Monster: The Lizzie Borden Story – Fra splatter e politica di Diego Castelli
La quarta stagione della serie antologica di Netflix scava in un caso molto antico ma capace di parlare anche al presente
Siamo arrivati alla quarta stagione dell’antologia di Monster, e forse non avevamo parlato di ogni singolo ciclo, anzi ne sono abbastanza sicuro. Stavolta, però, due riflessioni la serie se le merita, perché la storia di Lizzie Borden, assassina presunta ma mai davvero confermata di fine Ottocento, si porta dietro un surplus di tematiche, riflessioni, politicizzazioni, che la rendono più interessante, per lo meno in termini di critica, rispetto alle precedenti.
Vero che la prima stagione di Monster, dedicata al caso di Jeffrey Dahmer, aveva fatto il botto in termini di visualizzazioni e attenzione collettiva, ma le due successive, incentrate rispettivamente sulle vicende dei fratelli Menendez e di Ed Gein, era passate po’ in sordina, nonostante la recente candidatura agli Emmy per il nostro amatissimo Charlie Hunnam (che ritroviamo anche nella quarta stagione) e per Laurie Metcalf.
L’impianto della serie non è cambiato, con l’idea di raccontare la storia di una persona che uccide, ma anche il contesto in cui lo fa, per guardare quanto quel contesto deve essere compreso in una più completa valutazione dei fatti (che detta in altro modo potrebbe significare “vediamo un po’ chi è il vero mostro in questa faccenda”). Però stavolta abbiamo la prima donna killer, una Storia (con la S maiuscola) su cui si dibatte da più di un secolo e su cui la serie cambia molti elementi, e una tematica di violenza e abuso sulle donne che fa subito drizzare le antenne, sia in sé e per sé, sia per certe conseguenze tratte dalla sceneggiatura.

La storia di Lizzie Borden non è (credo) così conosciuta in Italia, mentre negli Stati Uniti è un caso leggendario non solo per il tipo di delitto e la sua efferatezza, ma anche perché se ne parla da decenni e decenni senza che si sia mai scoperta una verità definitiva (il che mi fa pensare che nel 2100 saremo ancora qui a parlare di Garlasco).
Che poi la vicenda, in sé e per sé, è banale: nel 1892, l’allora poco più che trentenne Lizzie Borden venne accusata di aver ucciso a colpi d’accetta il padre e la matrigna, i cui cadaveri vennero trovati nella loro casa dopo essere stati selvaggiamente attaccati. Lizzie subì un processo in cui venne dichiarata innocente, per poi continuare la sua vita con l’eredità di famiglia fino alla morte nel 1927, ma l’opinione pubblica non riuscì mai ad accettare del tutto la verità processuale, anche perché nessun altro fu mai trovato colpevole, lasciando l’impressione che Lizzie fosse riuscita a farla franca.
La quarta stagione di Monster prende questa vicenda – i cui protagonisti sono appunti Lizzie (Ella Beatty), suo padre Andrew (Charlie Hunnam), la matrigna Abby (Rebecca Hall) e la cameriera Bridget “Maggie” Sullivan (Vicky Krieps), testimone chiave dell’accaduto ma, secondo le teorie colpevoliste, complice di Lizzie se non addirittura sua amante – e la trasforma in un thriller gotico pieno di violenza e sangue, in cui si inventa molto oltre alla già ricca speculazione investigativa dei decenni successivi, e in cui si aprono anche finestre su altre due storie di famose donne killer: Elizabeth Báthory (interpreta dalla stessa Vicky Krieps), nobildonna di fine Cinquecento accusata di omicidi e torture ai danni di giovani ragazze, e Aileen Wuornos (che ha il volto pesantamente truccato di una superba Sarah Poulson), la stessa prostituta killer il cui ruolo valse a Charlize Theron l’oscar come miglior attrice protagonista nel film (guarda caso) Monster.

