17 Gennaio 2019 3 commenti

Luther – Una certezza di Marco Villa

Tranquilli, nella quinta stagione di Luther troverete tutto quello che ve l’ha fatta amare (od odiare)

Luther

[ATTENZIONE: SPOILER MODERATI SULLA QUINTA STAGIONE]

Di resurrezione in resurrezione, Luther non si ferma più. Prima è risorta la serie, poi anche Alice Morgan, che di questo titolo è sempre stata un elemento troppo importante per poterne fare a meno. E così la quinta stagione è diventata di colpo qualcosa di molto più interessante.



Rileggendo tutti i vecchi post dedicati a Luther, c’è una costante, ovvero la descrizione “non è una serie perfetta” e per tradizione, oltre che per convinzione, lo ripetiamo anche questa volta parlando dei quattro episodi che formano la quinta stagione. Quella che nemmeno ci sarebbe dovuta essere, visto che tutti si aspettavano un film. La non perfezione è in realtà la seconda costante, perché la prima è ovviamente Idris Elba.

Un Idris Elba che è sempre più accartocciato su se stesso, con le mani perennemente in tasche troppo strette, al punto da diventare una specie di canna di bambù sempre tesa. Lui è Luther, niente da aggiungere: finisce in mezzo a faccende più grandi di lui con una rassegnazione cosmica, come se fosse ormai consapevole di essere intrappolato in un loop fatto di sfighe, lutti e criminali da arrestare. Sull’ultimo aspetto, tutto ok: nella quinta non c’è un killer di puntata, ma un killer di stagione, che viene anche costruito con una certa cura, sia dal punto di vista narrativo, sia da quello visivo. L’idea dell’assassino con i led nel cappuccio è molto potente, un’intuizione che vale da sola l’intera storyline.

Ciò che sorprende in queste puntate è l’aspetto che più di ogni altro avrebbe dovuto catturare i fan. È paradossale scriverlo, ma, soprattutto nel corso dei primi episodi, è l’intreccio che tocca più da vicino i protagonisti a essere il meno interessante. Il triangolo Cornelius-Luther-Morgan si ribalta su se stesso mille volte, in un’escalation che non rinuncia ad aspetti volutamente non-sense (il comportamento di Cornelius è oltre il realistico) che a tratti spostano la serie verso il grottesco. La scelta è chiara: Luther viaggia su un altro binario rispetto alla quotidianità delle indagini, cui partecipa sporadicamente. È come il cuoco che fa lavorare la brigata e poi arriva a mettere il proprio tocco prima di portare il piatto in sala, consapevole che prima di lui c’è chi ha lavorato in modo egregio. In questo caso, si tratta della nuova detective Halliday (Wunmi Mosaku), che di fatto fa tutto il lavoro sporco, salvo lasciare al suo superiore i momenti fisici e quell’epifania risolutiva che ormai è marchio di fabbrica (e punto debole) di Luther fin dalla prima stagione.

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Il risultato di questo spostamento è che l’indagine perde centralità ed è un peccato perché si tratta di uno degli intrecci più belli di queste stagioni, che parte potentissimo nella prima puntata e viene via via relegato in un angolo sia in termini di tempo, sia in termini di cura della scrittura. Del resto, ormai si è capito: quando entra in scena Alice Morgan, Luther sposta il proprio baricentro, nel bene e nel male.

Rispetto al disastri della terza stagione, quella che sarebbe dovuta essere l’ultima, siamo tre-quattro spanne sopra, ma manca sempre qualcosa per arrivare alla standing ovation. Come sempre, quel qualcosa è legato alla scrittura, perché interpreti e messa in scena funzionano. Questo è un ritornello che ripetiamo dalla prima volta che abbiamo scritto di Luther, quasi sette anni fa. Se continuiamo a vederlo, nonostante alcune cadute anche rumorose, il motivo è uno solo: Luther è una serie che diverte e ti fa restare inchiodato allo schermo per tanti minuti a stagione. E poi c’è Idris Elba, su, di cosa stiamo parlando?

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