14 Ottobre 2010

Rubicon di Marco Villa

Come una buon pilot si è trasformato in un prodotto da applausi

Di Rubicon ho già scritto a suo tempo, quando AMC mandò in onda sul web il primo episodio in anteprima. L’impressione era di un prodotto di qualità, oggi sono qui per dire che, a una puntata dal termine della prima stagione, Rubicon è un prodotto d’eccellenza, forse la miglior serie drama partita quest’anno.

Giusto due coordinate. Rubicon segue la vita dell’API (American Policy Institute), un ente di intelligence che si occupa di analizzare quintalate di documenti, intercettazioni e appostamenti per individuare e prevenire rischi di attentati e minacce alla sicurezza globale.
Protagonista è Will Travers (James Badge Dale), un analista che un bel dì scopre un inquietante codice all’interno di una serie di cruciverba e nel breve volgere di qualche ora vede morire in un incidente sospetto il suocero-mentore.
Da qui, inizia una lunga indagine di cui non dirò nulla.



Siamo all’interno del genere spionaggio, insomma, ma affrontato in modo del tutto particolare.
Per dire, arrivati al dodicesimo episodio, si conta una sola scena d’azione.
La scrittura della serie, infatti, è giocata tutta per sottrazione. Vengono aggiunti in continuazione elementi e situazioni che lascerebbero pensare a svolte imminenti, ma poi queste svolte vengono eluse o depotenziate. Il risultato è una serie in cui succede poco, ma con una grandissima tensione, data proprio dalla somma di tutti i piccoli fattori di suspense disseminati qua e là e (quasi sempre) frustrati con determinazione sadica.

Come ogni serie di alto livello Rubicon ha poi dei grandi personaggi.
Non tanto il già citato Will Travers (che assomiglia tremendamente al ricciolino di Singloids), quanto piuttosto il suo responsabile nell’API, ovvero Kale Ingram (Arliss Howard).
Misterioso, carismatico e con una biografia di tutto rispetto, Kale Ingram è la tipica figura capace di far compiere il salto di qualità a un intero progetto. Il personaggio di supporto scritto benissimo e recitato alla perfezione che scatena l’entusiasmo dello spettatore a ogni battuta o gesto.
Sempre rimanendo sui personaggi – e sempre continuando nell’improbo compito di non spoilerare nulla – va sottolineato che Rubicon si configura come una serie quasi corale. Non siamo certo dalle parti delle sinfonie debordanti di Brothers & Sisters, ma un accenno coraggioso c’è.

Mi riferisco in particolare al rapporto tra Will e il suo gruppo di lavoro. Un rapporto che, in sostanza, non c’è. Il ricciolino lavora all’indagine cui accennavo prima, il suo gruppo lavora ad altro. E non si tratta di una sottotrama sullo sfondo, ma di una linea narrativa di assoluta importanza. Pur essendo incentrata innegabilmente sulla figura di Will, Rubicon riesce a dare forza e credibilità a una serie di figure che normalmente sarebbero state relegate a comparse o a ruoli di sostegno del protagonista, mentre qui acquisiscono dignità ben maggiori.

Vicende e personaggi vanno così a comporre una struttura narrativa che nei primi episodi può sembrare fragile, quasi inconsistente per la mancanza di avvenimenti, ma che nel prosieguo della stagione si rivela studiata al millimetro per portare i meccanismi di suspense alla tensione giusta nei momenti giusti. Un lavoro di scrittura enorme.

Il 17 ottobre va in onda l’ultimo episodio.
Al momento non si sa ancora nulla di una eventuale seconda stagione.
Eventuali aggiornamenti verranno cifrati in una serie di cruciverba.



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