All’s Fair su Disney+ – Ma che è sta cafonata? di Diego Castelli
La nuova serie di Ryan Murphy è un pastrocchione woke senza capo né coda, ben oltre i limiti del cringe
Da quando siamo entrati in questa fase crepuscolare di Serial Minds, quella in cui sono da solo e cerco di non immolare la mia intera vita privata alla visione delle serie tv, il paio di articoli settimanali che scrivo su questo sito sono per lo più dedicati a prodotti che mi piacciono, o che hanno almeno qualcosa da dire, o che sono troppo importanti per essere ignorati.
Il motivo, oltre al fatto che esiste un podcast dove posso parlare rapidamente anche di tutto il resto, è che spendere tempo e righe per dirvi cosa non dovete guardare mi sembra un’operazione più misera e triste di, invece, provare a scovare quello che c’è di buono nel panorama seriale.
E però qualche volta bisogna fare un’eccezione. Capita che una serie, magari partendo da nomi grossi e piattaforme grosse, fallisca in modo così spettacolare, che non se ne può tacere, perché quel fallimento pulsa nelle nostre menti seriali con una forza che va in qualche modo riconosciuta, gestita, metabolizzata.
È il caso di All’s Fair, disponibile su Disney+ e proveniente da uno dei re Mida delle recente produzione televisiva, ovvero Ryan Murphy.

Co-creata, prodotta, in buona parte scritta, e nel pilot pure diretta, dal padre di grandi successi come Glee, American Horror (e Crime) Story, Nip/Tuck e molte altre, All’s Fair si porta anche dietro un cast abbastanza impressionante, fra cui le pluri-candidate all’oscar Naomi Watts e Glenn Close, la pluri-candidata agli Emmy Niecy Nash-Betts, la mitica Sarah Puulson (volto storico delle serie di Murphy), e pure Kim Kardashian, che magari non è il primo nome che associamo alla buona recitazione, ma che ha un brand che fa rumore.
Tutte insieme per un legal drama in cui tre avvocate, costrette in uno studio dove gli uomini spadroneggiano, decidono di aprire uno studio tutto loro che si concentri sulle cause di divorzio, così da poter proteggere e difendere donne e ragazze finite nelle gabbie dorate di uomini che le trattano come statuette di porcellana immobili e senza diritti, aspettandosi anche ringraziamenti.
Ogni episodio (ne abbiamo visti finora tre su Disney+) si porta dietro alcuni casi di puntata, ma coltiva anche storie orizzontali che riguardano il privato delle protagoniste: amori difficili, scelte di vita, corna e quant’altro.

Fin qui niente di particolarmente strano. Un bel cast, un autore famoso, un concept diciamo femminista, ma in un modo fin qui abbastanza neutro e tutto sommato prevedibile per la storia di un creatore che su questi temi, in un modo o nell’altro, ha sempre sperimentato parecchio.
Se non fosse che i primi tre episodi di All’s Fair, e in particolare il primo, sono davvero brutti. Ma non solo sono brutti, sono anche cringe, imbarazzanti per come gestiscono i temi di cui vogliono parlare, e quindi da un punto di vista filosofico e culturale, ma anche per una scrittura e una messa in scena molto al di sotto degli standard a cui Murphy, che pure è un autore estremamente prolifico, ci ha abituati negli anni.
Facciamo che dividiamo i due argomenti, partendo da quello più tecnico.

