26 Marzo 2020

The English Game: su Netflix il calcio degli albori, dal creatore di Downton Abbey di Diego Castelli

Quando ho sentito per la prima volta che su Netflix sarebbe arrivata una serie di Julian Fellows dedicata agli albori del calcio in Inghilterra, la prima cosa che mi è venuta in mente è Lady Violet di Downton Abbey (di cui Fellows è creatore) che si chiede quale sia il senso di guardare questi ventidue signori in pigiamino che si accalcano intorno a una sfera di cuoio.
Evidentemente, però, non è tutto qui, perché The English Game racconta anche qualcosa in più.

Siamo nel 1879, poco più di trent’anni dopo la storica riunione tenutasi a Cambridge durante la quale, presenti rappresentanti di vari college e scuole inglesi, vennero messe per iscritto le principali regole del calcio moderno. A questa riunione parteciparono anche rappresentati dell’Eton College, i cui vicini discendenti sono fra i protagonisti di questa miniserie. Arthur Kinnaird è infatti il figlio di un lord, con affari nel campo della produzione di tessuti, che ama praticare il calcio nella forma allora considerata usuale, cioè uno sport per le élite, che rappresentavano la maggior parte delle squadre impegnate nella già famosa FA Cup, nonché i vincitori storici della competizione.
A partecipare alla coppa, però, ci sono anche squadre popolari, composte da semplici operai che di solito non arrivano molto avanti e vengono eliminati subito (anche perché assai meno nutriti e allenati degli avversari di sangue blu). Questa volta, però, sembra esserci la possibilità di qualche novità: James Walsh, il padrone di una fabbrica di cotone a Darwen, che per passione supporta l’unica squadra locale composta dagli stessi operai che lavorano per lui, ingaggia due giocatori scozzesi, Jimmy Love e soprattutto Fergus Suter (contravvenendo alle regole che imponevano ai giocatori di non ricevere denaro per giocare). Suter è calciatore talentuoso e strategicamente intelligente, e diventa presto capitano della squadra, instaurando con gli etoniani di Kinnaird un’accesa rivalità che va ben oltre il semplice fatto sportivo.

E qui entra in gioco tutto il resto. Perché sì, The English Game è una miniserie storicamente accurata che si occupa del calcio inglese delle origini, ma anche una storia di come il pallone divenne insieme strumento e simbolo di un avvicinamento progressivo delle classi, di un dialogo fra opposti che prima di esso non sarebbe stato possibile.
Julian Fellows, si sa, ha una passione specifica per le storie in costume e per le dinamiche fra classi sociali differenti, che erano il cuore della narrazione di Downton Abbey e che sono tornate in varia forma anche nella recentissima Belgravia. The English Game in questo non fa eccezione, perché molto spazio viene dedicato al racconto delle tensioni fra una nobiltà arroccata sui propri privilegi, spesso sprezzante e menefreghista nei confronti delle classi subalterne, e un popolo vessato e quotidianamente alla canna del gas, ma sempre meno disposto a lasciar correre.
In questo scenario, il calcio smette di essere un semplice passatempo e diventa da una parte riferimento identitario, cioè collante all’interno di una comunità, e dall’altra parte un ponte attraverso cui far parlare mondi altrimenti troppo distanti, perché si può essere diversissimi e perfino nemici nella vita reale, ma sul campo da calcio ci si veste più o meno tutti uguali e si diventa semplicemente avversari.



Detta così è probabilmente più zuccherosa di quanto non sia. Oddio, Fellows e gli altri creatori della serie (Tony Charles e Oliver Cotton) non disdegnano momenti di epica sportiva abbastanza “facile”: grandi rimonte, tattiche geniali, vittorie all’ultimo secondo, momenti di riscatto, compagni che arrivano sul campo all’ultimo minuto pronti a dare tutto, e via dicendo, insomma tutti gli elementi che da sempre infarciscono la narrazione sportiva. Ciò non toglie, però, che il respiro sia sempre mantenuto abbastanza ampio, per trasformare il calcio in un ingranaggio inserito in un meccanismo più grande, e per dare una qualche spiegazione a quella che è tuttora una passione viscerale fra gli inglesi: perché non è solo questione di sport e passatempo, ma di simboli, di comunità, di aggregazione, di messa in scena non-violenta di battaglie che in qualche modo e in qualche forma vanno comunque combattute. Cioè tutto quello che solitamente le persone non appassionate di calcio non riescono proprio ad associare al gioco in sé.

Il risultato è una narrazione che tocca tante corde diverse, che costruisce un pantheon variegato di personaggi, e che riesce a emozionare dove deve, sia nel raccontare le storie private dei protagonisti, segnate dalle mille difficoltà di quel tempo, sia nel mostrare la capacità della passione sportiva di contribuire a cambiare la percezione del mondo, specie in qualche elemento delle classi abbienti.
Paradossalmente, come a volte accade in questi casi, a scocciarsi potrebbero essere proprio quelli che speravano in una storia totalmente ed esclusivamente sportiva, che The English Game non è nemmeno nelle intenzioni. Ma a parte questo potenziale equivoco, resta un bel prodotto fatto e finito, che scorre via semplice e lascia buone sensazioni.
Non ha probabilmente la raffinatezza e la densità di Downton (certi cambi di scena e di tono appaiono un po’ giustapposti, forse a causa di un numero di episodi più esiguo rispetto al’abitudine di Fellows), e non possiede nemmeno la drammaticità esplosiva del pilot di Belgravia, ma resta una storia meritevole di essere conosciuta.

Perché seguire The English Game: perché è una miniserie interessante dal punto di vista storico, e scritta in modo semplice e accattivante.
Perché mollare The English Game: perché il calcio non vi interessa neanche in questa forma un po’ “indiretta”, e perché non accettate da Julian Fellows niente che sia sotto il livello di Downton Abbey.



CORRELATI