13 Maggio 2020

Upload: per gli orfani di The Good Place (ma non bella come The Good Place) di Diego Castelli

Greg Daniels, creatore di Parks and Recreation, propone una comedy a sfondo fantascientifico che funziona a più livelli, ma a cui manca ancora qualcosina

Se siete amanti della commedia seriale, non potete non volere bene a Greg Daniels. Creatore di King of The Hill, co-ideatore della versione americana di The Office, padre di Parks and Recreation, Daniels è uno degli autori che più ci ha fatto ridere in questi anni, e che ci ha regalato alcuni fra i personaggi che da queste parti amiamo di più in assoluto.
Potete quindi immaginare l’entusiasmo nell’apprendere che maggio 2020 sarebbe stato il mese dell’arrivo di ben due nuove serie firmate dall’autore newyorkese: Upload per Amazon Prime Video, e Space Force per Netflix, dove si riproporrà il sodalizio con Steve Carell.
Space Force non l’abbiamo ancora vista, quindi ne riparliamo fra un po’, mentre Upload ce la siamo spupazzata in questi giorni.
Il giudizio? Vabbè un attimo, mamma che fretta…

Nel titolo abbiamo scritto che Upload può essere vista come una specie di erede di The Good Place, anche se forse dovremmo parlare di un incrocio fra la comedy di NBC e Black Mirror. Si parla infatti di paradiso e aldilà, ma non in una prospettiva mistico-spirituale, bensì molto concreta e tecnologica. Siamo poco oltre il 2030, e le tecnologie digitali hanno consentito l’impensabile: ora è possibile caricare (“upload”) la propria intera coscienza su un computer (tutti i ricordi, tutta la personalità, tutte le emozioni e l’intelligenza), così che l’avatar risultante possa vivere perennemente in un paradiso digitale senza più un pensiero al mondo.
In realtà, però, non è “proprio” così, perché questo paradiso ha un costo, pure parecchio elevato, e chi non lo può pagare ha solo due strade: morire e sparire come si è sempre fatto, oppure accontentarsi di un aldilà minore, più povero e spoglio, come un ostello di quart’ordine in confronto all’albergo di lusso che possono pagarsi i ricchi.
Ne sa qualcosa Nathan (Robbie Amell), un programmatore che stava cercando di lanciare una versione a buon mercato dei paradisi digitali, così da venire incontro alle esigenze delle fasce più povere di popolazione, e che si ritrova in un incidente mortale dopo il quale resta solo una scelta: rischiare un’operazione che potrebbe facilmente andare male, oppure farsi uploadare. Pressato dalla ricca fidanzata Ingrid (Allegra Edwards), Nathan decide per l’upload, e finisce parcheggiato in uno dei paradisi virtuali di maggior pregio, dove fa presto la conoscenza di Nora (Andy Allo), un “angelo” (così si chiamano gli impiegati addetti al benessere degli ospiti uploadati) che lo aiuterà ad ambientarsi e iniziare la sua nuova vita.
Non è tutto oro quello che luccica, però: primo perché adattarsi alla nuova esistenza non è così facile, e secondo perché Nathan si rende presto conto che qualcosa, nella sua morte, non torna del tutto.

Upload, come si è visto, tiene insieme almeno due anime diverse.
Da una parte la fantascienza legata al transumanesimo, alla digitalizzazione della coscienza e al desiderio di immortalità degli esseri umani, che abbiamo visto per esempio in Black Mirror nel famoso episodio “San Junipero”, ma che con altre sfumature abbiamo incontrato anche in altri prodotti recenti come Westworld o Devs.
Dall’altra, la commedia sull’aldilà, un tema/ambientazione sempre molto fecondo per gli autori di comicità, e che trova proprio in The Good Place il suo esempio più recente e più riuscito.



Con Upload, poi, Daniels crea un microcosmo in cui convivono esplicitamente diversi generi e ispirazioni: accanto alla fantascienza in versione “soft” (poco rigore scientifico e molta voglia di inventarsi tecnologie  pazzerelle) e alla commedia pura con tracce di splatter, troviamo anche una linea romantica molto marcata, una sfumatura di giallo e mystery legata alle circostanze della morte di Nathan, alcune riflessioni di carattere più filosofico (legate soprattutto al fatto che gli uploadati non sono esattamente le stesse persone di prima, sono simulazioni di quelle persone, che sono effettivamente morte sul tavolo dello scan) e un vistoso pizzico di critica sociale e politica, legata alle difficoltà di accesso all’upload da parte dei più poveri.
Sì perché quello di Upload è un futuro pieno di meraviglie tecnologiche, in cui quasi tutti desiderano farsi esplodere la testa dopo averla scannerizzata (il procedimento è un filino invasivo…), ma è anche un mondo in cui nulla è cambiato in termini di classi sociali e disuguaglianza. Un po’ come accade nella sanità americana di oggi (ma mica solo americana), se non hai i soldi non può accedere all’upload o, se anche ci arrivi, sei legato alle stanzette vuote e grigie di chi è costretto a vivere con solo due giga al mese.