All’s Fair è una serie estremamente didascalica. Tutto quello che dobbiamo sapere ci viene detto in maniera piatta, esplicita, senza alcuna sfumatura, a volte prevedendo l’orchestrazione di scene in cui l’obiettivo di veicolare informazioni è così pacchiano da renderle inverosimili.
Per esempio, c’è una sequenza in cui le protagoniste, dopo dieci anni di successi nel loro studio, si chiedono reciprocamente quale sia il caso che ricordano con più piacere, e ognuna si mette a snocciolarne i dettagli, come se le altre non ne sapessero nulla. È chiaro che, in una situazione reale, a queste donne basterebbe dire “il mio preferito è il caso di Pinco Pallo”, senza dare altre specificazioni, e questa inverosimiglianza a favore di spettatori è così palese da essere quasi ridicola.
Il problema, nella maggior parte dei casi, è un desiderio così spasmodico di veicolare certi concetti e contenuti, da sacrificare ad essi qualunque eleganza. A farne le spese sono soprattutto i casi giudiziari, costruiti con estrema fretta e con un sacco di “o’ dimo”: più che farci vedere la cattiveria e piccineria dei maschi cattivoni, i personaggi la dichiarano in modo esplicito, passando poi molto rapidamente a uno o due magheggi legali o investigativi con cui aiutare la povera divorziata di turno.
Non c’è suspense, non c’è tensione narrativa, non c’è modo di appassionarsi a niente, perché tutto è rapido, cotto e mangiato.
Teoricamente migliori sono le storie orizzontali in cui sono coinvolte le protagoniste, che però usano espedienti da telenovela brasiliana per esacerbare i conflitti, e in cui vengono fuori anche problemi più a monte: abbiamo detto che Kim Kardashian è un nome altisonante da spendersi, però sarebbe stato anche giusto considerare che non sa recitare. La sua faccia (vuoi per scarso talento, vuoi per quantità di botox) è quasi sempre immobile a prescindere dalle emozioni che dovrebbe provare in quel momento.
È una generale pochezza narrativa e linguistica da cui forse si salva solo Sarah Poulson, un po’ per bravura sua, e un po’ perché il suo personaggio è incazzato, cattivo e sboccato al punto da darle una qualche forma di carisma e credibilità, in mezzo a protagoniste che sembrano incapaci di sbagliare anche solo mezza mossa.

E poi c’è tutto il tema culturale. All’s Fair rientra a pieno titolo nelle serie “woke”, definizione che solitamente non piace a chi la riceve, ma che in questo caso è difficile non usare.
È una serie dove la forza meravigliosa di queste splendide donne ribelli impregna ogni singola riga di dialogo, ogni scenografia e ogni costume (specie della Kardashian, che cambia outfit con la frequenza di una presentatrice di Sanremo). Dove quasi tutti i maschi sono viscidi e cattivi (tranne quando accettano i tradimenti delle mogli, sempre giustificati per qualche motivo). Dove quasi tutte le donne sono intelligenti, sexy e moralmente integre, e dove tutti i divorzi sono colpa degli uomini.
Io capisco il darsi di gomito con un certo pubblico d’elezione, ma a perderne è anche, molto banalmente, la varietà narrativa e la verosimiglianza.
Se fosse solo questo, però, sarebbe stucchevole e fuori tempo massimo (questa idea della donna-boss stakanovista, glamour e incazzata fa un po’ 2010, anche nell’ambito del femminismo), ma niente di più. Il tema è che si va anche un po’ oltre, con le protagoniste ben disposte a pratiche quanto meno discutibili per risolvere le controversie che si trovano a governare, in un modo che, se fosse spiegato e riconosciuto, potrebbe anche fare parte di un discorso interessante (come se fossero “vigilantes dei tribunali”), ma che invece viene semplicemente buttato lì come se non ci fossero alternative.
Si arriva perfino al kink-shaming, un esito sorprendente per una serie di Murphy: in diverse occasioni, un marito fedifrago e patriarcale viene convinto a patteggiare (o comunque scendere a compromessi) dopo averlo minacciato di svelare al grande pubblico certe sue piccole perversioni, che però, nel caso specifico, non sono pratiche illegali.
E quindi arriviamo a una serie inclusiva in cui però l’inclusività mi sembra molto… come dire… selettiva.

Insomma, per quanto mi riguarda siamo dalle parti del disastro. All’s Fair è completamente insufficiente in termini narrativi, dialogici e registici, sempre pronta a sacrificare la forza narrativa per impartire le sue piccole lezioncine morali. Lezioncine che risultano stucchevoli e cringe anche quando si potrebbe essere teoricamente d’accordo con il loro contenuto, ma che riescono addirittura a superare certi confini in cui a farci dubitare non è solo la confezione, ma proprio il nucleo di un proposito etico e morale che sembra aver perso completamente la bussola.
A parte la citata Sarah Poulson, non c’è praticamente nulla da salvare, e credo si possa dire che siamo di fronte alla peggior serie di Ryan Murphy, a meno che mi stia dimenticando qualcosa di importante. Ma insomma, già solo che venga da chiederselo…
Nuovo ultimo posto in classifica, e via così.
Perché seguire All’s Fair: boh.
Perché mollare All’s Fair: Brutta e imbarazzante in ogni sua componente.

