certo per loro volontà.
In questo discorso non è secondaria la figura di Stan, il padre di famiglia che finisce col lasciare moglie e figli per cercare l’amore con Angel (salvo essere poi rifiutato). Per buona parte della stagione, Stan è quello che tradisce la moglie senza però concedersi del tutto ad Angel, facendo quindi un torto a tutte e due. Eppure non è mai un “cattivo”, come invece è il suo capo Matt. Non si riesce a odiare Stan, e a ben guardare non ci riesce davvero nemmeno la moglie, o Angel stessa. E questo perché se anche Stan fa del male a qualcuno, non c’è in lui la piena coscienza del dolo. C’è invece una perenne confusione, per la quale al massimo si può provare un po’ di pietà. Stan, che non riesce ad abbandonare la via di mezzo fra la sua vita precedente e quella nuova, è l’unico personaggio destinato all’infelicità, o per lo meno all’insoddisfazione, perché il senso di questa prima stagione sembra essere non tanto, o non solo, l’accettazione degli altri, ma in primo luogo di se stessi. A essere felici e “pieni”, al termine dei primi otto episodi di Pose, sono i personaggi che, indipendentemente dal loro orientamento sessuale, dal loro stato di salute, dalla loro posizione nella società, comprendono chi sono, chi vogliono essere, e come fare per diventarlo.

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La struttura pienamente hollywoodiana, con il tema del riscatto e la vittoria finale di Blanca e di tutti gli altri, è dunque un ulteriore mezzo con cui far passare lo stesso concetto. Invece di una storia tragica in cui gli emarginati di Pose finiscono col ricevere semplice compassione – come se fossimo di fronte a cuccioli feriti ma, in quanto tali, non umani – Ryan Murphy costruisce un mondo pienamente umano, nel senso più totale del termine, in cui c’è spazio per ogni risvolto e ogni emozione, e in cui quindi il trucco, la chirurgia plastica, l’orientamento sessuale, diventano variabili sostanzialmente accessorie rispetto all’unica pacifica verità sui protagonisti: che sono tutte semplicissime persone.

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