24 Luglio 2019 3 commenti

Leila – Netflix e la versione indiana di The Handmaid’s Tale di Marco Villa

Un futuro distopico, un regime autoritario che schiaccia le donne: dall’India arriva Leila

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Continua la nostra esplorazione delle serie Netflix che non arrivano dai paesi anglosassoni o europei. Dopo esserci buttati con Deep Streaming in un mondo che forse avremmo preferito non conoscere, oggi torniamo sui binari del “non avrei mai pensato di, e invece”. Il titolo di oggi è Leila, un originale Netflix che possiamo presentare in versione iper sintetica come la versione indiana di The Handmaid’s Tale.



Leila – disponibile su Netflix in tutto il mondo dal 14 giugno – è una serie tratta dal libro omonimo di Prayaag Akbar e ha una caratteristica davvero non comune, di questi tempi: è ambientata in un futuro distopico, intorno al 2040. Oh yeah, che idea innovativa. In questo caso si tratta di un’India portata oltre l’orlo del collasso da una terribile mancanza d’acqua, diventata il bene più prezioso. Questo mondo disperato ha portato al potere un regime iper-totalitario, che ha diviso l’India in zone separate da muri. Si tratta di divisioni molto rigide, che impediscono i contatti e le interazioni e per questo motivo sono stati messi al bando anche i matrimoni misti, ovvero quelli tra persone di comunità differenti, siano esse religiose o di censo.

Risultato: una sorta di polizia politica fa in modo che queste coppie vengano separate, i loro figli sottratti e le donne mandate in centri di rieducazione. Tutta la prima puntata di Leila ruota intorno a uno di questi centri, per l’esattezza quello dove viene mandata Shalini dopo essere stata sequestrata da casa sua e dopo che il marito è stato ammazzato. Questi centri sono dei luoghi di tortura psicologica e fisica e hanno l’obiettivo di rieducare le donne, facendo dimenticare loro il passato e rendendole delle cittadine modello, pronte per affrontare un test di purezza che ne sancirà la riabilitazione. Chi non dovesse invece superare il test, sarà destinato ai lavori forzati.

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Come detto in apertura, non siamo lontanissimi dal mondo di The Handmaid’s Tale, per quanto il discorso politico e di genere del libro di Margaret Atwood e della serie di Hulu sia estremamente più sottile e curato. Leila sembra invece un gioco al massacro: nella prima puntata vengono messe in fila atrocità su atrocità fatte patire alle donne del centro, da punizioni bizzarre come rotolarsi nello sporco, fino a farle “sposare” con cani o sottrarre loro i figli infilandoli in trasportini da animali. Il tutto senza dare un peso alla trama vera e propria. Risultato: 50 minuti di angherie che sanno tanto di sadismo e che finiscono per far emergere il collegamento proprio con uno degli aspetti più criticati di The Handmaid’s Tale.

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Al termine della prima puntata, la serie cambia radicalmente direzione, con Shalini che riesce a fuggire e si mette alla ricerca della figlia Leila. Probabilmente dai prossimi episodi si capirà di più del mondo raccontato, ma il tono dello show ormai è fissato: viene difficile pensare si possa assistere a un racconto più equilibrato ed è un peccato che non venga voglia di proseguire, perché dal punto di vista visivo l’impostazione è asciutta ed essenziale, da tipico film da festival. Però davvero: troppo sadismo gratuito.

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