9 Luglio 2019 17 commenti

Stranger Things 3: tutto come da programma, cioè bello di Diego Castelli

Un tema centrale, spesso sottovalutato: quello delle promesse mantenute

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SPOILER SULLA TERZA STAGIONE!

In nove anni abbondanti di Serial Minds, su queste pagine abbiamo parlato molte volte di qualità, un concetto sfuggente e spesso molto soggettivo, su cui la critica (cinematografica, televisiva, letteraria ecc) si interroga più o meno esplicitamente da sempre.
Non è questa la sede per una nuova disamina del tema – che ha fra i suoi centri di gravità la famosa e spinosissima questione della possibilità di una critica “oggettiva” – ma vi do uno dei parametri che personalmente uso più spesso per identificare la qualità: la capacità di un prodotto di fare quello che promette.
In un mondo come il nostro, sempre più pieno di trailer, anticipazioni, sequel e quant’altro, se già mantieni quello che prometti hai fatto più di metà dell’opera. Storie comiche che fanno ridere, horror che fanno paura, thriller che tengono attaccati alla sedia. Il concetto è banale, la realizzazione un po’ meno, considerando la quantità di letame in cui quasi quotidianamente scaviamo in cerca di qualcosa di decente.



Ecco, se c’è un motivo per apprezzare la terza stagione di Stranger Things, è che mantiene quello che promette. E considerando che prometteva un sacco di roba, il fatto che l’abbia mantenuta praticamente tutta è una roba da applausi veri.
Il Villa aveva già fatto in anteprima una disamina iniziale e non spoilerosa dei primi episodi. Avendoli ora visti tutti, possiamo confermare serenamente che Stranger Things non solo non ha perso colpi, ma ha addirittura riguadagnato punti dopo una seconda stagione certamente godibile, ma in cui la quasi totale divisione fra Eleven (costretta a nascondersi con Hopper) e i suoi amici era sembrata almeno in parte azzardata, visto che proprio nel rapporto fra la giovane eroina coi superpoteri e i ragazzetti sfigatelli che l’accoglievano nel gruppo, erano nate le cose migliori della prima stagione.

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Tante promesse mantenute, si diceva. Perché gli esempi che si facevano sopra (comicità che fa ridere, horror che fa paura ecc) in Stranger Things ci sono tutti. Come al solito, i fratelli Duffer partono dalla voglia di rievocare gli anni Ottanta, il loro immaginario e le loro narrazioni, e ancora una volta riempiono la loro creatura di citazioni più o meno esplicite che fanno venire il magone a tutti i millenials (la mia preferita, forse, è la caratterizzazione del russo nemico di Hopper come se fosse il primo Terminator di Arnold Schwarzenegger: si muove, spara, scruta e parla come lui). Ma oltre all’inevitabile gioco citazionistico, gli autori non dimenticano di costruire una storia che funziona, che mescola molti generi diversi, e che ricalca certe strutture della cinematografia che tanto omaggia, ma che trova anche spazio per affrontare temi appartenenti a un dibattito più recente (il femminismo, l’omosessualità).

Stranger Things piace e continua piacere perché c’è dentro tutto, ma soprattutto perché le diverse parti che compongono quel tutto sono legate da un equilibrio costante: in Stranger Things si ride, ci si spaventa, ci si intenerisce, si piange. Ma nessuno di questi sentimenti prevarica l’altro: nessuna gag comica diventa così asfissiante da soffocare la commozione successiva; nessun salto sulla sedia deborda in modo tale da rendere inutile o sgradito l’alleggerimento commedioso che lo segue; nessuna morte (su tutti quella di Hopper) viene sporcata da un tono incerto che non sappia quando fermare le risate per dare spazio al sentimento.

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La terza stagione di Stranger Things è tutta così, un continuo cambio di tono che salta con precisione chirurgica dalle baruffe fra amici alle urla dolorose di Eleven, dagli intermezzi comici della piccola, fenomenale Erica, alla vaga tensione romantica fra Joyce e Hopper.
Il tutto è tenuto insieme da una trama che va via liscia come l’olio, e che prende una decisione molto netta ma alla fine vincente: sacrifica una buona dose di originalità in nome del funzionamento complessivo del meccanismo. Perché non è solo questione di non aver introdotto nuovi mondi o nemici (siamo ancora a parlare delle stesse entità malvagie che Eleven aveva teoricamente scacciato nella seconda stagione), ma piuttosto di preferire la progressione senza intoppi della storia alla necessità di sconvolgerla solo per creare sorprese.

In questo i Duffer sono rimasti assolutamente coerenti: proprio come i film anni Ottanta a cui si ispira, Stranger Things non punta a mostrare sviluppi che non ti aspetti, e preferisce condurti per mano in una storia che più o meno sai come finirà, ma vuoi vivere lo stesso. Un po’ lo stesso piacere che da bambini provavamo a inscenare storie e avventure con i nostri amici di cui conoscevamo perfettamente la conclusione, senza che questo togliesse alcunché al piacere del viaggio.

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Dal punto di vista della scrittura, che tanto viene lodata in questi giorni, l’elemento chiave di questo processo è la ferma volontà di non lasciare indietro neanche un pezzo. In sostanza è il principio drammaturgico noto come “pistola di Checov”, in onore del famoso autore russo che riassunse la faccenda con un semplicissimo “se in un romanzo compare una pistola, bisogna che spari”.
La terza stagione di
Stranger Things è praticamente una continua applicazione di quel principio, perché non c’è personaggio, oggetto di scena o frase, che arrivi e rimanga appeso nel vuoto. Non solo: proprio questa continua rete di rimandi interni, in cui ogni singolo elemento ha una sua storia che inizia e finisce, è anche lo strumento con cui legare le diverse anime dello show.

