10 Novembre 2025

Pluribus – Su Apple TV il grande ritorno di Vince Gilligan di Diego Castelli

Il padre di Breaking Bad e Better Call Saul torna con una serie densa di riflessioni, a metà fra drama, comedy e fantascienza

Pilot

L’avevamo molto atteso, e non ha deluso.
Dopo i successi epocali (nel senso proprio di “fare epoca”) di Breaking Bad e Better Call Saul, Vince Gilligan torna con una serie che porta la sua firma scritta bella grossa, su una piattaforma (Apple Tv) che gli ha lasciato mano libera, e con una protagonista (Rhea Seehorn), che proprio in Better Call Saul aveva trovato un importante scatto in avanti per la sua carriera, capace di portarle due nomination agli Emmy Awards.

Pluribus è stato per mesi un progetto molto misterioso, presentato con un concept abbastanza criptico (“Una donna molto triste deve salvare l’umanità dalla felicità”), ma dichiaratamente spostato verso una fantascienza che Vince Gilligan aveva già sperimentato come sceneggiatore di The X-Files nella parte iniziale della sua carriera, prima di abbandonarla per le sue due serie più famose.

Ebbene, pur dovendo rimandare almeno alla fine della prima stagione un giudizio più complessivo, i primi due episodi di Pluribus (gli unici disponibili al momento di scrivere questa recensione), fanno già ben sperare. Vince Gilligan è tornato.

Capita molto spesso che una nuova serie tv vada giudicata non tanto per l’originalità del suo concept, quanto per la sua realizzazione. Se giudicassimo film e serie solo col parametro del “già visto” in relazione alla loro storia nuda e cruda, non si salverebbe nessuno, ci sembrerebbero tutti remake di remake di remake.

Pluribus fa almeno in parte eccezione, un po’ come su Apple Tv l’aveva già fatta Severance. L’idea alla base di questa serie affonda le proprie radici in un passato fantascientifico lungo decenni, ma risulta comunque abbastanza peculiare nel panorama seriale attuale, da rendere difficile farne un’analisi degna di questo nome senza dirci cosa succede nei primi due episodi.

Quindi facciamo così. Io intanto vi dico che secondo me sono due puntate da recuperare il prima possibile, se già non le avete viste. E poi da qui in avanti facciamo spoiler, perché se no è un’analisi monca.
Se non volete sapere niente di niente, fermatevi qui, altrimenti proseguiamo.

DA QUI IN POI C’È QUALCHE SPOILER

Pluribus parte da una situazione ben conosciuta nella letteratura e nel cinema di fantascienza: degli scienziati ricevono un messaggio in arrivo dalle stelle.
Qui però non c’è l’avviso di un’invasione aliena, bensì le istruzioni per la costruzione di una specie di virus che gli umani, curiosi come sono, decidono di produrre nei loro laboratori.

Come da tradizione, un piccolo incidente fa sì che il virus si diffonda sul pianeta, e fin qui saremmo nell’ambito della classica storia post-apocalittica per cui una larga percentuale di popolazione muore, e il resto deve cavarsela come meglio può.

Qui però abbiamo il primo e fondamentale twist: gli infettati non muoiono, ma entrano a far parte di una sorta di coscienza collettiva, di mente alveare, tale per cui tutti gli umani sulla Terra diventano una specie di unico organismo: tutti sanno tutto degli altri, c’è una concordia totale, una perfetta coordinazione delle azioni e, almeno a sentir loro, una completa felicità. Da qui il titolo della serie, che richiama il motto non ufficiale degli Stati Uniti, “Et pluribus unum”, ovvero “Da molti, uno solo”.
(fra parentesi, anche il concetto di mente alveare è ben radicato nella fantascienza, dai Borg di Star Trek fino a Rick & Morty, che nel terzo episodio della seconda stagione, “Auto Erotic Assimilation”, introduceva proprio una mente alveare che assimilava gli umani ed era una ex di Rick. Ma ovviamente a contare è come questo concetto si inserisce nella struttura narrativa più complessiva, come viene sviluppato, come si mette in contrasto con quello che c’è intorno nel panorama seriale, con le aspettative create dalle prime scene e via dicendo)

Solo una dozzina di persone in tutto il mondo risulta immune al virus, e fra queste c’è naturalmente la protagonista Carol Sturka (Rea Seehorn), una famosa scrittrice di fantasy-romance di basso livello, che lei stessa detesta, e che con quella felicità posticcia biologica ha ben poco a che spartire.

Nella sua amata Albuquerque, la stessa location di Breaking Bad, Vince Gilligan scrive e dirige due episodi che sono “proprio suoi”. Il ritmo lento ma denso; le inquadrature lunghe e accuratamente progettate; il lavoro certosino sugli attori e soprattutto su una protagonista di grande talento, a cui viene chiesto un ampio spettro di emozioni; un robusto spazietto riservato a sprazzi di commedia surreale.

Il pilot vero e proprio è trattato come un film di fantascienza vecchio stile, come un’Invasione degli Ultracorpi (esplicitamente citato) che on finisce con un’effettiva invasione aliena, ma che nei primi minuti regala momenti di vera suspense e vero spaesamento per una donna che si trova improssivamente sola in un mondo ribaltato.

Peraltro, da notare anche la cura con cui Gilligan mostra sia la tenacia di Carol, sia la sua sostanziale inadeguatezza, con un realismo quasi faticoso: la difficoltà con cui Carol sposta corpi presi dalle convulsioni, la frenesia con cui cerca di farsi venire idee per aiutare la sua compagna, sono tutti elementi che mettono a nudo una sua fragile umanità (anche nel senso fisico, muscolare del termine) e preparano per quello che verrà in seguito.

