4 Novembre 2020

Roadkill – Hugh Laurie in una piccola House of Cards inglese di Marco Villa

Huhg Laurie è un politico populista dal passato torbido: è lui il protagonista di Roadkill, thriller politico in odore di House of Cards

Hugh Laurie è uno intelligente: sotto sotto sa di non poter mai togliere dalla testa degli spettatori la sua immagine con il bastone del dottor House, quindi negli anni ha evitato di fare serie di ampio respiro, di quelle che potessero a- appunto – puntare a creare un altro personaggio così iconico. O magari non gliele hanno offerte, ma questo è un dettaglio. Qualche titolo, giusto per non fare solo teoria: Veep (ruolo bellissimo), The Night Manager, Chance (il tentativo più concreto di trovare un nuovo ruolo con la r maiuscola), Catch-22 e Avenue 5. Tutte serie di livello, alcune con un tiro autorale notevole, a cui si aggiunge adesso Roadkill.

In onda su BBC One dal 18 ottobre, Roadkill è una miniserie in quattro parti scritta da David Hare, uno che nella vita ha fatto giusto un paio di cose belle (eufemismo), tipo scrivere la sceneggiatura di The Hours e e The Reader. Roadkill è una storia di tensione in ambito politico e il riferimento più diretto è House of Cards, non nel senso della serie Netflix, ma dei libri che l’hanno ispirata, scritti da Michael Dobbs. Roadkill parla infatti di intrighi, ricatti e giochi di potere all’interno del governo inglese. Laurie è Peter Laurence, ministro dei trasporti e politico conservatore che si è fatto da sé, facendo lavori “normali” prima di entrare in politica: è un po’ la voce della pancia del paese, il populista che arriva al governo. La serie inizia con Laurence che esce vittorioso da un’aula di tribunale dopo una causa per diffamazione intentata nei confronti di una giornalista (Sarah Greene), che lo accusava di aver distratto dei fondi grazie alla sua posizione da ministro. 

Fin da subito viene messo in chiaro che – al di là dell’assoluzione – Laurence non è uno pulito, anche se patisce pure un po’ di pregiudizio da parte di un ambiente (in primis rappresentato dalla premier, interpretata da Helen McCrory) che lo considera un corpo estraneo, diverso già a livello di DNA. Nel corso della prima puntata, è subito chiaro dove la serie andrà a parare: una schiera di personaggi che cerca di svelare i suoi magheggi, un’altra che cerca di difenderlo e un confine molto labile e permeabile a dividere le due fazioni. Come dicevo, il riferimento immediato è ai libri che hanno dato vita a House of Cards: la serie di Netflix porta intrighi e macchinazioni al più alto livello politico possibile, mentre nei libri si parla di quel sottobosco parlamentare e governativo che è l’ambiente ideale per ricatti medio-piccoli, che non cambiano le sorti del paese, ma possono spostare denaro e influenze.



In questi intrighi, Roadkill sguazza con gioia: il primo episodio è un susseguirsi di sottotrame che si intersecano e si accavallano, tra punti oscuri del passato di Laurence, giochi politici all’interno del governo e relazioni sentimentali a fare da ponte tra le varie storie. Roadkill è una serie densa in cui non c’è una sola scena che non sia piena di informazioni e dettagli sulle varie storyline, portate avanti con dialoghi fitti e molto rapidi. Se c’è una cosa che non manca a Roadkill è il ritmo interno, anche a discapito della chiarezza narrativa. Si ha la percezione di una serie ricca, che però nel suo primo episodio non ha ancora trovato il giusto equilibrio. Non mancano gli elementi interessanti, questo è sicuro.

Perché guardare Roadkill: perché la ricchezza del primo episodio è un promessa per il prosieguo

Perché mollare Roadkill: perché la chiarezza non è una caratteristica fondante della serie

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