29 Aprile 2022

Bang Bang Baby – Prime Video: questa sì che è una bella sorpresa di Marco Villa

Bang Bang Baby è una serie italiana diversa da tutte le serie italiane, con un’identità fortissima e una interprete carismatica

Pilot

Ogni volta che viene annunciata una serie italiana legata al mondo mafia/malavita, si levano sui social ondate di commenti che possono essere riassunte con: “Ma dai, ma basta”. Perché da Romanzo Criminale a Suburra, passando ovviamente per Gomorra, l’industria televisiva italiana ha dimostrato senza alcun dubbio di sapere raccontare queste storie, così come il cinema. Acquisito questo punto, è iniziata la richiesta di altre direzioni: “Oh, all’estero fanno Dark, perché noi sempre storie di criminali?”. Bang Bang Baby è la risposta migliore a questa domanda, perché sì, parla di mafia e criminalità, ma è diversa da tutto quello che abbiamo visto finora in Italia nel genere.

Bang Bang Baby è una serie creata e scritta da Andrea Di Stefano, con Michele Alhaique a fare da showrunner e regista di sei episodi (gli altri quattro sono diretti da Margherita Ferri e Giuseppe Bonito). Disponibile dal 28 aprile su Prime Video, Bang Bang Baby è il racconto della formazione di Alice (Arianna Becheroni), ragazzina dei primi anni ‘80 che vive nella provincia lombarda, cresciuta nella convinzione che il padre sia stato ucciso quando era molto piccola.

Per un caso, scopre che non è così: il padre Santo Maria Barone (Adriano Giannini) è vivo e vegeto, ma è stato costretto dalla madre Gabriella (Lucia Mascino) ad allontanarsi dalla figlia, perché fa parte di una famiglia di ‘ndranghetisti, guidati dalla matriarca Nonna Lina (Dora Romano). E il fascino oscuro di quella parte di famiglia si fa sentire da subito, anche perché dall’altra parte c’è la prospettiva della vita da operaia di sua mamma. Una vita onestissima e normalissima, che però ha poca presa su una quattordicenne che ha appena scoperto che la sua vita è stata segnata da una menzogna.

Al netto del percorso di formazione di Alice, una trama che non può far gridare al miracolo o alla novità assoluta. La forza di Bang Bang Baby, però, non sta nella storia e nella sua originalità, ma nel modo in cui viene raccontata. Come detto, siamo negli anni ‘80 e tutto è filtrato da riferimenti a quell’epoca: nel primo episodio, per dire, Alice si lascia ispirare dalla apparente forza della protagonista di un celebre spot della Big Babol, mentre nel secondo a dominare la scena è il linguaggio delle sitcom, assorbito dalla visione di Casa Keaton. Nel terzo arriva La donna bionica e così via.

Non si tratta di semplici riferimenti, ma di esperimenti linguistici: la deriva sitcom del secondo episodio, porta tutti i personaggi a interpretare per alcuni minuti una versione comedy di se stessi, con fotografia calda e risate in sottofondo, nonostante si parli di omicidi e un rivale venga torturato in scena. Questo approccio, unito a uno stile visivo straniante, caratterizzato da luci al neon che trasformano Milano in un non-luogo fuori dal tempo, fa sì che Bang Bang Baby sia una continua sorpresa, una serie che riesce a reinventarsi a ogni scena.

Ci sono i riferimenti pop, ma c’è anche una precisa volontà di scrittura e regia di non scegliere mai la strada più comoda e semplice: nel primo episodio, l’abisso in cui sprofonda Alice dopo aver scoperto la verità sul padre non viene raccontato in modo didascalico, ma rappresentato come una alluvione di Smarties, che quasi seppellisce la ragazza nella sua cameretta. E qui è il caso di fare una minuscola parentesi sul talento di Arianna Becheroni, classe 2004. Insieme ad Aurora Giovinazzo, probabilmente il nome più interessante tra gli attori Gen Z italiani.

Alice è anche il personaggio più apertamente drammatico di Bang Bang Baby, circondato da figure sempre al limite: a cominciare dalla già citata Nonna Lina, ma passando per il personaggio di Antonio Gerardi (capo scout che sfrutta i ragazzini per trasportare panetti di droga), dalla maga di paese Giorgia Arena e da tutti quelli che animano il sottobosco della famiglia Barone.

Potrei andare avanti all’infinito a cercare di spiegare questo tono, questo stile, ma sarebbe piuttosto sterile, perché un conto è esporre una trama, un altro cercare di far passare un’atmosfera. E per quella alla fine c’è un solo modo: schiacciare il tasto play. In questo caso, ve lo consigliamo caldamente.

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