3 Settembre 2020

Raised By Wolves: HBO Max, Ridley Scott, androidi, fantascienza, religione, tutto di Diego Castelli

Fantascienza distopica e super-ambiziosa ne abbiamo?

Mi trovo leggermente in difficoltà. Oggi voglio scrivere di una nuova serie, Raised By Wolves, che fin dal pilot mi pone problemi di spoiler abbastanza evidenti. Cioè, non essendo il classico show di cui si capisce bene la struttura fin dal principio (che ne so, un crime con un detective birichino, o un medical con un po’ di giovani specializzandi arrapati), mi sembra che qualunque elemento io dia o qualunque riflessione io faccia, possa rovinare almeno parzialmente la visione a chi ancora non ha visto niente.
Va da sè, naturalmente, che il fatto che io mi ponga questo problema è già un elogio per la serie: se non voglio spoilerare niente, è perché credo che questi primi episodi si meritino una visione attenta e il più possibile vergine.
Ma ci provo lo stesso.

Intanto due o tre nomi non spoilerosi che già attirano l’attenzione.
La rete su cui va in onda: HBO Max.
Il produttore nonché regista dei primi due episodi: Ridley Scott (che figura tra i produttori con la sua Scott Free Productions, fondata nel lontano 1970 col fratello Tony).
Uno dei protagonisti, già molto amato dal pubblico serie: Travis Fimmel, ex Ragnar di Vikings.
E se è vero che il creatore della serie è Aaron Guzikowski (sceneggiatore di Contraband, Prisoners, e della serie The Red Road, con Jason Momoa, di cui si ricordano in pochi), nel vedere i primi episodi è proprio a Scott che si pensa, lui che nella parte più fantascientifica della sua filmografia, con ovvio riferimento alla lunga saga di Alien, ha molto ragionato sulla natura dell’essere umano, sui suoi limiti, le sue potenzialità, perfino il suo statuto ontologico, se mi passate il parolone.

Ebbene, con Raised By Wolves ritroviamo proprio quel tipo di atmosfere e riflessioni, e i primi due episodi, diretti dallo stesso Scott, hanno il sapore, la luce e il colore di Prometheus, il film che rappresentò, fra pregi e difetti, l’anello di congiunzione fra la vecchia saga di Alien e un nuovo millennio più ricco di domande esistenziali.
Il pilot di Raised By Wolves, ambientato su un pianeta lontano e apparentemente deserto, si apre con l’arrivo di una coppia di androidi con una missione importante: portano con sè vari embrioni umani, che il corpo della “Madre” (uno dei due androidi, quello di sembianze femminili) è in grado di nutrire e far evolvere, anche se non nel classico “pancione” da gravidanza, fino alla nascita.
Quello che scopriamo abbastanza in fretta (e sto cercando di ridurre le informazioni al minimo indispensabile) è che i due androidi sono stati inviati da una Terra in tumulto, dove ha imperversato per anni una guerra devastante che ha distrutto il pianeta, da cui ora gli umani tentano di fuggire: la guerra, da quello che si capisce, è di fatto una guerra di religione (o di non-religione) fra gli atei – che fra le altre cose non hanno problemi a far crescere i bambini dagli androidi – e i fedeli di una religione di palese derivazione cristiana, ma che sembra improntata sul culto del Sole, per lo meno a livello linguistico e iconografico. Fedeli, quelli del culto di Sol, che non lanciano in giro androidi-genitori ma che come loro fuggono dalla Terra all’interno di un’Arca con la quale cercano di portare in salvo quanto più possibile del genere umano, viaggiando nel cosmo vestiti con abiti e armature che fanno tanto Crociata.



