12 Novembre 2020

Industry – La classica serie sulla finanza, affascinante e incomprensibile di Marco Villa

Quell’oscuro oggetto chiamato alta finanza: Industry è una di quelle serie in cui i dialoghi sono iper-tecnici, ma alla fine ti appassioni

Il fascino oscuro della finanza, quel settore della società talmente potente da poter influire sulle vite di tutti, ma talmente criptico da poter essere compreso solo da un gruppo di iniziati. Di cui noi non facciamo parte, evidentemente. La complessità di quel mondo, però è anche affascinante e non è un caso che, negli ultimi anni, tanti abbiano provato a raccontarlo. Perché l’impatto dell’alta finanza e la sua forza nel creare un mondo parallelo – che ai più può sembrare fittizio, per tacere dei risvolti etici – sono evidenti a tutti, quelli sì. E allora da Margin Call (film bellissimo) in poi, ecco Billions, in parte Succession e pure Diavoli, la cuginetta un po’ sfortunata. Industry è l’ultima arrivata, una co-produzione tra BBC e HBO, partita il 9 novembre con un pilot di buon livello, ma con qualche ombra.

La storia di base è sempre quella e, come in Diavoli, è ambientata a Londra: un fondo di investimento iper-competitivo, un gruppo di dipendenti che cerca di emergere ai danni del compagno di scrivania e una dirigenza che incentiva questo tipo di comportamento. In Industry, i personaggi principali sono un gruppetto di neo-laureati, che entrano nel programma annuale di assunzioni del fondo e che hanno qualche mese per dimostrare il proprio valore e meritarsi l’assunzione vera e propria.

Un meccanismo che ricorda (molto) da vicino How To Get Away With Murder, con tanto di assemblea plenaria in un’aula simil-universitaria e precisa caratterizzazione dei piccoli aiutanti di babbo capitale, ognuno dei quali affronta a suo modo l’ambiente in cui si ritrova catapultato, facendo i conti con le proprie ferite e le proprie (smodate) ambizioni. Per loro, il momento è cruciale: se entrano in questo mondo, diventeranno ricchissimi e faranno una vita sempre spinta al massimo, in cui non potranno mai togliere il piede dall’acceleratore. Se falliscono, si porteranno per sempre il rimpianto, perché una vita “normale” non fa parte del loro orizzonte di speranze.

Il primo episodio di Industry racconta proprio lo scontro con il nuovo ambiente, che ovviamente non è tra i più amichevoli. In particolare, il pilot si concentra su due personaggi: Harper Stern (Myha’la Herrold) e Hari Dhar (Nabhaan Rizwan), che sembrano dover lottare più degli altri per imporsi a causa della loro provenienza e del colore della loro pelle. I due affrontano in modi opposti la situazione: Harper è sicura di sé e cerca di sfruttare ogni occasione, Hari al contrario lavora fino allo sfinimento per compensare una scarsa fiducia personale con un monte ore spaventoso.

Come mostrato da questo piccolo esempio, Industry parte in modo molto chiaro, strutturando con estrema concretezza i caratteri dei personaggi e dando loro dei piccoli obiettivi da conquistare o fallire già nella prima ora di show. Ed è giusto che sia così, perché tutto il resto è ai limiti del comprensibile: non appena si inizia a parlare di questioni tecniche, l’atteggiamento dello spettatore è probabilmente lo stesso che si ha di fronte a una formula matematica lunga come la tangenziale di Milano.

Il rischio di serie di questo tipo è tutto qui: nel trovare una formula in grado di raccontare e catturare, al netto di dialoghi che tanti faticheranno a comprendere. Industry ci riesce per buona parte del primo episodio, riuscendo a sopperire anche alla mancanza di nomi di peso nei titoli di testa, ma scivola un po’ nel finale, quando quella chiarezza lodata poco fa diventa eccessiva. Per dirla in maniera dritta (e un filo spoilerosa, ma non troppo): per far capire che è un lavoro estremo, con una pressione che può uccidere, uno dei personaggi viene fatto morire. 

Detto questo, Industry ha tutto per crescere e anche la difficoltà di comprensione di alcuni snodi sarà certamente facilitata con il passare delle puntate. A proposito di puntate, questa l’ha diretta Lena Dunham, che firma come regista il pilot ma poi evapora dalla produzione.

Perché guardare Industry: perché il mondo finanza è sempre affascinante e Industry ha il giusto approccio 

Perché mollare Industry: perché come sempre, in questi casi, metà dei dialoghi è aramaico

MiglioreNuoveSerie1

Argomenti bbc, finanza, HBO, industry


CORRELATI