11 Giugno 2020

Curon – Netflix: non ci siamo ancora di Marco Villa

Dopo Luna Nera, Curon è un’altra scommessa della serialità italiana targata Netflix. Purtroppo, nemmeno questa è vinta.

Per parlare di Curon, facciamo prima un passo indietro. Qualche anno fa, il cinema italiano esultava: “Abbiamo ricominciato a fare i film di genere! E li sappiamo fare!”. Esclamazione di giubilo dovuta a film come Jeeg Robot d’Acciaio di Gabriele Mainetti, Veloce come il vento di Matteo Rovere e la saga di Smetto quando voglio di Sidney Sibilia. Poi sappiamo bene come sono andate le cose: i tre registi in questione hanno continuato sulla loro strada, ma non c’è stata una rivoluzione complessiva. Normale che sia così, al di là del comprensibile slancio di giornalisti e addetti ai lavori.

Per quanto riguarda la serie tv, il discorso è diverso: se guardiamo alla fiction da generalista, abbiamo decenni di esperienza di polizieschi di ogni tipo, dai carabinieri ai preti, con qualche punta di estrema qualità. Ma di altri generi nemmeno a parlarne, a parte qualche rara sortita nel mistero. Quando Netflix ha iniziato a produrre contenuti originali anche in Italia, tutti si sono un po’ lamentati del fatto che si partisse con un titolo come Suburra, ovvero la narrazione di un gruppo di criminali, un tipo di storia tutt’altro che inesplorata (non serve citare Gomorra, vero?). Nel frattempo, negli altri paesi iniziavano a fiorire progetti che – senza entrare in meriti qualitativi – avevano il tratto comune del buttarsi in racconti di mistero, con forti venature soprannaturali. Giusto per citarne due: la danese The Rain e la tedesca Dark. Grande giubilo, quindi, quanto viene annunciato il progetto di Luna Nera, una storia in costume sulla stregoneria. Sappiamo tutti com’è andata a finire, con quel cortocircuito di hype indotto che ha portato in altissimo le aspettative e ha poi sprofondato la serie senza alcuna speranza di salvezza. Curon arriva in questo contesto: molto più low profile di Luna Nera, ma sempre con addosso il bollino del “dai che proviamo a fare qualcosa di diverso da gente che indaga”. Tutta questo intro per contestualizzare (è la parola della settimana, del resto) e spiegare che le aspettative per Curon non erano quelle di Luna Nera, ma la serie non riesce comunque a soddisfarle.

Curon è una serie creata e scritta da Ezio Abbate, Ivano Fachin, Giovanni Galassi e Tommaso Matano, con la regia dei sette episodi divisa tra Fabio Mollo (primi 4) e Lyda Patitucci (ultimi 3). Il titolo della serie è anche il nome del paesino in cui è ambientata, un centro da 2000 anime in Alto Adige, a due passi dal confine austriaco. Se il nome non vi dice niente, sarete di sicuro incappati su Instagram in qualche foto di un campanile che spunta da un lago: ecco, quella è Curon, o meglio la vecchia Curon, finita a mollo nell’acqua negli anni ‘50, per la decisione di creare un bacino artificiale. Gli abitanti vennero fatti sloggiare e accolti in una nuova Curon, che si affaccia proprio su quel lago. Un paese doppio, con una storia traumatica alle spalle, e che è il motore di tutta la storia. 



Al centro ci sono due gemelli, Daria e Mauro (Margherita Morchio e Federico Russo), catapultati a Curon dopo che la mamma (Valeria Bilello) ha lasciato Milano per tornare al suo paese d’origine, da cui era scappata dopo la morte violenta della madre. Qui trovano il nonno (Luca Lionello) e un sacco di gente che non li vorrebbe vedere nemmeno a un km di distanza: la famiglia è odiata da sempre da tutto il paese e quella storia della mamma uccisa non è mai stata chiarita. La prima a dover chiarire le cose è proprio il personaggio di Bilello, ma anche i ragazzi vengono trascinati in una situazione piena di misteri e dai risvolti horror. Il fatto che ci sia un paese sommerso dall’acqua ovviamente non è solo una questione di location instagrammabile, ma anche parte della vicenda: dal lago possono infatti uscire delle sorte di replicanti che incarnano la parte malvagia degli abitanti di Curon.

L’horror soprannaturale di provincia è servito e gli ingredienti sono tutti buoni, almeno sulla carta. La resa, invece, è un altro discorso. Il primo episodio di Curon è molto deludente: bloccato nella scrittura, ingessato nella recitazione, senza guizzi registici (anzi). Gli episodi successivi scivolano meglio, soprattutto grazie all’ottima alchimia che si crea tra Margherita Morchio e Federico Russo, ma la serie non può dirsi riuscita. Ci sono tutti gli elementi per un bel racconto di genere, ma è come se tutto restasse slegato, per una scrittura troppo meccanica e una recitazione in alcuni casi del tutto fuori contesto. Quando queste due caratteristiche si uniscono, si raggiunge l’apice, come nel caso del personaggio del nonno dei ragazzi. Per concludere, Curon non è Luna Nera, per fortuna, ma è ancora lontanissima da quella Les Revenants che sembra essere il modello di autori e registi. La strada verso una serialità italiana di genere e di alto livello sembra ancora lunga.

Perché continuare a guardare Curon: perché i due attor giovini hanno un’ottima chimica

Perché mollare Curon: perché Les Revenants resta lontanissima

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