Dopo aver fatto la fantascienza d’altri tempi, quasi un omaggio al suo passato, Gilligan si prende il tempo per dispiegare tutto il portato filosofico di Pluribus, la grande metafora (anzi, le grandi metafore) su cui si baserà l’intera storia.

In un 2025 pieno di conflitti, di guerre, di liti da social, di polarizzazioni, il buon Vince costruisce un mondo dove in effetti vanno tutti d’amore e d’accordo, sono tutti felici, ma che comunque ci risulta finto e inquietante. Mentre il pianeta prega per la concordia fra i popoli e fra le persone, Gilligan sottolinea la necessità di capire anche “come” potrebbe arrivare quella concordia.

In quella che sembra subito, e immagino sarà anche in seguito, una grande apologia del libero arbitrio, dell’individualità intesa non come egoismo, ma come autodeterminazione e coscienza di sé, Gilligan si scaglia contro qualunque omologazione, qualunque forma di integralismo dogmatico che non lasci spazio al dubbio e all’obiezione. Di fatto, Gilligan si schiera a favore del conflitto, non certo inteso in senso militare, ma proprio come confronto e scontro di opinioni, da cui può emergere una crescita senza la quale finiremmo tutti come dei robot instupiditi. Chi pensa di conoscere la Verità finale, senza spazio per opinioni altrui, risulta inquietante pure quando è gentile.

Il messaggio è potente e pure abbastanza esplicito, ma nel corso dei due episodi si arricchisce subito di molte sfumature. Per esempio, il nostro parteggiare per Carol è istintivo e immediato, ma la protagonista viene anche messa di fronte a prospettive diverse, per esempio quelle di persone che non vedono così male la nuova situazione: sia chi pensa di sfruttare egoisticamente la totale gentilezza di questi nuovi umani omologati, sia chi pensa di unirsi a loro il prima possibile, per ritrovare una comunione da cui si sentono esclusi e per la quale provano una facile invidia.

Ma ci sono anche parallelismi più sottili e meno scontati, apparentemente contradditori.
Si prenda per esempio l’effetto che hanno le sfuriate di Carol, le cui urla incazzate possono far venire veri e propri attacchi epilettici agli umani modificati (nel senso di “tutti gli umani modificati, in tutto il pianeta contemporaneamente”).
Questa sorta di effetto collaterale ha il doppio ruolo di mostrarci una donna a cui viene chiesto di stare zitta, di comportarsi bene, di non dare in escandescenze per non creare attriti, ma allo stesso tempo ci appare come una presa in giro di tutte quelle persone che, in questi anni, hanno usato come arma impropria il loro presunto diritto a zittire qualunque parola li facesse sentire attaccati o a disagio.

È possibile che parte di queste riflessioni arrivi con un filo di ritardo (l’ironia sulla strumentale fragilità woke sarebbe stata più ficcante uno o due anni fa), ma quello che conta, dopo questi due episodi, è la capacità di Gilligan di costruire un mondo e una storia che siano prima di tutto interessanti, sorprendenti, intrattenenti, non facendo mistero alcuno di voler impregnare questo racconto di significati altri, di riflessioni più profonde.

Ci sono elementi di questa impostazione che potrebbero suonare “troppo”, perché l’esplicitazione della riflessione filosofica potrebbe risultare sgradita a chi cerca riflessioni più sottili, ma qui non c’è niente che sia disonesto o paraculo. Vince Gilligan si presenta con il suo stile, i suoi personaggi, la sua forza estetica e narrativa, dicendo: “partite con me per un viaggio che vi divertirà e vi farà riflettere”.

Siamo quindi in presenza di un prodotto che vuole essere denso ma non pesante, divertente ma non superficiale, e che per ora, dettaglio non secondario, ci riesce alla grande.

Il timore, se proprio vogliamo trovarlo, non sta in questi due episodi, che ci riempiono di immagini, idee, ragionamenti, e che ci lasciano con una grande voglia di vedere cos’altro ci si potrà inventare dopo un inizio così straniante e pieno di possibilità.

Il rischio, al massimo, è che sia stato già detto molto, magari troppo. L’impalcatura concettuale della serie è già molto solida e articolata dopo due puntate, e viene spontaneo chiedersi qualto altro ci possa essere da dire su un concetto che è stato fin da subito chiarito con questa forza.
D’altro canto, si può essere ottimisti non solo perché Vince Gilligan è Vince Gilligan, ma anche perché si può già immaginare almeno un ulteriore sviluppo e complicazione: nel finale del secondo episodio, Carol mostra una curiosità per il nuovo mondo che magari è ancora stizzita e ribelle, ma che è già diversa dal rifiuto totale delle prime ore. Possiamo dunque immaginare che parte della storia da qui in poi racconterà del tentativo degli “alieni” (fra virgolette, perché non lo sono anche se lo sembrano) di sedurre Carol e portarla dalla propria parte, esattamente come il nostro mondo di algoritmi, messaggi polarizzanti e facili corruzioni, prova a manipolare e soggiogare anche chi punta a tenere ben saldi i propri valori.

Staremo a vedere, ma l’impressione è che ci sarà da divertirsi.

Perché seguire Pluribus: un’idea originale, una grande protagonista, e una valanga di riflessioni interessanti sparate nel cervello.
Perché mollare Pluribus: se il vostro problema con Breaking Bad era il ritmo lento, quindi non è che si vada molto più svelti.



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