19 Marzo 2021

Generation – HBO Max prova ad aggiornare davvero il teen drama di Diego Castelli

Prodotta da Lena Dunham e creata da un padre regista e la figlia diciannovenne, Generation racconta la vera adolescenza degli anni Venti

Chi ci segue anche sul nostro podcast sa già che attendevamo con una certa curiosità il debutto di Generation, nuova serie teen di HBO Max.
I motivi erano sostanzialmente due: il primo è la presenza fra i produttori di Lena Dunham, che con la sua Girls ha dato un contributo decisivo al racconto, per l’appunto, generazionale degli anni Dieci; il secondo è il fatto che la serie è creata a quattro mani da Daniel Barnz (regista di Cake, con Jennifer Aniston) e da sua figlia Zelda, di anni diciannove.

Al netto della profonda invidia che posso provare per una che a diciannove anni è già co-creatrice di una serie di HBO Max (l’invidia è un motore potente della vita mia, però in senso buono, propositivo, non viscido e rancoroso. Cioè, non sempre), il fatto che una serie teen porti anche la firma di una che teen lo è letteralmente, ci faceva sperare in uno sguardo fresco e nuovo, con qualcosa di sorprendente da dire.

Dopo aver visto i primi tre episodi un po’ di sorpresa è arrivata, anche se forse non nelle forme che ci saremmo aspettati.
A uno sguardo superficiale, Generation è tutto sommato la solita serie sugli adolescenti. “Solita” non necessariamente in senso negativo, ma semplicemente per dire che, in fondo, quando si parla di teenager quella che finisci col raccontare è una storia di scuola, famiglia, amicizia, amore, e naturalmente scoperta e confusione sessuale, un tema diventato sempre più centrale nel racconto seriale dell’adolescenza, e in cui Generation non fa per nulla eccezione. Questo a meno che i teenager non abbiano poteri magici, ma a conti fatti anche quando li hanno si parla comunque di quelle cose lì, con la sola aggiunta dei poteri. E comunque in Generation nessuno muove gli oggetti con la sola forza dell’acredine, quindi non divaghiamo.



Il cast è abbastanza corale, e in quella coralità si esprimono un po’ di tipi umani caratteristici del nostro tempo: dal ragazzo gay che vive la propria identità e sessualità in modo (apparentemente) aperto e orgoglioso; quello che invece nasconde le sue tendenze omosessuali vergognandosene; la ragazza vergine e inesperta che ha fretta, e magari troppa fretta, di scoprire l’altra metà del cielo; la giovane attivista super-woke pronta a dare battaglia contro qualunque forma di discriminazione; e via dicendo, con l’aggiunta naturalmente di qualche piccolo problema lato genitori, di foto sexy circolate indebitamente online, di piccoli e grandi litigi.

Fin qui, diciamo, tutto normale, tutto molto “di genere”. Anche se, comunque, raccontato in modo intrigante: non ci sono i virtuosismi registici di Euphoria, però c’è un consapevole mestiere (immaginiamo più farina del sacco di papà Daniel Barnz, per una pura questione di esperienza) nel modo in cui il racconto viene scandito e alternato fra i vari personaggi. Un esempio per tutti, il fatto che tutti e tre i primi episodi hanno un picco di suspense rappresentato da una ragazza (identità inizialmente misteriosa) rinchiusa in un bagno per quello che lei vuol spacciare come dolori mestruali.
E che invece è un bambino in arrivo.
Di cui le amiche non sanno niente.
Nel bagno di un negozio di vestiti.
C’è insomma la capacità di creare una tensione narrativa e psicologica che è semplicemente frutto di una scrittura efficace, abile nel muovere con giudizio le proprie pedine sulla scacchiera.
Ancora, però, tutto abbastanza ordinario.

Dove invece Generation riesce a dire qualcosa di nuovo, o di inaspettato (e qui probabilmente il merito è di Zelda Barnz), è proprio il racconto di una generazione che teoricamente ha molti più strumenti conoscitivi delle generazioni passate, ma non per questo riesce a essere più saggia, più consapevole, più “adulta”.
Parafrasando il “boys will be boys”, modo di dire invecchiato assai male che racconta la presunta ineliminabilità di certi atteggiamenti iper-maschili nei ragazzi, potremmo usare un più inclusivo “teenagers will be teenagers”.
Un primo strato di questa riflessione riguarda una sorta di doppia personalità, o di lato oscuro se vogliamo, proprio di quasi tutti i personaggi principali: parliamo di ragazzi e ragazze che possono anche conoscere, teoricamente, la loro identità, perché sono cresciuti in un mondo in cui le informazioni circolano in modo molto più libero e i tabù sono sempre di meno. Ma questo non toglie che sapere razionalmente qual è il proprio posto nel mondo sia cosa diversa dal vivere davvero quella sensazione.
L’esempio principale è Chester (Justice Smith), apertamente gay, capace di andare a scuola praticamente a torso nudo e ornato di arcobaleno, e quindi apparentemente molto consapevole della propria identità. Questo però non impedisce a Chester di avere moltissimi dubbi, e di sentire che in realtà, forse, sta recitando un ruolo, alla ricerca di una cornice che possa contenerlo e renderlo riconoscibile non solo agli altri, ma soprattutto a se stesso.

