27 Settembre 2018 19 commenti

Maniac: tante cose ottime, e qualcuna proprio no di Diego Castelli

La serie di Netflix doveva mettere d’accordo tutti e invece divide, non senza motivo

Maniac-Netflix (6)

SPOILER CE NE SONO, SE NON L’AVETE VISTA POTETE PERO’ LEGGERE IL GIUDIZIO SINTETICO ALLA FINE

-Netflix.
-Cary Joji Fukunaga, regista della prima stagione di True Detective.
-Emma Stone, premio oscar per La La Land.
-Jonah Hill, due volte candidato all’oscar e qui impegnato in una parte completamente diversa dalle solite (anche a fronte di un dimagrimento che non c’entra niente con la storia, ma fa gossip).

Questi i quattro nomi/concetti che, al comparire delle prime notizie su Maniac, ci hanno fatto dire “spetta spetta spetta che questa me la devo segnare in agenda”.
Parecchio tempo dopo, quando la serie è iniziata e finita da una settimana (con Netflix succede così…), la critica è in buona parte soddisfatta, con un paio di estremi fatti di entusiasmo ribollente da una parte, e cocente delusione dall’altra.
Aver visto la serie un filo più tardi rispetto alla massa di binge-assatanati di cui di solito faccio parte, mi ha fatto capire tante cose. Non so se sono giuste, ma ho fatto il gesto mentale di capirle.
E per quanto Maniac – incentrata sulla vicenda di due personaggi assai diversi, Owen e Annie, lui schizofrenico e paranoico, lei tossica e cazzuta, entrambi finiti in un trial medico che dovrebbe scoprire una pillola magica con cui eliminare la sofferenza emotiva – sia una serie pienissima di spunti, di invenzioni, di riferimenti, di talmente tante “cose” da riempirci pagine e pagine di recensione, io credo che proprio per questo valga la pena trovare un ordine nel giudizio, uno schema preciso laddove Maniac è un continuo, vorticoso rimescolamento.

Lo schema preciso, che io credo possa spiegare l’esistenza di giudizi anche molto diversi sulla stessa serie, si può riassumere così: Maniac è una serie splendidamente girata, e scritta di merda.

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Troppo esplicito? Troppo semplificato? Sì, ma fatemi lo stesso fare questi due blocconi.

Dal punto di vista della messa in scena, o per meglio dire delle singole porzioni di messa in scena, Maniac funziona quasi sempre, e spesso funziona di brutto. In primo luogo perché racconta una storia che parla, fra le altre cose, di realtà e finzione, e lo fa buttando i suoi personaggi in mondi da sogno che sono spesso più realistici dell’effettiva “realtà” fuori dalla simulazione. Quello in cui Owen e Annie diventano cavie di un esperimento è un mondo in cui futuro e passato si mescolano inesorabilmente, dove la fantascienza della manipolazione mentale incontra i computeroni a pareti pieni di pulsantoni, dove intelligenze abbastanza sofisticate da parlare e giocare e scacchi vengono inserite in buffi pupazzi viola che sembrano usciti dalla bottega di un burattinaio, dove tutto è insieme futuristico e retro, come se Maniac fosse una serie di fantascienza girata negli anni Sessanta.
È un mondo straniato e straniante in cui i protagonisti cercano la sanità mentale (o almeno la serenità) pascolando in sogni dal sapore ora urbano ora fantastico, ma portandosi dietro sempre le stesse paure e le stesse ansie, legate nel caso di Owen alla sua malattia e alla difficoltà di sfuggire agli inganni delle allucinazioni, e nel caso di Annie al trauma di una sorella minore morta in circostanze tragiche, di cui non si vogliono dimenticare i dettagli.

Ed è un mondo che, pur ospitando una storia potenzialmente cupa e malata, è attraversato da un costante e folle leggerezza, che non a caso si concretizza di nuovo nel mondo “reale”, in cui il principale artefice dello studio scientifico è un Justin Theroux erotomane e complessato che vive nell’ombra costante della madre, sorta di guaritrice da salotto tv che ha fatto molto più successo di lui senza sapere nulla di medicina.
In questo contesto, Fukunaga sguazza con sorprendente abilità, ora facendo sentire con forza la sua presenza (certi piani sequenza, certi zoom volutamente artefatti che scavano nel volto dei personaggi, certe idee semplicemente deliziose in termini puramente creativi), ora facendo un passo indietro e lasciando lo spazio agli attori. Sempre dando l’impressione di poter fare quello che vuole, a partire dalla durata molto variabile degli episodi, in nome di quella libertà creatività di cui Netflix ama bullarsi ogni volta che può (e non senza motivo, aggiungerei).
Gli attori, dal canto loro, piazzano alcuni colpi di classe non indifferenti. Di Theroux si è già detto, della madre (toh, altro premio oscar, Sally Field) si potrebbe dire molto, Emma Stone gigioneggia alla grande facendoci sperare in uno spinoff a tema elfico di cui lei sia assoluta protagonista. Solo Jonah Hill finisce con l’essere troppo trattenuto, anche se a sua discolpa bisogna dire che gli viene cucito addosso un personaggio che ha paura di tutto, soprattutto di se stesso, e che quindi fatica a muoversi son disinvoltura in una girandola di contesti differenti.

