12 Maggio 2021

Cruel Summer: il thrillerino teen che funziona alla grande di Diego Castelli

Tre piani temporali, un sacco di misteri e adolescenti incattiviti: che deve fare Cruel Summer, spazzarvi pure per terra?

Va in onda su Freeform, una delle reti storicamente più teen del panorama televisivo americano. È creata da Bert V. Royal, che scrisse Easy Girl con Emma Stone, ma poi niente altro di significativo. È prodotta da Jessica Biel, che però non va in video, il che è sempre un peccato.
Sì insomma, ero lì lì per fregarmene del pilot di Cruel Summer, che oltretutto titillava in modo fastidioso il mio senso dell’ordine già solo per il fatto di chiamarsi “estate crudele” pur essendo distribuita in primavera.
Per fortuna che oltre al senso dell’ordine ho anche quello del dovere (dovere auto-imposto nei vostri confronti, più che altro), perché Cruel Summer, a conti fatti, è una piccola perla e sarebbe stato davvero un peccato lasciarla passare inosservata.

Dunque, eviterò spoiler pesanti, ma qualcosina dovrò dire, limitandomi a elementi di trama e di struttura che la stessa Freeform ha lasciato trapelare prima ancora dell’inizio della serie. Se però, sapendo che si tratta di un thriller con un po’ di twist, volete arrivarci completamente liberi da ogni informazione, allora fermatevi qui, oppure saltate direttamente in fondo, ai perché seguirla e perché mollarla.
Serialminder avvisati…

In molti casi, quando consigliamo una serie tv, finiamo col sottolineare la bontà e originalità del suo concept (in termini squisitamente narrativi) oppure, a fronte di un’idea di base più tradizionale, la precisione e stile della sua messa in scena. Un esempio recente di questo ultimo tipo potrebbe essere Mare of Easttown, che ci piace perché è scritta bene e recitata da Dio, anche se poi è sempre la solita indagine per omicidio nella cittadina di provincia, raccontata negli step che bene o male sappiamo riconoscere a colpo d’occhio.
Più raramente a colpirci è la struttura del racconto, il modo cioè in cui i vari pezzi del puzzle sono disposti sul tavolo. Questo perché, molto banalmente, le serie tv tendono a non prendersi troppi rischi su quel fronte, sapendo che a una maggiore difficoltà e articolazione della scrittura non necessariamente aumenta anche l’interesse degli spettatori, a parte casi abbastanza rari e magari pure felici (come This Is Us).
Ebbene, Cruel Summer rientra proprio in questo ultimo e non troppo numeroso gruppo: se la storia è tutto sommato ordinaria (il rapimento e poi ritrovamento di una ragazza, con le varie conseguenze di questo evento sul resto della popolazione), e la messa in scena in sé e per sé godibile, ma senza particolari vette in termini di recitazione e scelte di regia, a stupirci davvero è proprio il modo in cui la storia viene raccontata, che rifugge consapevolmente, e con successo, la normale linearità della narrazione.



Cruel Summer è ambientata su tre diverse linee temporali, corrispondenti agli stessi giorni di tre differenti estati: 1993, 1994, 1995.
A essere raccontato, come detto, è un rapimento, visto di volta in volta da varie prospettive diverse, ma soprattutto da due: Kate (Olivia Holt) è la classica bionda e bella della scuola, che a un certo punto viene rapita e sarà poi ritrovata un anno dopo; Jeanette (Chiara Aurelia) è invece una sfigatona che finirà nei guai dopo essere accusata da parte di Kate di averla vista mentre era prigioniera, senza aver dato l’allarme, con l’obiettivo preciso di rubare la vita della ragazza scomparsa.
Eh sì perché, con Kate fuori dai giochi, era stata proprio Jeanette a “fiorire”, diventando molto più desiderabile e riuscendo perfino a mettersi con il fidanzato di Kate, che nel frattempo l’aveva data per definitivamente dispersa.

