10 Febbraio 2026

Bisogna proprio amare Shrinking di Diego Castelli

Parliamo un attimo di quanto sono belli i primi due episodi della terza stagione di Shrinking

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Da quando su Serial Minds vengono pubblicati solo due articoli a settimana (per mia sanità mentale, visto che poi ci sono anche il podcast e TikTok), il numero di potenziali pilot da recensire supera di gran lunga l’effettivo spazio rimasto sul sito.
Per dirla in altro modo, potrei scrivere solo recensioni di primi episodi tutto l’anno, e ne avanzerebbero parecchi.

Però nessuno dei pilot andati in onda in questi giorni, e che comunque vengono recensiti negli altri spazi a marchio Serial Minds, mi sembra oggi meritare più riflessione di Shrinking. La serie di Bill Lawrence, arrivata alla terza stagione, è partita con due episodi splendidi che ci hanno ricordato perché il creatore di Scrubs e Ted Lasso è così bravo a toccare corde profonde dell’animo dei suoi spettatori, anche quando sembra che stia cazzeggiando amabilmente.

Se poi considerate che Harrison Ford, 83 anni e una carriera pazzesca alle spalle, ha dichiarato che non gli dispiacerebbe se Shrinking fosse la sua ultima esperienza come attore, beh, insomma, ne dobbiamo riparlare un attimo.

DA QUI IN POI SPOILER FINO AL SECONDO EPISODIO DELLA TERZA STAGIONE

La verità è che questi due episodi meritano una riflessione a parte perché portano a conclusione la storia di Louis, l’uomo che, ubriaco alla guida, uccise la moglie del protagonista Jimmy prima dell’inizio della serie.
Louis, interpretato da Brett Goldstein (il Roy Kent di Ted Lasso, che di Shrinking è anche co-creatore), è tecnicamente un personaggio secondario, ma è anche il perno intorno a cui gira tutto, perché la morte della moglie di Jimmy (e madre di Alice) è il principale motore narrativo della storia, il singolo evento senza il quale Shrinking non esisterebbe, o sarebbe tutt’altra serie.

Da questo punto di vista, Shrinking ha un ruolo particolare all’interno dell’universo delle serie di Bill Lawrence. Più o meno tutti gli show dell’autore americano contemplano una comicità leggera, buffa, ritmata, a volte surreale, con l’inserimento organico, poetico, delicatissimo, di momenti di vera commozione ed empatia. In aggiunta, Shrinking si porta dietro il contesto narrativo dei “vicini di casa in provincia”, un setting molto caratteristico che di fatto la rende una specie di seguito spirituale di Cougar Town, la serie con Courteney Cox che aveva un’ambientazione assai simile e che dava un nuovo ruolo a un’ex protagonista di Friends come Shrinking ha dato lavoro a un ex protagonista di How I Met Your Mother. Tutto torna.

Ma Shrinking ha anche un ulteriore elemento distintivo. Da una parte, come… beh, come tutte le serie di questo mondo, anche Shrinking fa un preciso lavoro psicologico sui suoi personaggi, sondandone paure, speranze e traumi. E però rende evidente quella ricerca, la verbalizza in modo esplicito, perché molti suoi personaggi sono psicologi di professione, rendendo l’analisi e l’autoanalisi un processo esplicitamente inserito nella trama, e non solo lasciato all’interpretazione degli spettatori.

La conclusione della vicenda di Louis è un esempio perfetto di questo meccanismo, a più livelli.
All’inizio, Louis era odiato sia da Jimmy che da Alice, per ovvi motivi. Non vedevano in lui una persona, ma solo la causa della morte della donna che amavano.
Lo sviluppo psicologico di questi personaggi verso una qualche sorta di “guarigione” (perché sempre di una comedy si tratta) è passato attraverso un riconoscimento di Louis in quanto persona capace di sofferenza, la cui colpa (per quanto innegabile) è stata anche per lui una sorta di condanna.

Questo percorso è stato esplicitamente “psicologico”, perché Jimmy è uno psicologo e si è confidato con altri psicologi, a partire da Paul (Harrison Ford) e Gaby (Jessica Williams). Quindi abbiamo visto non solo la guarigione nel suo farsi, ma abbiamo anche seguito personaggi che di quella guarigione potevano parlare apertamente senza che la cosa suonasse straniante, perché è semplicemente il loro lavoro.

Detto questo, se il tema della gestione e del superamento del trauma è alla base di Shrinking (e il percorso per Jimmy non è certo finito, visto che solo ora si sta aprendo alla possibilità di amare di nuovo, grazie all’ingresso di Sophie, interpretata dall’ex collega di HIMYM Cobie Smulders), il secondo episodio della terza stagione ha aggiunto un tassello interessante, portando a conclusione la storia di Louis in modo tutt’altro che banale.