Insomma, è una serie dalle diverse anime, che si presenta allo spettatore soprattutto con la sua colorata creatività: nel disegnare l’aldilà digitale, Daniels & Co. danno fondo a tutta la loro immaginazione, costruendo vite artificiali di teorica perfezione (paesaggi bucolici, ozio e svago perenni, nessun dolore o preoccupazione) in cui però spuntano limiti sempre più evidenti, discendenti di certe frustrazioni che tutti viviamo nella nostra quotidianità tecnologica, come camerieri virtuali non proprio impeccabili, un’assistenza al cliente a volte lacunosa, strane e terrificanti tute con cui i vivi possono interagire con gli uploadati, svariati problemi di connessione e via dicendo.

L’operazione, nel complesso, funziona bene, proprio perché tutti i pezzi del puzzle sono incastrati con cura, non ci si perde niente, e non c’è fisicamente il tempo di annoiarsi. Nella prima stagione di Upload succedono un sacco di cose, e non è difficile trovare uno o più posti dove mettere il cuoricino: ci si diverte a conoscere tutti i curiosi dettagli di questo buffo aldilà digitale; ci si interroga su cosa faremmo noi se potessimo usufruire di una tecnologia simile; ci si strugge volentieri nel triangolo amoroso fra Nathan (il figaccione che deve imparare delle cose dalla sua oltre-vita), Nora (la sognatrice con un cuore grande così) e Ingrid (la fidanzata ricca e snob ma non priva di sentimenti sinceri). C’è pure un bel cliffhanger di quelli gustosi nell’ultimo episodio, e la sensazione di aver visto dieci puntate belle piene, che lasciano soddisfazione.

Ci sono però almeno un paio di ombre, nemmeno piccole. Da una parte, Upload non è una serie “dirompente”, che è un concetto sempre complicato da descrivere senza essere banali. Ma è difficile dirla in altro modo: sarà che alcuni temi sono già stati toccati da serie precedenti, sarà che forse la carne al fuoco è perfino troppa per essere tutta trattata con lo stesso approfondimento, fatto sta che la prima stagione di Upload non riesce a lasciare un segno “così” forte. Trovo difficile non volerle bene, ma al momento le manca l’originalità e il carisma necessari a farci spalancare gli occhi dicendo “oddio ma cosa diavolo sto vedendo, mica me l’aspettavo”, cosa che invece succedeva con The Good Place.

E la seconda ombra, certamente collegata alla prima, riguarda il fatto che Daniels ci aveva finora abituato a comedy molto corali in cui, in termini di personaggi fichissimi, c’era solo l’imbarazzo della scelta. Se pensiamo a Parks and Recreation, la mia favorita fra le sue, dovunque ci girassimo c’era qualcuno da amare alla follia: Ron Swanson, April, Andy, Tom, Donna, Jerry, Ben, la stessa insopportabile e adorabile Leslie. Tutti personaggi a loro modo iconici, impossibili da dimenticare, per comicità, per satira, per tenerezza, per bravura degli interpreti.
Con Upload, al momento, non ci va di lusso allo stesso modo. Il protagonista funziona quando deve essere tenero e carino, ma in termini di comicità pura è poca roba. Intorno a lui ci sono figure che effettivamente sembrano voler diventare dei “fan favorite”, senza però riuscirci, come Luke (Kevin Bigley), nuovo amico di Nathan in paradiso, o Aleesha (Zainab Johnson), stramba collega di Nora. Si fa riconoscere un po’ di più Lucy (Andrea Rosen), capa di Nora e prototipo del capufficio odioso e intransigente ai limiti della follia, ma è un po’ pochino.

Upload, insomma, ha una cornice che funziona e un po’ di buone storie e dettagli con cui riempirla, ma le manca l’elemento comunque decisivo dei personaggi indimenticabili.
Vedremo se la seconda stagione saprà migliorare su questo paio di punti che al momento la tengono distante dalla vera grandezza. Al momento, comunque, una commedia curiosa e creativa che si guarda volentieri, e che ha ancora margini di crescita.

Perché seguire Upload: per la ricchezza del mondo raccontato, e per la capacità di toccare con abilità generi diversi.
Perché mollare Upload: al momento le mancano i personaggi indimenticabili che Greg Daniels era riuscito a creare in altre sue serie precedenti.



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