Questa quarta stagione di Monster ha un pregio evidente, cioè quello di essere visivamente ed emotivamente potente. È un racconto volutamente carico, iperbolico, parecchio splatter, in cui arti mozzati, fantasie mortifere e sangue a litri (di varia provenienza) la fanno da padrone. È ben messa in scena, a tratti volutamente disturbante, carica di un’energia oscura che si presenta fin dall’inizio, quando in una sorta di flash forward ci viene mostrata la violenza con cui le due vittime vengono prese a colpi di accetta, con una foga che disturba proprio perché, oltre che “sbagliata” e criminale, ha un che di entusiasmante e liberatorio.
Ed è una serie che costruisce con cura le sue tensioni interne: l’odio che ci strappa dal petto la matrigna di Lizzie (Rebecca Hall fantastica in un ruolo, se vogliamo, un po’ disneyano) fa il paio con il fastidio per l’indolenza del padre Andrew, meno cattivo della consorte ma ossessivamente legato al ricordo della defunta moglie, che lo spinge all’alcolismo e lo porta a non vedere gli abusi subiti da Lizzie.
Allo stesso tempo, funziona il percorso della protagonista da ragazza oppressa e bullizzata ad angelo vendicatore che dall’amore saffico per Maggie ricava la determinazione (ma perfino il gusto) a compiere una vendetta spietata che la trasforma e trasfigura completamente.
È insomma una stagione che spinge su molti acceleratori, e che si imprime bene negli occhi, anche quando devia verso gli altri piani temporali: la Wuornos di Sarah Poulson può suonare leggermente già vista per chi ha apprezzato il film con Charlize Theron, ma questo non toglie nulla alla bontà della sua interpretazione, alla limpidezza del suo odio, alla vacuità di uno sguardo portato oltre il limite da una vita di dolori e privazioni che le smontano completamente il cervello.

E qui però arrivano gli argomenti più divisivi.
Ci sono sicuramente alcuni difetti strutturali che non c’entrano con chissà quali questioni filosofiche e politiche. Per esempio, dopo gli omicidi la serie perde inevitabilmente forza, e gli ultimi episodi che trattano del processo e del futuro di Lizzie appaiono subito più deboli. Ma la stessa decisione di raccontare anche altre storie oltre a quella di fine Ottocento potrebbe essere contestata: vero che la vicenda di Wuornos riesce comunque a colpire, ma non si finisce la stagione con l’idea che fosse davvero necessaria, e anzi rimane il dubbio che abbia tolto qualcosa alla vicenda principale, e che forse avrebbe meritato una stagione a sé stante.
Ma è sull’elemento politico-filosofico che ci si accapiglia di più. In molti hanno contestato il fatto che la serie si inventi troppo rispetto alla realtà. Sapete che su questo punto io sono molto laico, per me in una storia che non è un documentario si può fare quello che si vuole, ma la critica americana in questo caso non ha contestato il metodo, quanto il fatto che gli eventi reali (e le loro ombre) offrissero già sufficiente materiale per una storia ricca, senza bisogno di inventare o dare per scontato altro. Anzi, il fatto di aver dato per assodate cose che non lo sono (come la stessa colpevolezza di Lizzie), avrebbe tolto mistero e fascino a una storia che forse meritava di essere esposta per com’è ora, con tutti i suoi lati oscuri e le sue indecisioni.
Solo che qui arriviamo all’altro nocciolo della questione: la quarta stagione di Monster non ha lasciato dubbi su come si è svolta la vicenda, perché voleva montarci sopra una specifica riflessione politica. Non aveva insomma interesse a descrivere uno status quo fatto di dubbi polizieschi e investigativi, quanto usare la storia di Lizzie (o una sua versione possibile) per esprimere concetti molto precisi.

Per essere più chiari, mi sembra abbastanza pacifico che la sceneggiatura supervisionata da Ian Brennan assolva quasi completamente Lizzie dalla responsabilità morale degli omicidi, come peraltro fa anche per Aileen Wuornos.
Lizzie Borden ci viene raccontata come una ragazza vittima di ogni tipo di abusi psicologici, di cui la matrigna e il padre (seppur con modalità differenti) erano ugualmente responsabili. Se è pure vero che alla cameriera Maggie viene affidato un punto di vista che si fa via via più timido e spaventato sugli eventi, non c’è dubbio che la furia vendicatrice di Lizzie venga dipinta come comprensibile, ragionevole, perfino auspicabile, fosse anche solo nella forma narrativa di un evento luttuoso che viene così a lungo suggerito, e che alla fine gli spettatori lo vogliono vedere.
E trattamento simile viene riservato a Wuornos, che è sì donna sgradevole ed evidentemente matta da legare, ma anche vittima di abusi così ripetuti e atroci, da rendere la sua violenza perfettamente spiegabile e, in fondo, non così condannabile.
Al contrario di Lizzie, Wuornos venne ritenuta colpevole degli omicidi e condannata alla pena di morte, ma ci sono un paio di soluzioni narrative e visive in Monster (che non ci serve spoilerare) che trasmettono piuttosto bene il senso della sua “innocenza” (fra virgolette).

