10 Settembre 2020

Woke – Impegnata con brio di Diego Castelli

Affrontare temi di stringente attualità con la creatività e la leggerezza di un fumettista consumato

Vi svelo questo retroscena. Un paio di giorni prima della pubblicazione di questo articolo, io e il Villa abbiamo registrato una nuova puntata del podcast che arriverà online entro poco (tempi tecnici post-estivi) e in cui si parlerà delle serie viste ad agosto e di quelle attese in questo mese di settembre. Fra queste, nel podcast potrete sentire il Villa spendere parole di sincero interesse per Woke, nuova serie di Hulu con protagonista Lamorne Morris, il Winston di New Girl. Un interesse rigorosamente precedente alla disponibilità della serie, tanto che a fine podcast ci siamo guardati e ci siamo detti “oh, speriamo che Woke sia decente, sennò facciamo ridere”.
Ebbene, un paio di giorni dopo Hulu rilascia effettivamente tutta la prima stagione di Woke e dopo i primi tre episodi c’è da tirare un sospiro di sollievo: meno male, è più che decente!

La serie è creata da Keith Knight, e l’ispirazione autobiografica dello show è chiarissima, a partire dal fatto che il protagonista condivide col suo autore cognome e iniziale del nome. Keith Knight è un cartoonist attivo ormai da trent’anni, cresciuto a Boston, che nel corso della sua carriera ha lavorato soprattutto a fumetti e strips di genere umoristico e dal sapore universale, ma in cui ha spesso e volentieri esplorato temi sociali e politici legati alla sua identità di afroamericano.
In questo senso, Woke sembra prendere moltissimo dalla vita di Knight, adattandola a un momento presente in cui quegli stessi temi hanno raggiunto un’importanza e un interesse nuovamente primario nell’opinione pubblica americana.

Il protagonista Keef (interpretato da Morris) è un cartoonist famoso a livello locale per delle strisce umoristiche con protagonisti una fetta di pane e un panetto di burro, chiamati Toast & Butter. La carriera di Keef sembra in rampa di lancio: le sue vignette piacciono a tutti, i suoi editori puntano a fargli raggiungere un pubblico di livello nazionale, e ci sono già diverse aziende che vogliono usare Toast e Butter come testimonial per i loro prodotti. Sembra insomma che Keef possa aspirare a una vita agiata e pacifica in compagnia della fidanzata Trina (Alvina August), che finalmente può pensare di acquistare insieme a lui la casa dei loro sogni, portandolo fuori dall’appartamento con cui Keef vive in compagnia di due buffi coinquilini: il nero Clovis (T. Murph), la cui principale occupazione è fingersi una persona di successo per fare colpo sulle ragazze; e il bianco Gunther (Blake Anderson), un simpatico e innocuo fattone sempre pronto a qualche stramba riflessione filosofica.



Keef è nero, ma la sua appartenenza alla comunità afroamericana non è per lui un elemento particolarmente importante. Non ci pensa nella vita e non ci pensa nel lavoro, dove le sue vignette non hanno connotazioni di carattere politico o razziale, anche quando qualcuno sembra vedercele (come Ayana, una fan di Keef che al primo incontro con lui rimane delusa nello scoprire che è meno impegnato di quanto lei pensasse).
A un certo punto, però, l’imprevisto: Keef viene scambiato per un rapinatore da parte di un gruppo di poliziotti (che cercavano semplicemente un tizio nero di un metro e ottanta) e viene atterrato e ammanettato bruscamente, salvo poi essere rilasciato senza neanche un “ci scusi” quando gli agenti si rendono conto che non è lui il colpevole.
L’evento, di per sé senza apparenti conseguenze, è in realtà un momento traumatico per Keef, che improvvisamente si trova a essere un “nero”, inteso come una persona che negli Stati Uniti viene considerata “non alla pari” da una grande fetta di popolazione, a partire da chi dovrebbe poteggere le persone semplici e oneste come lui.
Qualcosa, nella testa di Keef, scatta, e il giovane artista comincia a vedere ovunque oggetti parlanti che, con le espressioni cartoonose che fanno parte della sua professione, lo invitano a scrollarsi di dosso la patina imborghesita in cui si è cullato per anni, cominciando ad accorgersi che il mondo intorno a lui è molto meno pacifico di quanto lui abbia voluto credere fino a quel momento.

