22 Ottobre 2010

30 Rock Live di Diego Castelli

Ammazza oh, quanto ce sanno fare sti ammeregani…

Lo so, ho scritto un post su 30 Rock non più di cinque giorni fa. Eppure devo tornarci sopra, perché non avevo ancora visto il quarto episodio di questa stagione.

Cos’ha di tanto speciale? Molto semplice: era in diretta!

Normalmente, 30 Rock non solo è registrata (bella scoperta) ma non ha nemmeno la struttura della sitcom classica: niente recitazione davanti a un pubblico, niente risate in sottofondo, movimenti di macchina più liberi, in generale una costruzione filmica più elaborata. Più Scrubs che The Big Bang Theory, insomma.

Ebbene, lo scorso 14 ottobre è successo qualcosa di diverso. Sia chiaro: l’idea in sè del live non è così sconvolgente. Si potrebbero trovare vari esempi di narrazione televisiva in diretta, da molti sketch show agli esperimenti come Fail Safe, datato 2000, con George Clooney, Noah Wyle e altra bella gente.
Quello che qui è interessante è la trasposizione in diretta di una serie che normalmente in diretta non è. Si tratta di una scelta molto più rara, che obbliga a un ripensamento dei set, della regia e a una gestione specifica della sceneggiatura, che consenta, per esempio, eventuali cambi volanti di costumi e trucchi.
Non so quante volte sia stato fatto su telefilm normalmente registrati. Poche, suppongo. Un esempio che torna alla mente è sicuramente Ambush, il primo episodio della quarta stagione di ER. Perché ER, com’è noto, ha cambiato la tv tanto quanto il conto in banca di George Clooney.
L’illustre precedente non toglie nulla agli autori di 30 Rock, che hanno anche lavorato su alcuni dettagli curiosi. Per fare un esempio, hanno deciso di non abbandonare flash back e ricordi, usati spesso nella serie regolare. Tali meccanismi “mentali” sono stati riprodotti con rapidissimi movimenti di macchina e un montaggio in diretta che spostava l’attenzione su un’altra parte dello studio, dove una finta Liz (la guest star Julia Louis-Dreyfus, famossima in America per il mitico Seinfeld) impersonava la protagonista.

Non sto ovviamente a dirvi quanto la puntata fosse divertente. Preferisco passare a un particolare che ho lasciato per il fondo (anche qui ER aveva fatto scuola, ma si rimane comunque a bocca aperta): ragionando sulle messe in onda, che negli States sono sempre sfasate per via del fuso orario, la puntata live di 30 Rock sarebbe stata realmente in diretta solo per la costa est, mentre la costa ovest l’avrebbe vista registrata, tre ore dopo.
La soluzione è stata tanto semplice quanto impegnativa: andare in scena due volte di fila, sempre dal vivo, a poche ore di distanza tra una performance e l’altra.
Il risultato di tutto sto po-po di lavoro sono due episodi distinti ma quasi identici, perché basati sulla stessa sceneggiatura (pur con qualche intelligente “deviazione” reciproca) e recitate nello stesso modo. Ma è chiaro che gli attori non potevano comportarsi nella stessa identica maniera, così come il pubblico in studio reagiva in modo differente agli stessi stimoli. Da vedere in questo senso l’effetto della comparsa di Matt Damon: urla divertite nel primo episodio, silenzio concentrato e piccole risatine nel secondo.

Per lo spettatore (televisivo e non teatrale), il risultato complessivo è un’esperienza strana, ma originale e appagante. E il vero interesse, per chi ama la serialità televisiva e i suoi meccanismi, sta nel vedere entrambe le puntate, per coglierne le differenze e per capire quanto può essere importante la gestione dei più piccoli dettagli di uno show, dalla specifica posizione di una telecamera al tempismo di una risata in sottofondo.

Roba che andrebbe fatta vedere all’università. Così, per imparare.



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