Il fatto di aver perdonato l’uomo che aveva ucciso la moglie/madre stava facendo benissimo a Jimmy e Alice, ma le conseguenze per Louis erano più complicate. Certo, l’amore è meglio dell’odio, e nella scorsa stagione Jimmy aveva salvato Louis da propositi suicidari consentendogli di ritrovare una parvenza di serenità.

Louis però rimaneva bloccato. Più tranquillo e meno angosciato, certamente, ma anche fermo in una specie di limbo personale e professionale, che gli impediva di riprendere in mano la sua vita.
Per aiutarlo, oltre al perdono e all’amicizia di Jimmy e Alice, serviva qualcosa di più forte, serviva una scossa.

In maniera abbastanza inaspettata, quella scossa è arrivata da Gaby. Anche lei portava rancore verso Louis, perché la morta era la sua migliore amica, e al contrario di Jimmy non aveva avuto occasione di compiere alcun percorso di comprensione dell’emotività dell'”assassino” (metto le virgolette perché se no pare brutto).
Ed ecco allora che, in una scena quasi disturbante in cui Gaby mostra un’umanità molto istintiva e slegata dal suo ruolo di psicologa (spoiler: anche le psicologhe sono persone), la donna accusa pesantemente Louis di essere rimasto a sguazzare in una pozza da cui dovrebbe allontanarsi, perché va bene guarire, va bene il perdono, ma non è che dobbiamo essere per forza tutti amici.

Lo sfogo di Gaby è la molla che permette a Louis di fare l’ultimo scatto. La colpa non è assoluta, la condanna non è per sempre, ma assorbire il trauma significa anche capire che, chiusa una strada, bisogna imboccarne un’altra, invece di fingere che si possa riaprire quella vecchia.
Un concetto ulteriormente esemplificato dal fatto che Louis torna dalla sua ex fidanzata, per trovarla ormai fidanzata e scoprire così di non poter fare altro che provare a cambiare vita.

Nel secondo episodio, a riprova del fatto che era proprio il focus dell’attenzione complessiva, questo non è l’unico esempio dell’importanza di accettare dolori momentanei per una crescita più completa: si veda la necessità, per Liz e Derek, di parlare chiaro al figlio e farlo uscire di casa, accettando di passare per una volta come i cattivi della situazione.

Però lo sfogo di Gaby ci colpisce di più, è più “violento”, e lì per lì ci sembra perfino ingeneroso ed egoista. Ma è proprio perché siamo in Shrinking, perché seguiamo una serie esplicitamente basata sul lavoro della psicoterapia, che siamo naturalmente portati ad analizzare e comprendere tutte le dinamiche in gioco. Riconosciamo così a Gaby la possibilità di essere una persona con la sua emotività (e Shrinking è una serie in cui la tensione fra professione e individualità è sempre presente), e accettiamo che il percorso di Louis non potrebbe finire che così, nel limbo, perché perfino in una comedy è necessario ricordare che, pur con le migliori intenzioni, non tutto nelle relazioni si può fare, e alle volte lasciar andare un certo passato è l’unico modo di aprirsi al futuro.

Di motivi per seguire Shrinking ce ne sarebbero molti altri, a partire dal fatto che è genuinamente divertente, e contemplando poi altre singole storie che ci lasciano col cuore gonfio e il fiato sospeso. Non possiamo non citare, ovviamente, la progressione del parkinson di Paul, che oltre alla commozione generale ha permesso di coinvolgere una guest star come Michael J. Fox, nei panni di un’allucinazione dello psicologo. In una sola scena abbiamo visto insieme Han Solo / Indiana Jones e Marty McFly, impazzisco.

In generale, però, l’amore per Shrinking è parente stretto dell’affetto già provato per quasi tutte le altre serie di Bill Lawrence. Per quella rara capacità di costruire delle comedy che facciano effettivamente sganasciare, ma i cui protagonisti siano persone in tutto e per tutto, con lati oscuri che talvolta vanno accolti, osservati, affrontati senza doverne per forza ridere, ma senza per questo smettere di considerarci parte di un gruppo di amici seriali a cui volere bene.

Il fatto che Shrinking espliciti questa dinamica raccontando della vita di psicologi che provano ad aiutare le persone, facendo però fatica ad aiutare sé stessi, non è che l’esplicitazione di quel meccanismo, e una specie di dichiarazione finale della poetica di Bill Lawrence: non potrà andare sempre bene, ma se saremo insieme andrà meglio.



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