Ed è qui (senza fare ulteriori spoiler su quello che succede) che arriva un meraviglioso “this nigga woke”, con cui Clovis, guardando Keef da vicino, si rende conto che l’amico si è appunto “svegliato”, aprendo gli occhi in un modo che ora impedirà di richiuderli.
Ed è sempre qui che inizia a costruirsi l’anima più impegnata di Woke, che nel seguire il riassestamento della vita e della carriera di Keef invita lo spettatore a riflettere su alcuni dei temi più caldi del momenti (la discriminazione razziale, i rapporti fra i sessi) con uno stile tutto particolare.
Da una parte, in termini di pura superficie, c’è la capacità di imbastire un discorso che sia insieme impegnato ma anche piacevole e leggero. Uno dei problemi che Keef deve affrontare è quello di rimanere divertente e creativo senza dimenticare le nuove lezioni che ha iniziato a imparare, ma questo non sembra essere un problema per gli autori dello show, che effettivamente riescono a scrivere una serie in cui i temi e le parole hanno un peso chiaro e preciso, ma senza mai rinunciare a una certa dose di simpatico cazzeggio.
Che si tratti delle caratterizzazioni visive e vocali degli oggetti parlanti, o dei rapporti quanto meno bizzarri fra i tre coinquilini, Woke è una serie prima di tutto divertente, in cui Lamorne Morris appare un po’ meno svampito rispetto al Winston di New Girl, ma comunque segnato da una delle sue migliori caratteristiche, cioè la capacità di cadere dal pero ogni volta che si può.

Dall’altra parte, Woke non è una serie sciocca, bensì al contrario un prodotto che sa quanto la leggerezza sia uno strumento potenzialmente efficacissimo per far arrivare a tutti temi che leggeri non lo sono poi tanto.
In questo senso, è vero che c’è qualche momento più “esplicito”, in cui il razzismo, più o meno velato, trova un’espressione chiara e precisa che finisce col colpire la coscienza risvegliata del protagonista. Ma trovo che a funzionare bene siano soprattutto certe sfumature, certi modi di rappresentare il problema del razzismo che non puntano alle soluzioni più ovvie legate alla violenza o al bullismo.
Per esempio, ed è una delle prime cose di cui lo spettatore si accorge, a Keef viene semplicemente impedito di fare una vita normale. A essere importante, per il concept della serie, è il fatto che Keef non ha interesse a occuparsi di temi spinosi e battaglie per i diritti, vuole semplicemente fare la sua normalissima vita di artista non-problematico, e inconsciamente crede che questo lo protegga da qualunque rischio. L’amara sorpresa è che però così non è, perché il semplice fatto di essere nero rende Keef una persona più a rischio di altre, che semplicemente, volente o nolente, non ha le stesse opportunità dei bianchi, anche quando si parla della semplicissima volontà di fare una vita tranquilla.

Il brusco risveglio da quel sogno bianco e borghese impone a Keef di trovare una nuova strada: ora che ha intravisto la realtà non può più negarla o fare finta che non esista, ma allo stesso tempo non può trasferirla nella sua arte senza diventare un militante agli occhi del pubblico. Un cambio di percezione che immediatamente lo estromette dai giri che contano perché, come gli viene detto espressamente, quelli come lui devono essere rigorosamente “ordinari”, almeno fino al momento in cui saranno così famosi e potenti da poter dire quello che vogliono senza paura di ritorsioni, come John Legend.

Come vedete (anzi, come spero di aver fatto vedere), Woke è tutt’altro che una serie semplice o monodimensionale. È anzi uno show con precise coordinati politiche e filosofiche, capaci di innestarsi con straordinario tempismo in un momento storico molto particolare, in cui una serie così sembra “fatta apposta” (che lo sia o meno è irrilevante, conta la capacità di cogliere lo spirito del tempo).
Ma più importante ancora è che Woke fa tutto questo senza diventare un pulpito da cui fare retorica spicciola, magari giusta sul piano etico ma stucchevole dal punto di vista televisivo. No, Woke rimane una comedy godibile, piena di buone invenzioni, in cui i personaggi si fanno voler bene fin da subito e in cui un percorso di crescita chiaro e definito, inserito in un contesto potenzialmente pesante e alla lunga respingente, resta sempre leggero e simpatico al punto giusto, il punto in cui cogli il messaggio (anzi, i molti messaggi) senza smettere di divertirti.
Vedremo se reggerà fino a fine stagione, magari ne riparleremo. Al momento, per dire una cosa che ripete spesso mio padre, va giù come l’acqua.

Perché seguire Woke: è una serie dall’impegno politico preciso ma capace di restare sempre semplice e godibile.
Perché mollare Woke: se per voi gli oggetti parlanti sono proprio un no a prescindere.

Argomenti hulu, lamorne morris, woke


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