Come avete capito, Cruel Summer non è una serie di investigazione classica, in cui a un rapimento segue l’indagine per risolverlo. Piuttosto, è una storia di rapporti umani, di invidie e gelosie, e di mondi apparentemente perfetti e ordinari che crollano sotto il peso di crimini e segreti.
Ed è proprio qui che la struttura tripartita di cui si diceva prima riesce a dare il suo meglio: se prendiamo Jeanette, per esempio, la vediamo diversissima nei tre diversi piani temporali. Nel primo è una ragazzina quindicenne ancora acerba, con l’apparecchio ai denti e mille insicurezze; nel secondo, un anno dopo, è sbocciata nella nuova figona della scuola; nel terzo è una diciassettenne ormai allo sbando, accusata da una nazione intera di essere una stronza insensibile, che ora deve difendersi in tribunale accusando Kate di aver mentito sul suo conto.

Gli stessi cambiamenti, in maniera diversa, coinvolgono anche Kate, gli amici di Jeanette (fra cui Harley Quinn Smith, figlia del regista di Clerks, Kevin Smith), i genitori (c’è anche Sarah Drew, ex di Grey’s Anatomy), la cittadina di Skylin, che piomba in un’oscurità sempre più fitta che trova un riflesso perfino nella fotografia, che di anno in anno si fa più cupa, grigia e meno luminosa.
I tre piani temporali si intersecano di continuo, e ogni episodio li esplora tutti, saltando continuamente da uno all’altro. Si potrebbe pensare che una scelta del genere, mostrandoci in anticipo cosa accadrà, possa togliere pathos a quello che viene prima, ma così non è: la sceneggiatura gioca consapevolmente con questo genere di aspettative, costruendo la tensione proprio nel contrasto fra le tre diverse estati. Nelle prime scene, la differenza fra le tre Jeanette che vediamo sullo schermo è così forte, che non può che farci venire voglia di capire cosa diavolo le è successo. Quando poi la storia del rapimento comincia a svilupparsi, ecco che nasce anche un continuo rimescolamento di emozioni, amicizie, amori e tradimenti che prende tutti i personaggi e li butta in un gorgo apparentemente senza uscita.

Non è un caso, in questo senso, che i tre diversi piani siano sempre strettamente legati da una lunga serie di rimandi interni: ogni volta che vediamo una certa relazione, o un certo rito, nel primo anno, ne vediamo poi la versione corrotta e oscura negli anni successivi, e scopriamo sempre più dettagli senza che le domande di base trovino una risposta che già dopo il primo episodio cominciamo ad agognare: è vero che Jeanette avrebbe potuto salvare Kate? E se sì, perché non l’ha fatto? E se invece Kate si fosse sbagliata? E come ha fatto Kate a tornare libera? C’è qualcosa di segreto pure lì?
Insomma, Cruel Summer prende una storia potenzialmente tradizionale, le spolvera sopra un dose di teen drama-mystery in cui l’odio fra teenager conta più dei rapimenti, e poi scompone tutto in un racconto che sembra dirci tante cose in una volta sola, ma che trattiene sempre qualche risvolto decisivo, che poi non vediamo l’ora di scoprire.

C’erano tanti punti in cui questo meccanismo poteva incepparsi, e serviva una particolare precisione per calibrare e dosare le informazioni rivelate agli spettatori, ma Royal e i suoi ce l’hanno fatta: mentre scrivo queste righe siamo al quarto episodio (di sette complessivi) e non solo ho assolutamente voglia di sapere come va a finire e di scoprire tutti i segreti di questa masnada di ragazzini senza cellulare e con le videocassette. Ma soprattutto, voglio sapere chi si è comportata da vera stronza, così che io possa riversarle addosso il catartico odio che la serie mi fa coltivare da settimane, senza ancora darmi possibilità di sfogarlo come si deve.
Al netto di un finale che potrebbe anche essere orrendo (ma speriamo di no), per me promossa!

Perché seguire Cruel Summer: per la particolare struttura del racconto che dà ritmo, originalità e freschezza alla serie.
Perché mollare Cruel Summer: perché sotto la patina furba ed elegante son pur sempre adolescenti che si odiano.

Argomenti cruel summer, freeform, hulu


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