Questo discorso diventa ancora più interessante se consideriamo il mondo degli adulti in cui questi ragazzi si muovono. Lungi dal costruire una realtà apertamente ostile, che i ragazzi debbano in qualche modo sovvertire o modificare per dare vita a un mondo nuovo (un concetto che funziona sempre, ma che di certo non sarebbe molto originale), Generation fa un discorso almeno in parte diverso.
Per esempio, la scuola dove studiano i ragazzi è apertamente inclusiva, ma talmente inclusiva che hanno delle lezioni di inclusività, con una buffa professoressa il cui unico interesse è spronare i ragazzi a essere chi scelgono di essere, senza costrizioni da parte di nessuno, anzi se scelgono una strada troppo normale gli viene proprio chiesto se invece per caso non preferiscono una voce diversa sull’arcobalenoso menu.
Un messaggio potenzialmente molto positivo, lodevole, ma guarda un po’, qualcosa comunque non funziona, i ragazzi non sono sereni come dovrebbero essere.

Quello che Generation racconta sono due problemi strettamente collegati: quello della (in)comunicabilità con gli adulti, e quello della (auto)rappresentazione.
Non importa quanto i professori di Generation siano inclusivi e aperti, sono comunque adulti, e fra loro e i protagonisti esiste una barriera invisibile ma che non si può buttare giù solo con la buona volontà. Allo stesso tempo, i ragazzi bramano la possibilità di avere di sé una rappresentazione chiara e definita, un posto nel mondo, ma la loro confusione non è la conseguenza di una mancanza di informazioni o di apertura mentale altrui, quanto piuttosto una condizione precedente, naturale, un momento di passaggio che non può che essere tale.

Ci sono molti momenti in cui la serie rappresenta bene questa condizione di disagio esistenziale. Per esempio, Chester è la stella della squadra di pallanuoto, una squadra composta da giocatori per lo più etero che non hanno alcun problema a condividere lo spogliatoio con il compagno gay. Già questa è una novità rispetto a tanto racconto cine-televisivo in cui lo spogliatoio maschile è simbolo della difficoltà di integrazione. Ma il bello, in Generation, è che quello spogliatoio è assolutamente inclusivo, senza che questo riesca a mitigare davvero l’ansia di Chester.

Abbiamo già detto della professoressa super-woke che finisce col risultare stucchevole, ma quella gag va anche oltre, per esempio nel racconto della ragazza attivista-di-tutto che la serie ci presenta in modo irritante, fastidioso, rivelandone poi molte fragilità. Con ogni evidenza, Generation non punta a demolire il politically correct in quanto ricerca di una società più aperta, ma evidenzia le storture di una comunicazione che, slegata dall’esperienza e diventata puro slogan, perde il suo necessario contatto con la realtà, diventando mera ripetizione di concetti preconfezionati.

Quelli che vediamo in Generation (si potrebbe anche citare la figlia nera, adottata da genitori gay bianchi, che si sente in diritto di fare battute omofobe e razziste senza incorrere in alcuna sanzione) sono tutti tentativi di trovare una casella in cui inserirsi. I protagonisti cercano di usare tutti gli strumenti che hanno a disposizione per identificare e/o costruire quella casella, e spesso fingono di averla trovata solo per liberarsi dall’estrema fatica di cercarla, anche se in realtà quella che hanno scelto non è ancora quella giusta per loro.
E il messaggio più potente di Generation è che non importa quanto il mondo sia diventato inclusivo, quanto sia capace di fornire ai giovani caselle che prima teneva ben nascoste: la ricerca della casella in cui inserirsi (ammesso e non concesso, naturalmente, che debba esistere) è difficile di per sé, e anzi la presenza di molte diverse possibilità, unita alla pressione sociale a vagliarle tutte, garantisce comunque una dose di ansia che certi adulti pensavano di poter evitare semplicemente mostrandosi più comprensivi.

Se le storie generazionali sono sempre state racconti di confusione e scoperta, ma anche narrazioni in cui si sottolineava come una maggiore apertura mentale da parte degli adulti avrebbe certamente aiutato nel percorso, Generation fa un passo in più, mostrando che la crescita è sempre difficile, a prescindere dalle condizioni esterne in cui si trova, e chiedendo per questo un po’ di indulgenza a quegli stessi adulti: non esiste una ricetta matematica che consenta a tutti gli adolescenti di essere tranquilli, equilibrati e perfettamente consci di sé in ogni momento. Per questo, l’unica cosa che gli adulti possono fare è accettare quella confusione, riconoscerla in quanto parte di un processo naturale, e concedere gli strumenti adatti a superarla, sapendo però che ognuno dovrà fare a modo suo.

Perché seguire Generation: è una storia appassionante e ben raccontata, ma soprattutto capace di far fare un passo in più al classico teen drama.
Perché mollare Generation: parliamo comunque di adolescenti che fanno cose da adolescenti in posti da adolescenti. Se ce l’avete su con gli adolescenti, è dura.



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