1 Giugno 2026

Due Spicci – Il ritorno crime e intimista di Zerocalcare di Diego Castelli

La star del fumetto torna su Netflix con una terza serie che tocca nuovi genere senza perdere un’impronta e uno stile ormai inconfondibili

Pilot

Ok, devo ammettere che mi sarebbe piaciuto far uscire la recensione di Due Spicci il Due Giugno, ma questo tipo di piccole manie ossessivo compulsive non dovrebbero impedirci di stare tranquilli in un giorno di festa, quindi niente, pubblico il primo giugno.
Che fastidio però.

Due Spicci è la nuova serie scritta, diretta e in larga parte interpretata da Zerocalcare, che come le due precedenti (Strappare lungo i bordi e Questo mondo non mi renderà cattivo) sono interamente disponibili su Netflix.
Qualcuno mi chiedeva, nei commenti al podcast Salta Intro, se questa serie sarebbe stata votabile nella vostra classifica annuale, che debutterà a breve. Certo che sì, perché non la consideriamo la terza stagione di un’unica serie, bensì la terza miniserie dello stesso autore e con gli stessi personaggi.
Distinzione sottile, ma che ci consente di salvare capra e cavoli.

Naturalmente, però, parlare di Due Spicci significa anche raccontare di una storia e di un approccio narrativo e comunicativo che effettivamente vengono dalla stessa persona e non potrebbero essere confusi con il prodotto di qualcun altro. Anche se Michele Rech non è uno che dorme sugli allori, e Due Spicci sembra “la stessa cosa” solo quando deve rassicurarci e divertirci, ma diventa anche altro non appena il suo autore decide di spingere sull’acceleratore.

Nelle serie di Zerocalcare (ma non solo nelle sue, a ben guardare), tipicamente cambia la storia e un po’ di temi a essa correlati, ma non lo stile.
Così, se nella serie precedente tutto girava intorno all’arrivo di un gruppo di migranti nel microcosmo del protagonista, questa volta assistiamo a una specie di svolta crime, con un problema di debiti dell’amico Cinghiale che si trasforma in un thriller di borgata con un po’ di gangster pronti a menare le mani e un gruppo di amici fin troppo normali che si trova in mezzo a un fattaccio più grande di loro.

Ma se la storia cambia, toccando generi finora inesplorati, lo stile di Zerocalcare rimane lo stesso, con quel misto di alto e basso, di risate e malinconia, di accelerazioni e rallentamenti, che hanno caratterizzato fin da subito il trapasso dal fumetto all’audiovisivo.
I personaggi sono più o meno quelli di sempre, così come l’uso di pezzi dell’immaginario pop anni Ottanta e Novanta per rielaborare e “digerire” i concetti. Immancabile l’Armadillo di Valerio Mastandrea, unico personaggio non doppiato da Michele Rech e sorta di Grillo Parlante al contrario, perché rappresenta la voce più istintiva, cinica, a volte perfino animalesca, di un personaggio altrimenti razionale, posato, perennemente mite.

E qui potrei aprire una parentesi per dire una cosa che forse non abbiamo mai sottolineato a dovere: ma quanto è bravo Rech come doppiatore? Oddio, forse non gli faremmo doppiare “altro” rispetto alle sue cose, ma guardate che non era scontato che un fumettista introverso e un po’ asociale fosse effettivamente così capace di interpretare così tanti personaggi, giustificando la loro reciproca somiglianza con la questione del punto di vista, ma rendendoli comunque credibili: durante la visione, ci si dimentica spesso che dietro il 99% dei caratteri c’è comunque lui, dall’arrembante cinghiale al laconico Secco, passando per i personaggi femminili come l’altro Grillo Parlante delle sue serie, quello vero, cioè Sarah.
Chiusa parentesi.

Il cambio almeno parziale di genere di Due Spicci rispetto al passato si porta dietro nuovi temi e riflessioni. In primis quello sulla violenza, trattata in maniera sistemica e diffusa: la violenza dei bulli sui ragazzini sfigati, la violenza della criminalità organizzata, la violenza di genere, perfino quella sugli animali.
La prospettiva di Zero (inteso come il personaggio) su questa violenza è quasi sempre quella dell’uomo che non la capisce e, di conseguenza, non sa come trattarla. In alcuni casi questo è un pregio, nella misura in cui una persona che non comprende la violenza è anche una persona che non la eserciterà, ma alle volte diventa anche un limite, quando si tratta di capire come prevenirla e contrastarla, come proteggere le persone da essa, propositi per le quali, improvvisamente, ci si trova senza strumenti.

E questa sorta di impotenza di fronte al Brutto e al Malvagio, si unisce poi saldamente ad altri temi cardine della produzione di Zerocalcare, su tutti quello del tempo che passa, dei rimpianti e rimorsi di gioventù, del percepirsi fermi rispetto a un mondo che continua a girare impazzito.