E sulla trama nuda e cruda cerco di piantarla qui.
Raised By Wolves ha un grosso pregio, quello di essere una serie ambiziosa, tematicamente e visivamente. È una storia che vive di tensioni filosofiche fortissime, basate su un concetto che andrà meglio approfondito, ma che sembra evidente: una sfiducia generalizzata nella capacità degli esseri umani di vivere in pace e di raggiungere una qualche solida serenità.
Da una parte c’è un progresso scientifico estremo che non è stato in grado di cancellare la superstizione, ma dall’altro c’è un totale ateismo e positivismo che, a sua volta, riesce a mostrare una perniciosa intolleranza e una sostanziale incapacità di interpretare e gestire alcune caratteristiche ancestrali e forse ineliminabili degli esseri umani (in questo senso, l’integralismo ateo degli androidi non appare tanto diverso da una fede estremista capace di fare morti e feriti).
A rappresentare e irrigidire buona parte di queste tensioni c’è quella che al momento è la vera protagonista dello show, cioè Mother, interpretata da una bravissima e inquietante Amanda Collin: i puristi della fantascienza potrebbero non digerire facilmente una certa emotività dell’androide, non particolarmente “spiegata” e per questo un po’ straniante nella nostra visione classica degli esseri sintetici, ma è proprio quell’emotività simulata, derivata da precise direttive, che trasforma il personaggio in una terrificante parodia superomistica del concetto di Madre, una sua versione travagliata, deformata, ora troppo umana ora semidivina, ma sempre riconoscibile come tale. Ancora una volta, una tensione fra opposti particolarmente fertile dal punto di vista della riflessione filosofica.

Il tutto viene inserito, come detto, in un contesto visivo che richiama molto le atmosfere delle ultime opere fantascientifiche di Ridley Scott, e che al netto di qualche piccolo scivolone qui e là (penso soprattutto a qualche effetto speciale un po’ pacchiano) ha però una precisa forza stilistica, un grigione metallico perfettamente coerente con i temi del racconto (che parlano appunto di forti poli opposti e di tutto il grigio che ci sta in mezzo), e che spesso accarezza i confini dell’horror distopico, mostrandoci un’umanità contemporaneamente capace di viaggiare nel cosmo, ma anche fragilissima, sull’orlo della regressione al neolitico se va bene, e dell’estinzione se va male. E ci sono un paio di scene, nei primi due episodi, che semplicemente spaccano, per dirla in modo un po’ meno aulico.

Insomma, stiamo parlando di una delle serie più interessanti dell’ultimo periodo, dove con “interessanti” intendo proprio a livello intellettuale: ci sono un sacco di idee, un sacco di riflessioni, e la voglia di metterle in scena in un modo che possa spiazzare e incuriosire.
Tutto bene, quindi? A posto così? Più o meno. Un paio di criticità ci sono, la prima immediata, la seconda prospettica. Il primo problema è che Raised By Wolves, intrisa com’è di un preciso disegno filosofico, rischia anche di essere un po’ fredda. Rifuggendo, almeno inizialmente, le classiche figure psicologiche da personaggi di serie tv, la serie rischia di sembrare quasi esclusivamente cerebrale, come un gioco intellettuale che può certamente colpire e interessare al primo colpo, ma che ha bisogno di scaldare un po’ il cuore se vuole reggere sul medio-lungo periodo. Per dirla più semplice: tutti gli argomenti messi in campo da questi episodi mi interessano, ma ancora non c’è un personaggio di cui vorrei il poster in cameretta.
Sul lungo periodo, ed è un problema collegato al primo, c’è il fatto che Raised By Wolves ha delle ambizioni clamorose, vuole avere una portata davvero universale, facendoci riflettere su temi che risalgono all’alba dei tempi, e per esperienza sabbiamo benissimo quanto sia facile che una montagna del genere, a volte, possa partorire un topolino. Il che è anche un timore un po’ ingiusto, per una serie appena partita e di cui abbiamo appena lodato proprio l’ampio respiro filosofico. Ma se vogliamo essere pragmatici, è anche giusto dirselo: che Raised By Wolves riesca a reggere per molti episodi questa ambizione intellettuale rimanendo al contempo piacevole da seguire, non è mica così scontato.

Concludendo: non sapevo niente della serie che stavo per iniziare, e dal titolo pensavo di guardare una versione cupa e violenta del Libro della Giungla (non è detto che, in parte, non sia davvero così). E invece mi son trovato di fronte mondi alieni, androidi atei, crociati del futuro, riflessioni sulla natura dell’umanità e del suo cervello. Diciamo che sono un po’ stordito. Però uno stordito piacevole, che ti fa sperare di finire la stagione con la materia grigia più sviluppata. Vedremo che succederà.

Perché seguire Raised By Wolves: per l’ambizione di usare una fantascienza distopica e visivamente di grande impatto per riflettere ad ampissimo spettro sulla natura umana.
Perché mollare Raised By Wolves: perché proprio quell’ambizione rende la serie piuttosto pesante e potenzialmente difficile da gestire nel lungo periodo.



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