25 Ottobre 2010

The Walking Dead di Marco Villa

Zombie, sangue e disperazione: AMC chiude l’anno con il botto

A una settimana dalla fine di Rubicon (che mai mi stancherò di lodare, come ho già fatto qui e qui), AMC si fa notare per un altro prodotto di gran livello.

Sto parlando di The Walking Dead, in onda su AMC dal 31 ottobre (e in contemporanea in Italia su Fox), ma già visibile online.
Come forse avrete abilmente intuito, non si parla di gentildonne in costume nell’Inghilterra del ‘700 né di eunuchi alla corte dell’imperatore, ma di zombie, horror e sangue.
The Walking Dead è infatti la trasposizione televisiva (curata da Frank Darabont) dell’omonimo fumetto statunitense, nato nel 2003 e tuttora pubblicato a cadenza mensile.



Protagonista è Rick Grimes (Andrew Lincoln, una specie di quello-magro-di-ale-e-franz), un poliziotto texano che nel corso di una sparatoria viene ferito gravemente e finisce in coma. Al suo risveglio, trova un mondo diverso, distrutto. E popolato di zombie.

Ok, non siamo al massimo dell’originalità. Trame del genere le abbiamo già lette e viste più volte.
Si potrebbe in fondo parlare di variazioni su un tema ormai classico, dove la forza del prodotto viene data dalla reinterpretazione più che dall’innovazione o dalla sorpresa.
Come prevedibile, abbiamo gruppetti di umani che si nascondono e cercano di sfuggire agli attacchi dei non-morti, con l’obiettivo di raggiungere un punto di raccolta dove provare a rimettere in piedi un abbozzo di civiltà.
Come ancor più prevedibile, le immagini di città distrutte e postbelliche sono quelle che colpiscono maggiormente a livello visivo, rese qui ancora più inquietanti da una fotografia gelida e distaccata.

A non essere prevedibile, invece, è la caratterizzazione degli zombie.
The Walking Dead mantiene la fame atavica e inconsolabile che li contraddistingue, ma sottrae buona parte dell’aggressività. Non abbiamo quindi orde di mostri che assaltano tutto ciò che incontrano, ma schiere di esseri senza forza che si trascinano per le strade o che giacciono pressoché inanimati. Totalmente apatici e senza apparente capacità di ragionamento, si risvegliano solo quando un rumore attira la loro attenzione. A quel punto si trasformano in macchine con il solo obiettivo di mangiare.

A livello di scrittura, però, il cambiamento è ormai compiuto. Nelle loro mosse, non si legge più la violenza e il sadismo visti in altri titoli (su tutti, e ne parleremo, Dead Set), ma la disperazione. L’impressione è quella di una schiera di tossici che cercano di riempire in ogni modo una voragine, senza mai trovare soddisfazione. Non a caso, i protagonisti umani li chiamano semplicemente walkers, insistendo non tanto sulla natura mostruosa, ma sulla condizione di esseri che non possono fare altro che vagare. Questa sorta di pietà viene confermata anche dall’approccio che gli stessi protagonisti hanno nei loro confronti, con la scelta di ucciderli non tanto (non solo) per difendersi, ma anche per porre fine a uno stato di insoddisfazione che viene percepito come insostenibile.

Previsioni per il futuro: i gruppi di umani si coalizzeranno per cercare di sopravvivere e superare lo sfacelo che hanno intorno. Sottotrame sentimentali assicurate.

Perché seguirlo: perché avrete quasi compassione per questi zombie. E non è cosa da tutti i giorni.

Perché mollarlo: perché queste cose fumettare sono da regazzini. Meglio rimettere Bergman.



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