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È proprio per la natura libera e selvaggia che Maniac si è attirata addosso le simpatie di una buona fetta di critica, quella che da una serie tv o da qualunque altra forma d’arte cerca soprattutto il gioco, la sperimentazione, l’eccesso, lo splatter fisico e metaforico, anche quando questi elementi sono inseriti in un contesto tutto sommato derivativo, in cui tutto sa almeno un po’ di già visto (dai generi alle ambientazioni) ma appare in qualche modo mescolato e decontestualizzato al punto tale da trasmettere allo spettatore lo stesso stordimento vissuto dai protagonisti, in crisi d’identità e di felicità.

C’è però un problema che ha infastidito non poco chi da una serie tv – un racconto per episodi che non si esaurisce in un’ora e mezza – cerca anche altro: struttura, evoluzione, senso.
Il grande difetto di Maniac è che, passata la sbornia delle invenzioni, non lascia addosso niente di concreto. Non insegna nulla, non presenta visioni del mondo da riapplicare altrove.
Non ne sto facendo un tema “didattico”, sia chiaro. Ma in Maniac manca lo sviluppo. Owen e Annie sono personaggi palesemente bidimensionali, soprattutto Owen, e faticano mortalmente a trovare uno spessore che, in mezzo a tutti i loro sogni e avventure, non riescono mai a trovare.
Sulla carta, lo sviluppo ci sarebbe anche: entrambi escono in qualche modo “guariti” dall’esperimento, con Annie che riesce a superare la morte della sorella e Owen che finalmente accetta la realtà di almeno una porzione di spazio (e di persone) che lo circondano. Il problema, sottile ma decisivo, è che questo sviluppo ci viene riferito, più che mostrato. Ai due protagonisti succede un po’ di tutto, e alla fine sono guariti, ma fra i cervelli trapanati e gli agguati elfici mancano momenti in cui quel cambiamento e quella crescita siano evidenti non tanto alla ragione, quanto allo stomaco.
In questo senso, Maniac è freddissima, algida, divertente ma mai davvero emozionante (se non in rari momenti, come la deposizione al processo del fratello di Owen, o l’ultimo saluto alla sorella per Annie), una caratteristica che non sarebbe nemmeno troppo penalizzante se fosse apertamente ricercata (come si potrebbe dire di certi passaggi di Fargo, per esempio), ma che diventa una issue quando, palesemente, gli autori volevano che la loro serie scaldasse costantemente anche il cuore.

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Il problema sta anche nell’assenza di alchimia fra Emma Stone e Jonah Hill. È vero che Maniac parla di tante cose, di fantascienza, di realtà e finzione, di rappresentazione e allucinazione, ma al suo nucleo ha una storia d’amore. Non necessariamente amore romantico, perché Owen e Annie sono palesemente diretti verso l’amicizia. Ma comunque è (o dovrebbe essere) un affetto, un’attrazione, una simbiosi. Fin dall’inizio, tutta la storia di Maniac gira intorno al fatto che i due soggetti 1 e 9 continuano a rincorrersi nei sogni, le loro onde mentali si sovrappongono, e il test rischia di essere costantemente falsato dall’istintiva volontà di quei due di ritrovarsi e ricongiungersi in ogni occasione e in ogni mondo. L’idea è molto potente, una congiunzione spirituale che si concretizza nelle onde rilevabili dalla (fanta)scienza.
Ma ancora una volta, ciò che è perfetto su carta non funziona in video. Emma Stone e Jonah Hill sono palesemente estranei dall’inizio alla fine della serie. Ognuno persegue i propri obiettivi personali, e semplicemente si trovano a condividere uno spazio, reale o virtuale che sia, senza che tra loro scocchi mai una vera connessione. E per connessione intendo non sulla sceneggiatura, intendo fra loro. Non c’è complicità, trasporto, avvicinamento.
Quando alla fine Annie va da Owen per chiedergli, sostanzialmente, di essere amici e di stare vicini, la sua richiesta suona ovvia per l’economia della serie, non perché effettivamente quei personaggi abbiano nutrito e incendiato quella connessione. C’è più amicizia “vera” fra Joey e Chandler in mezzo episodio di Friends che fra questi due in dieci episodi di miniserie.

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All’inizio ho semplificato dicendo che la regia era perfetta e la scrittura no. Non è nemmeno vero questo, perché c’è molta qualità nella scrittura del personaggio di Mantleray, o del gioco parodico dei generi che ricomincia a ogni nuovo sogno. E allo stesso tempo certi problemi che abbiamo appena visto derivano dall’incapacità di Fukunaga di mollare per un secondo i suoi giocattoli sul set per concentrarsi sul rapporto fra i due protagonisti (che invece aveva gestito benissimo in True Detective).
Ma al di là delle sfumature, il nocciolo della questione mi sembra questo: un po’ di pubblico entusiasta delle tante invenzioni spesso pregevolissime, e un altro po’ infastidito dal fatto che Maniac, più che una serie tv epocale, si è rivelata un gustoso ma freddo spettacolo di fuochi d’artificio.
Personalmente sto un po’ nel mezzo, sono da sempre un po’ paraculo: quello di Maniac è un viaggio che mi ha divertito, incuriosito, stuzzicato. Ma se alla fine mi chiedete “ti ha stracciato via cuore e cervello lasciandoti ansimante sul divano?”, beh, francamente no.

Uh caspita è vero, è la prima e probabilmente unica volta che ne scriviamo, devo inserire i classici:

Perché seguire Maniac: per la creatività, il surreale, lo stile della messa in scena, la bravura smaccata di alcuni interpreti.
Perché mollare Maniac: una serie tv, per essere epocale, ha bisogno di una storia che spacchi dall’inizio alla fine, e Maniac non ce l’ha.

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