2 Aprile 2020

The Letter for the King: un fantasy medievale appena sufficiente di Diego Castelli

Con The Letter of The King Netflix punta all’avventura per ragazzi, ma la serie sembra deboluccia anche in quell’ottica lì

Dunque, giusto per essere chiari: sono riuscito a guardare due episodi di The Letter for The King prima di decidere di impegnare i 40 minuti successivi ad accarezzare i gatti. Il che significa che non posso sapere se la serie diventa una capolavoro al terzo episodio. Posso però dirvi che nei primi due non lo è.

Creata da Will Davies a partire dall’omonimo romanzo della scrittrice olandese Tonke Dragt (datato 1962), The Letter of The King racconta di un ragazzo giovane e mingherlino, Tiuri, che vive in un mondo medievale segnato dalla millenaria faida fra tre regni. Tiuri è figlio adottivo di un cavaliere che prese lui e sua madre quando Tiuri era ancora molto piccolo, fregandosene della gente che lo guardava male e allevando il bambino come se fosse suo. Ora, però, Tiuri dovrebbe diventare cavaliere, cosa per la quale non è affatto portato, essendo fisicamente debole, troppo gentile, e poco adatto al combattimento. Una sera, durante una cerimonia di iniziazione in cui lui e diversi compagni dovrebbero rimanere da soli in una cappella/cripta piuttosto lugubre, Tiuri rompe la tradizione ed esce dalla stanza per soccorrere un vecchio venuto a chiedere aiuto. L’anzianotto è il braccio destro di un cavaliere che è stato ferito a morte e che, in mancanza di meglio, affida a Tiuri una lettera da consegnare al re di Unauwen. In gioco, manco a dirlo, c’è il destino di tutto il regno.

Ora, The Letter of The King è una serie dichiaratamente per ragazzi, e così andrebbe valutata, per quanto io possa fare fatica a farlo andando per i 40 e non avendo i capelli.
Il target è palese non solo nell’età e nell’aspetto del giovane protagonista, ma anche nel modo in cui la storia è raccontata: non c’è alcuno sforzo per staccarsi dal classico schema dell’eroe riluttante che riceve una missione teoricamente impossibile, ma che riesce a intraprendere e (immagino) superare, grazie alla sua determinazione e al suo senso del dovere. Lo stesso si può dire di alcuni elementi più di superficie, che non calcano mai troppo la mano: di violenza ce n’è, ma niente arti mozzati e sangue a fiumi, tutto molto edulcorato, e quando la sceneggiatura prova a essere ironica, lo fa quasi sempre nei termini di una comicità molto fisica (gente che cade da cavallo, goffaggini varie) o comunque assai immediata (la stupidità tipica dei ragazzotti viziati).



I temi, poi, sono quelli classici della letteratura/cinematografia per bambini o al massimo “young adult”: i rapporti familiari, i coetanei che ti trattano male ma forse poi diventerranno amici, la necessità di diventare grandi tutto d’un colpo, quando il mondo intorno a te decide che non può più permettersi che tu sia un pischello che vive nella bambagia. Senza contare, naturalmente, la più classica e accettata delle forzature di questo genere: il fatto cioè che a un ragazzino che sa appena cavalcare venga permesso di portare avanti una missione importantissima che, in una serie appena più realistica, gli verrebbe strappata di mano (nella forma della lettera, in questo caso) per affidarla a un bel soldatone cazzuto con un’armatura spessa tre centimetri.

Sono comunque tutti elementi con cui posso convivere serenamente. Cioè, non mi porterebbero a consigliare la serie a tutti quelli che conosco, però insomma, hanno senso all’interno del genere in cui sono inseriti.
Mi sembra però che The Letter for The King, anche nella sua nicchia giovanile, avrebbe potuto fare molto di più. Il protagonista, interpretato da Amir Wilson, ha il carisma di una pantofola, e spesso chiama gli schiaffi per quanto è babbeo. La storia è in teoria molto semplice, ma i nomi da mandare a memoria in fretta sono tantissimi, e confondono parecchio perché vengono dati per scontati dopo 15 minuti. I personaggi paiono agire, più che per carattere personale, in nome della funzione che devono svolgere in quel momento, e quindi li vediamo cambiare repentinamente approccio alle situazioni in base a cosa serve alla storia in ogni data scena (intendiamoci, ha senso che un personaggio mostri lati diversi di sé a seconda del contesto, ma qui siamo più dalle parti della schizofrenia).
Soprattutto, i primi due episodi sembrano segnati da un unico schema: Tiuri scappa veloce, viene catturato, si libera, scappa veloce, viene catturato, si libera e via così, sempre uguale. Va pure detto che le scene di inseguimento sono probabilmente le migliori della serie, che in esse dà sfoggio di maestosi paesaggioni e location di grande respiro e dettaglio. Però a conti fatti in questa serie non si fa altro che scappare da qualcuno, usando la famosa lettera come pretesto per un continuo tira e molla.

Più in generale, è difficile che The Letter for The King possa stupire granché chiunque abbia visto 4-5 fantasy medievali in vita sua: non c’è davvero niente di nuovo, e quello che è “tradizionale” lo è anche troppo, senza che si riesca a intravedere il tentativo di dare un’anima davvero personale al prodotto. Ecco, forse il tema vero è questo qui, e mi fa pensare a The Witcher: molti l’hanno amata, altri l’hanno detestata, ma The Witcher aveva (ha) un suo stile, una sua presenza, è da subito inconfondibile. The Letter for The King uno stile realmente suo non ce l’ha, e assomiglia troppo a tante altre cose.
Poi oh, sono sicuro che negli altri episodi – e lo si intuisce perfino dalle locandine – Tiuri e i suoi compagni riusciranno a trovare modo di fare squadra e di mettere nel sacco i cattivoni molto più armati e preparati di loro. E sono altrettanto certo che, qui e là, ci sarà modo di tifare per loro e provare un po’ di orgoglio.
Ma c’è troppa strada per arrivare fin lì, non mi va.

Perché seguire The Letter for The King: perché vi piace il fantasy e avete 11-12 anni.
Perché mollare The Letter for The King: perché in vita vostra avete già visto diversi film e serie fantasy medievali, molte delle quali meglio di questa.



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