11 Febbraio 2020

Deadwater Fell – Peccato per il finale di Marco Villa

Deadwater Fell arriva al finale, che smorza un po’ troppo tensione e aspettative dopo tre episodi costruiti con grande drammaticità

Gli appassionati del genere crime sanno dove cercare le serie che possono diventare chicche. Il posto è uno e uno solo: l’Inghilterra. Nel corso degli ultimi anni i network inglesi si sono in qualche modo specializzati in prodotti di altissima qualità, che condensano in poche puntate una trama compatta e implacabile. Risultato: storie convincenti, personaggi forti, interpreti che restano nella memoria (e magari fanno il grande salto). Dopo aver visto il primo episodio, era chiaro che Deadwater Fell avesse messo la spunta a tutta questa checklist. Almeno fino al gran finale, dove la serie rallenta in modo imprevisto e lascia un po’ di amaro in bocca.

Facciamo un breve passo indietro: come raccontato in occasione del primo episodio, Deadwater Fell muove da una tragedia, raccontata in modo molto drammatico. La morte di una madre e delle tre bambine, uccise da un’iniezione letale e quasi bruciate nell’incendio della loro casa. Si salva solo Tom, il padre, interpretato da David Tennant: al risveglio, è lui a indirizzare i sospetti sulla moglie, a causa dei problemi di depressione che aveva manifestato nel tempo. Lei diventa il perfetto colpevole e il caso sembra chiuso. La polizia inizia però a scavare e salta fuori che Tom schiacciava la moglie, in un rapporto violento e coercitivo. Da lì tutto si ribalta ed è lo stesso Tom a finire sul banco degli imputati, fino a quando una testimonianza raccolta in modo poco ortodosso (eufemismo) non finisce per scagionarlo. Ed è questo il punto in cui inizia il quarto e ultimo episodio.

Raccontare Deadwater Fell solo dal punto di vista investigativo sarebbe però riduttivo: nella serie, la dimensione pubblica e quella privata si intersecano in profondità. Siamo in un paesino della Scozia: tutti si conoscono e chi conduce l’indagine è anche uno dei migliori amici dell’accusato. Il fatto che l’accusato abbia fatto sesso con sua moglie non semplifica le cose. Questo intreccio allarga il respiro della serie e aumenta il livello di tensione, che non è più solo quello tipico delle serie poliziesche, ma ha anche le venature del dramma. 



Questa costruzione narrativa si incastra piuttosto bene per tre episodi, ma si affloscia nel finale. Il genere crime ha regole che sono semplici da seguire e difficili da eludere e una di queste contempla una rivelazione finale. Può essere grande o piccola, ma è necessaria, a meno che non si tratti di un’opera (audiovisiva o letterale, poco conta) che vuole giocare con i meccanismi del genere stesso. Non è questo il caso e così, quando si arriva al finale si resta delusi, perché di fatto conferma quanto già sapevamo dal primo episodio. Nel corso delle puntate centrali, infatti, la colpevolezza di Tom nella testa dello spettatore non viene mai messa in dubbio: c’è il rischio che la faccia franca per gli errori di Steve, ma in fondo è una possibilità che non appare mai del tutto concreta. 

Arrivata alla fine, Deadwater Fell abbandona il genere crime e sposa del tutto il drama: c’è la risoluzione dei conflitti tra Steve e la moglie Jess, così come tra Tom e sua madre, ma il filone investigativo finisce per essere lasciato indietro, facendo vacillare quell’equlibrio che reggeva proprio grazie al reciproco sostegno di queste due parti. Non è un colpo tale da affossare la serie, ma di sicuro la depotenzia e la toglie dal novero di quelle chicche assolute della produzione inglese che tanto ci piace guardare e segnalare. Rimane una buona serie, che sarebbe potuta essere molto più grande.



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