5 Luglio 2022

La quarta stagione di Stranger Things e il problema del tempo effettivo di Marco Villa

La quarta stagione di Stranger Things è un po’ come una partita di calcio: ci sono i 90 minuti e poi c’è il tempo effettivo. E il tempo effettivo è troppo basso.

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L’unico dato di fatto incontrovertibile è che Stranger Things ha segnato il proprio tempo. È la serie Netflix più iconica, che è riuscita a imporsi e poi a mantenere altissimo negli anni un livello di hype che è cosa rara nel nostro presente, in un’economia dell’attenzione che ha domanda e offerta mai così volatili e instabili.

Detto questo, ribadita questa assoluta ovvietà, va anche detto che Stranger Things è riuscita a restare importante nonostante i propri limiti intrinseci. Ovvero: il grande pregio di assistere alla crescita degli interpreti che diventa alla lunga un boomerang perché non riesci più a credere alla finzione, colpa anche di una pandemia che ha ritardato il piano di uscita della serie. E qui arriviamo al presente, a una quarta stagione attesissima per quanto l’abbiamo aspettata, ma anche debole come mai prima, impegnata nell’equilibrismo di rilanciare e conservare allo stesso tempo, con l’orizzonte chiaro della stagione finale a dettare tempi e sviluppi.

Dopo il dittico delle prime due stagioni, la terza di Stranger Things era necessariamente una ripartenza, che settava nuovi legami ed esplorava l’esplosione dell’adolescenza. La quarta, quindi, sarebbe dovuta essere la stagione dello slancio, in grado di proiettare la serie in una sorta di nuovo mondo. La consapevolezza di essere la penultima stagione, però, l’ha schiacciata su se stessa, costruendosi su un solo grande snodo e girando in tondo come mai prima d’ora.

Il grande snodo è chiaro: lo svelamento che c’è un solo grande antagonista dietro a tutto ciò che abbiamo visto finora. Non solo, che quel grande antagonista è una sorta di gemello cattivo di Eleven, chiudendo un cerchio nel più compiuto dei modi. Non essendo mai stata introdotta prima ed essendo legata a uno sviluppo così importante, questa storyline ha richiesto un tempo altrettanto importante, mettendo però in crisi l’impianto dell’intera stagione, che ha avuto enormi problemi di ritmo.

Nel calcio, le partite durano 90 minuti, ma il tempo di gioco effettivo, quello in cui la palla si muove, è di gran lunga inferiore. Per la quarta stagione di Stranger Things è lo stesso: a conti fatti, quasi metà del tempo trascorre assistendo a scene che scivolano via, che si concentrano su una contestualizzazione che suona spesso pleonastica. Tutto questo è evidente nella prima parte di stagione, in quei sette episodi che sarebbero serenamente potuti essere tre, ma è ancora più chiara nei due finali. Dopo una prima parte di stagione che si è presa tutto il tempo possibile, l’ottavo episodio non è una spinta verso il finale, ma una sorta di stasi, di pausa, in cui si procede con precisione burocratica a fare il punto a tutti i personaggi e alla relazioni che li toccano. 

A fine puntata, le cose si mettono in moto per poi bloccarsi di nuovo, “con nostro sommo sbigottimento”, all’inizio dell’episodio finale: orologio alla mano, ci sono 50 minuti di preparazione all’azione, un tempo che sarebbe bastato stato eccessivo anche per la presentazione ex novo dei personaggi di un film, ma che qui suona davvero come un esasperante tentativo di allungare tutto all’estremo. Non va diversamente nel finale con un’altra mezz’ora di riconciliazioni e – di nuovo – riepilogo di personaggi & relazioni.

Arrivando in fondo a questo rendiconto del tempo buttato, non si può non citare tutta la storyline sovietica, forse l’esempio massimo del girare in tondo, una storyline che non ha mai dato allo spettatore il timore di finire male, che ha avuto il solo merito di riportare sullo schermo un demogorgon in ottima forma, ma che ha occupato una quantità di tempo davvero imponente. E qui torniamo all’inizio, ovvero alla necessità di creare contrappesi per poter raccontare il lungo flashback di Eleven, che è allo stesso tempo il racconto del mito fondativo di tutta la serie. 

In questi anni abbiamo visto tantissime serie stiracchiate, espanse ai limiti del possibile per trattenere pubblico sulle piattaforme e accumulare ore di visione. Per tutta una serie di motivi, a cui va aggiunto ovviamente il marketing, anche Stranger Things si è ritrovata intrappolata in questa tendenza. La bella notizia è che non si è snaturata, ma è rimasta del tutto fedele a se stessa: ha pagato in termini di efficacia e di compattezza, ma c’è un’ultima stagione per chiudere con il botto. Con una preghiera: un episodio lungo non è sinonimo di televisione di qualità. Le due ore e venti del finale non sono una medaglia da appuntarsi al petto. I fratelli Duffer sanno fare ottima televisione, ne hanno fatta tanta e continueranno a farla. A proposito, io non vedo l’ora di scoprire quale sarà il loro futuro dopo Stranger Things.



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