Un esempio banale sono le armi: pensiamo ai fuochi d’artificio con cui i nostri combattono il mostrone, o il bastone elettrico recuperato da Erica con cui Dustin affronta i russi. Sono entrambe armi che nascono in un contesto comico, legate a battute di spirito, ma che poi diventano elementi dell’avventura e dell’azione. In entrambi i casi, ascoltare Lucas parlare dei fuochi o vedere Erica presentarsi col bastone dice una sola cosa: “questi due oggetti verranno usati per combattere”. Ma questa semplice consapevolezza, per di più in una serie che si ispira a un cinema che della famosa regola di Checov faceva tesoro quasi sempre, non ci trasmette alcun fastidio da spoiler, ci serve anzi per apprezzare l’ordine generale della struttura e la comodità rassicurante con cui la storia viene raccontata.

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Ed è sempre la stessa regola che, in realtà, crea tanta parte della suspense e delle emozioni: le due morti del finale, quella di Alexei e quella di Hopper, possono essere entrambe ampiamente previste proprio perché di esse si parla spesso, in modo più o meno velato. Ma se anche arriviamo al momento fatidico sapendo in cuor nostro che sarebbe arrivato, nulla toglie all’emozione di viverlo, che di certo non nasce solo dalla sorpresa, ma anche dalla capacità di inserire quegli eventi nel momento giusto, con gli attori che si comportano in un certo modo, con uno sviluppo dei personaggi tale per cui la loro dipartita non arriva né troppo tardi né troppo presto, dandoci il senso della perdita ma anche quello di una crescita.

Hopper in particolare è uno dei personaggi a cui viene dedicato il percorso di crescita più intenso e significativo: all’inizio stronzo, paranoico e pure bruttarello da vedere, e poi sempre più smussato ed eroico, fino al suo momento di gloria che non è la sconfitta del russo e l’esplosione, bensì la lettera finalmente accorata e sensibile lasciata in eredità a Eleven. (Che poi non sono nemmeno certo che sia morto, visto che alla fine, quando i russi scelgono un prigioniero da dare in pasto al demogorgone, passano davanti a una cella abitata da un “americano” di cui non sappiamo niente).

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Ma se parliamo di sviluppo dei personaggi ci sarebbe ancora tanto da dire: l’amore puro e semplice di Dustin per Suzie, suggellato dal tema musicale de La Storia Infinita che in quel momento è una roba da applausi lacrime; l’amicizia fra Eleven e Max, sacrificata nella stagione passata in nome di una rivalità un po’ stucchevole che ora non serve più; il percorso breve ma intenso e tenero con cui Steven viene a sapere dell’omosessualità di Robin; l’accenno alla possibilità che anche Will possa seguire lo stesso percorso, lui che era il “rapito” della prima stagione, e che in questa trova temi tutti suoi legati al senso di abbandono da parte degli amici e, come detto, forse anche a nuovi lati di sé da scoprire.
Insomma, tanta tanta carne al fuoco. Una serie corale davvero, in cui praticamente tutti i personaggi hanno le loro sfumature e i loro percorsi, in cui si provano emozioni diversissime nel giro di pochi minuti, e che in otto episodi della terza stagione lascia l’impressione di aver visto un prodotto solido, completo, ricchissimo, fintamente “banale”, ma in realtà capace di toccare con abilità una miriade di corde diverse.

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Vogliamo cercare il pelo nell’uovo? Come detto, forse si può considerare fin troppo comoda la scelta di non allontanarsi un minimo dai problemi soprannaturali della scorsa stagione (anche se il mostro “tutto organi-pelle-ossa” non è male per niente), e alcune situazioni qui e là sono ripetute troppo spesso: mi riferisco per esempio alla quantità di volte in cui informazioni preziose vengono estorte a questo o quel personaggio con la forza. Hopper sembra che debba menare veramente chiunque per ottenere ciò che vuole, ed è forse l’unico elemento un po’ adulto e violento che mi è sembrato troppo forte rispetto al resto.
Sono convinto, peraltro, che fra i difetti della stagione Joyce metterebbe il fatto che qualunque uomo a cui si avvicina muore male. Ci credo bene che alla fine se ne vuole andare, è un attimo che Jessica Fletcher arriva a prendere appunti.
Resta il fatto che però, come detto all’inizio, la terza stagione di Stranger Things mantiene tutto quello che promette: fa ridere, spaventa, appassiona, commuove.
In una parola diverte, pure tanto. Ed era esattamente ciò che volevamo.

 

PS Scrivere una recensione come questa è difficile perché, con Stranger Things, si vorrebbe parlare per tre ore, analizzando ogni dettaglio. La cura nel rendere lo Starcourt una specie di Isola Che Non C’è in cui tutto può succedere (mostri che entrano del soffitto, sovietici nascosti sotto il pavimento…). La bellezza e il carisma di Maya Hawke, figlia di Uma Thurman e Ethan Hawke, già diventata attrice di piccolo culto. L’irritante bravura di Brett Gelman, caratterista fra i migliori della serialità americana contemporanea. L’uso sapiente degli effetti speciali per realizzare il Mind Flyer, che è talmente caotico nella sua organicità, da mascherare le pecche di una computer grafica sicuramente buona, ma non a livello dei draghi di Game of Thrones. E basta dai, avete capito il concetto.



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