Se il concetto stesso alla base di Monster è sempre stato quello di guardare tutti i lati di una vicenda (anche con Ed Gein, nella terza stagione, era evidente come il Male non venisse solo da lui, e che anzi lui fosse almeno in parte una vittima), forse però la serie non si era mai spinta fino a questo livello di assoluzione dei (anzi, delle) carnefici.
Da qui una critica che va in due direzioni: da una parte l’appiattimento stilistico di una stagione che poteva essere tematicamente più ricca e sfumata, e che invece si risolve nel linearissimo “personaggio bullizzato diventa personaggio violento che ha diritto alla vendetta”. In questo senso, nessuno ce l’ha con Kill Bill o John Wick, la storia di tutte le arti è stracolma di vendette che funzionano benissmo. Però qui abbiamo una storia reale, che aveva già una sua stratificazione narrativa e tematica, volutamente messa da parte in nome di un messaggio molto più semplice e dritto.
Dall’altra parte, a finire sul banco degli imputati è proprio la linearità di quel messaggio, che sembra voler strizzare l’occhio a un certo attivismo da battaglia (o banalmente da social), che però ha poco a che fare con una reale comprensione delle psicologie o degli eventi. E non è solo questione etica relativa alla gravità più o meno elevata di un omicidio commesso sulla base degli abusi ricevuti. A venire tirata in ballo è proprio la semplicità con cui si fa seguire la violenza perpetrata all’abuso subito, quasi fosse inevitabile anche quando inevitabile non è, anzi.

A mio giudizio, la quarta stagione di Monster è effettivamente una serie “divertente”, nel senso generale del termine, e ha una forza cinematografica molto specifica, data dalla qualità della sua messa in scena, dal suo spregio di ogni pudore, e dalla bravura dei suoi interpreti, a partire da Ella Beatty, ventiseienne con ancora poche esperienze cine-televisive, ma che si porta dietro i geni di Annette Bening e Warren Beatty: la mela non è caduta lontanissimo dall’albero, anzi dagli alberi.
Però è vero che è semplificata. Nella sua ansia di intrattenerci e colpirci, ma anche di trasmettere un messaggio che sia preciso e inequivocabile, la serie perde proprio quell’aggancio alla realtà che dovrebbe essere la sua principale cifra. A fronte di una realtà frammentata e piena di buchi, la quarta stagione di Monster elimina qualunque ambiguità e ci presenta un messaggio fortemente politico che, a prescindere che ci piaccia o meno, sa un po’ troppo di slogan.
Se vogliamo, anche questo può essere un elemento di interesse della serie, cioè un’occasione per riflettere sul modo in cui la narrazione può concepire e piegare la realtà in nome di un effetto specifico sugli spettatori. Però è materia un po’ accademica, buona per un corso universitario. Per chi guarda semplicemente la serie nel suo salotto, il risultato è una stagione con i suoi evidenti punti di forza, ma anche con una certa fretta, o forse ansia da prestazione, che ne limita la portata potenziale.
Perché seguire Monster: The Lizzie Borden Story: una storia poco conosciuta in Italia, messa in scena con una discreta potenza splatter.
Perché mollare Monster: The Lizzie Borden Story: in termini di riflessione filosofica e politica, la sceneggiatura risulta fin troppo semplificata.

Questa mi viene facile: sapete invece quale storia non travisa la realtà, semplicemente perché non c’è una realtà da travisare. Ma ovviamente Void, il mio romanzo che, essendo ambientato in un lontato futuro, se ne frega completamente di quello che accadrà, tanto sarò morto.
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