21 Settembre 2021

The Premise – Parente di Black Mirror, creata dallo stagista di The Office di Diego Castelli

Creata da B.J. Novak, The Premise è una “antologia del presente”, e malgrado un concept potenzialmente confuso piazza un esordio accattivante

Scusate, mi prendo giusto un attimo per contemplare il titolo di questo articolo, fra i più surreali che mi sia capitato di scrivere.

Bene, fatto questo possiamo procedere, per dirci che sarà anche un titolo surreale, ma è abbastanza veritiero.
Oggi infatti parliamo di The Premise, nuova serie debuttata in America su Hulu (all’interno del canale a marchio FX che si chiama appunto “FX on Hulu”), e che è creata, scritta e in larga parte diretta da B.J. Novak, attore quarantaduenne che la maggior parte di noi conosce come ex Ryan di The Office.
Se vi state chiedendo come è invecchiato, la risposta è “male”.
Intanto però ha firmato questa serie antologica in cui ogni episodio affronta un importante tema della contemporaneità, di solito sviluppandolo in forma abbastanza inquietante e/o distopica, con qualche punta ironica (da qui il paragone con Black Mirror, che magari è esagerato, ma giusto per farvi venire qui). Il tutto presentato da lui stesso, che si presenta a inizio episodio per salutare gli spettatori, neanche fosse Alfred Hitchcock.
Proprio questo modo di presentare gli episodi mi aveva subito fatto dire “oh Madonna, è arrogante e presuntuoso proprio come Ryan”.
E però…

Però bisogna dargli atto che i primi due episodi finora disponibili hanno decisamente un loro perché.
Nel primo, dal titolo “Social Justice Sex Tape”, si racconta di un ragazzo nero arrestato per aver aggredito un poliziotto. Solo che si scopre che quell’aggressione non c’è mai stata, e la prova video è contenuta sullo sfondo di un sex tape realizzato da un tizio qualunque mentre stava con la ragazza che frequentava all’epoca. Nel processo che segue, l’attenzione si concentra molto di più sul sex tape e sulla vita sessuale e sentimentale del povero tizio (interpretato da Ben Platt di The Politician), che finisce dentro un gorgo social-mediatico che permette alla serie di ragionare sul tema della privacy e delle priorità che un paese e una cultura si danno quando si tratta di usare informazioni sensibili dei cittadini per ottenere risultati teoricamente “giusti”, ma che non possono non avere conseguenze.
Il secondo episodio, “Moment of Silence”, è invece incentrato sul tema delle armi, sempre molto attuale negli Stati Uniti, e vede Jon Bernthal (The Punisher, The Walking Dead) nei panni di un uomo che ha perso la figlia proprio a causa di uno scontro a fuoco, e che diventa PR per un’importante lobby pro-armi. Qui la trama presenta qualche twist che non posso proprio spoilerare, quindi mi fermo qui, ma avete capito il tema.

Ebbene, nonostante la faccia da schiaffi di B. J. Novak a presentare gli episodi (scusami, B. J., ma che tu abbia la faccia da schiaffi lo sai, in The Office ti han preso per quello), entrambe le puntate hanno qualcosa da dire.
I temi sono giganteschi, il formato antologico è molto breve, il rischio di essere superficiali e non esaustivi è sempre dietro l’angolo. Ma The Premise, che appunto lavora sulla premessa, su una singola idea narrativa molto semplice, ma anche capace di far sollevare subito un sopracciglio, riesce a creare una tensione convincente, che parte da un punto potenzialmente innocuo, e cresce di minuto in minuto fino a esplodere nel finale.



Il paragone con Black Mirror rischia di essere azzoppante per chiunque, e considerate che The Premise dura pure molto poco, con i suoi episodi da mezz’ora. Questo per dire che, malgrado il paragone l’abbia lanciato io stesso, non c’è la stessa profondità narrativa e psicologica del capolavoro di Charlie Brooker, quella capacità di mettere insieme decine di spunti diversi trovando un equilibrio quasi magico fra le componenti.
Però non è che The Premise provi a fare quella cosa lì riuscirci: se è vero che gioca a farci vedere alcune delle contraddizioni più inquietanti del nostro tempo presente, resta consapevolmente su un binario di semplicità, prende un’idea, la sviluppa e la porta a casa. Facendo questo, non esaurisce il discorso che si potrebbe fare su ognuno dei temi che introduce, ma non mi sembra che sia questo l’obiettivo. L’obiettivo è invece quello di prendere temi che il pubblico già conosce, su cui probabilmente ha già riflettuto in un modo o nell’altro, e metterli in scena in una chiave che però non suoni trita e ritrita, specchio “già sentito” di quei discorsi molto masticati.
Lo scopo di The Premise è quello di dare una scossa, di far provare un’emozione, che non funga tanto da spiegazione e riassunto su un tema, ma come spunto di riflessione su di esso, da cui poi si può partire verso altre direzioni.

E se questo è l’obiettivo della serie, se il concept è così semplice da ridursi nella dichiarazione di un tema e nella promessa di un’emozione che diventi spunto di pensiero, l’unico metro di giudizio possibile è la risposta alla domanda: “ma sta emozione arriva?”
Per quanto mi riguarda, sì. Lo fa in modi diversi (nel pilot è più una questione di tensione crescente, nel secondo invece si lavora di setting e poi di twist), ma comunque arriva, e l’impressione a fine episodio è quella di aver visto qualcosa che effettivamente è stato costruito con un senso, per quanto breve e appena abbozzato.
Non credo che fra un anno saremo qui a contare gli Emmy vinti da The Premise, ma se mantiene questo livello saranno comunque cinque episodi che varrà la pena di aver visto.

Perché seguire The Premise: sono piccoli racconti, su temi molto sensibili, che colpiscono perché sono ingegnosi ma vanno dritti al punto.
Perché mollare The Premise: se non vi piacciono le serie antologiche, e pure corte, che necessariamente non riescono ad andare tantissimo in profondità.

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