Unendo il semplice racconto di una storia a riflessioni esplicite e pienamente verbalizzate, il tutto inframmezzato da quell’ironia che è sì strumento di cattura del pubblico, ma anche arma di difesa per inglobare e metabolizzare il dramma, Michele Rech descrive anche uno strano paradosso che evidentemente vive lui, ma che non è estraneo a molte altre persone: da una parte c’è il desiderio di evolvere, cambiare, comprendere, spiccare il volo, frenato dalla paura di rimanere impigliati in un fitto roveto di traumi e paranoie; dall’altro, c’è la consapevolezza che il cambiamento e l’evoluzione possono anche essere pericolosi, negativi, se non li si gestisce e cura nel modo giusto, una consapevolezza che finisce col rendere ancora più forti (ma soprattutto seducenti) tutti quei freni che costantemente poniamo alla nostra crescita, per lasciarci cullare dal passato o da ciò che ci dà conforto, qualunque cosa sia.

È una tensione che Zerocalcare applica a tutto, al lavoro come all’amore, alle amicizie come alla famiglia, ai ricordi come alle speranze. Come e più che in passato, Due Spicci si presenta a noi come lo strano bilancio di un over 40 di successo, che ha raggiunto uno status creativo, economico, perfino politico, che molti suoi colleghi più o meno coetanei semplicemente si sognano e per il quale venderebbero un rene, e che però si sente anche bloccato, rallentato, forse perfino ingrato rispetto a un passato che, quando non è rimasto dov’era, probabilmente è peggiorato.

E qui si genera un paradosso ulteriore, addirittura il timore di un’ipocrisia. Perché l’uomo che vive o dice di vivere quella tensione, con una storia e personaggi talmente autobiografici che il protagonista è effettivamente uno che ha fatto due serie per Netflix, è anche lo stesso che è capace di mettere in campo uno sforzo produttivo gigante per raccontarla. Uno sforzo che, per sua natura, si porta dietro un livello di programmazione e razionalizzazione che potremmo faticare a conciliare con l’idea dell’artista tormentato che butta fuori le cose “de core”.

Tuttavia, è o dovrebbe essere un falso problema. Per quanto l’identificazione fra Michele Rech e Zerocalcare sia esplicitamente molto elevata, e sia parte del suo successo, pensare alle sue serie e fumetti come un documentario autobiografico sarebbe comunque metodologicamente sbagliato.
Non solo, o non tanto, perché non sappiamo quanto ci sia di vero e verificabile, quanto perché non importa: se le storie e lo stile di Zerocalcare piacciono così tanto è perché “arrivano”, perché colgono qualcosa dello scorrere del mondo e della nostra vita in esso, suscitano emozioni e consapevolezze profonde.
Non è più questione di quanto funziona (e sulla storia nuda e cruda potremmo questionare un paio di deus ex machina troppo vistosi nel finale, dove certi problemi si risolvono fin troppo velocemente), ma di cosa suscita e cosa lascia.

Poi oh, Due Spicci si può anche guardare perché intrattiene. Perché fa ridere, e pure di gusto, in molti punti (e quando apre bocca l’Armadillo è un “quasi sempre”). Perché deborda della creatività verbale e visiva di Michele Rech, in cui ogni momento è buono per una deviazione folle, un sogno catartico, o anche solo il dettaglio geniale perso sullo sfondo di un’inquadratura già piena di cose da guardare.
È una serie ad alto tasso di rivedibilità, soprattutto perché il maledetto binge watching ci “obbliga” (con le virgolette eh) a una visione compulsiva che non può che essere deleteria per un prodotto così denso.

Però ecco, magari a Rech, che pare sempre dominato dalla sindrome dell’impostore, basterebbe poter offrire un semplice intrattenimento. Solo che le sue serie non sono banali sitcom multicamera da guardare mentre si mangia. Puntano alla commistione di toni di Scrubs e alla profondità psicologica di Bojack Horseman, e raccolgono migliaia e migliaia di persone alle loro presentazioni. Che arrivino o meno al livello di certi mostri sacri, decidetelo voi, ma il campo da gioco è quello lì, e anche su questo Zerocalcare deve prendersi i suoi (meritati) due spicci di responsabilità.
Caro Michele, stacce.

Perché seguire Due Spicci: è sempre Zerocalcare, divertente come al solito, maturo pure di più.
Perché mollare Due Spicci: se Zerocalcare non vi piaceva prima, non vi piacerà adesso.

PS Nel paio di giorni prima dell’uscita di questo articolo, sui social si è parlato molto di numerose rimostranze da parte di animatori e creativi della serie, che avrebbero ricevuto pagamenti molto bassi e molta pressione per il loro lavoro a Due Spicci (con l’inevitabile, amara gag del “ci hanno dato due spicci per lavorare a Due Spicci”).
Si tratta di una serie di rimostranze partite in forma anonima sulla pagina instagram di Un.i.ta (Unione Italiana Animatori). Rimostranze rimosse dopo poche ore dalla pubblicazione.
Al momento della pubblicazione di questo articolo, non sappiamo praticamente nulla di questa storia, non sappiamo nemmeno se si tratta di un vero allarme. È possibile però che la cosa si gonfi, anche a fronte di una posizione culturale e politica di Michele Rech, che ovviamente non verrebbe illuminata bene da una vicenda del genere, pure senza sapere, nel caso, quanto fosse a sua conoscenza.
La recensione della serie non cambierebbe di una virgola, ma mi pareva giusto aggiungere questa nota di contesto, che comunque non c’entra granché con Serial Minds. Nel caso, staremo a vedere e se ne riparlerà nel podcast.



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