9 Dicembre 2010

The Walking Dead – Season Finale di Diego Castelli

Ultimo episodio stagionale per i nostri affettuosi zombie

ATTENZIONE! SI FA RIFERIMENTO AL FINALE DELLA PRIMA STAGIONE

Uffi, uno non fa in tempo ad affezionarsi…

Era solo il 25 ottobre quando il buon Villa vi scriveva di The Walking Dead, la (mini)serie sui non-morti prodotta da AMC e supervisionata da Frank Darabont.
Dopo sei episodi la prima stagione è già terminata, ma il forte successo di pubblico ha convinto quasi subito la rete ad annunciare una nuova infilata di 13 puntate che andranno in onda nell’autunno 2011.

Se ricordate, l’inizio della serie ci aveva colpito per due motivi. Da una parte, la cura nella ricostruzione visiva di una società andata in malora. Dall’altra parte, e soprattutto, pareva sorprendente un nuovo modo di concepire la figura del morto vivente, mostrato non solo come terrificante macchina da omicidio cannibale, ma anche come povera creaturina affamata che si trascina mestamente sui marciapiedi. Ok, non erano esattamente dei cuccioli di labrador con la zampetta ferita, però i protagonisti si trovavano più volte ad avere pietà dei “walkers” (non sono quelli di Brothers & Sisters, che di pietà non ne meritano…).
Questa impostazione si era rivelata assai sorprendente, visto che molti si aspettavano un’action-trashata violentissima, con cervelli che schizzano e maschi pompati che si insultano bonariamente masticando tabacco.
Ebbene, i cinque episodi che ancora rimanevano hanno confermato l’impostazione più intimista, ma hanno anche deviato da alcuni degli assunti iniziali.

Alla fine, se ci pensate, le storie migliori sull’Apocalisse non sono quelle che mostrano l’evento in sé, bensì quelle che raccontano le reazioni di uno o più personaggi all’Apocalisse stessa (attesa o superata). Siccome Frank Darabont non è un pirla (c’è il suo nome dietro a robette da niente tipo Le ali della libertà e Il miglio verde…), dopo il primo episodio l’attenzione si è spostata rapidamente dagli zombie alle dinamiche interne del gruppo di sopravvissuti. La serie è diventata prima di tutto un drama cupo e angosciante, in cui gli umani tentano di capire se e come sia possibile immaginare una vita in un mondo fagocitato dalla morte.

Comprensibile, quindi, che le cose migliori non siano i combattimenti, quanto piuttosto le emozioni suscitate da una serie di eventi potentissimi: il ritorno di Rick (non si dimentichi che il suo migliore amico aveva appena cominciato a ciulargli la moglie); la morte e successivo inzombiemento della sorella di Andrea; l’abbandono del pericoloso Merle sul tetto di un palazzo; il contagio di Jim; la ricerca disperata di altri sopravvissuti, nella speranza di trovare un luogo in cui la “vita” non si sia ancora trasformata in banale “sopravvivenza”.

Proprio la speranza, in fondo, diventa il vero filo conduttore. Speranza cercata, speranza negata, speranza mal riposta. Tutto gira intorno agli occhioni umidi e spalancati dei personaggi, messi all’angolo da una situazione impossibile tipo tacchino pre-Ringraziamento. E la qualità del progetto è tutta qui: nella capacità di dipingere con sadica precisione la strenua lotta in difesa della propria umanità. Dall’Olocausto zombiesco derivano così temi attualissimi, particolarmente azzeccati in questo periodo di crisi: The Walking Dead parla di eutanasia, di guerra, di rapporti di potere, di gestione delle risorse, di umana pietà e militare risolutezza. Tutto sostenuto da dialoghi di spessore e prove attoriali di rilievo, capaci di riempire di significato ambientazioni spesso molto povere, come un praticello vicino a una cava o l’interno accaldato di un camper.
E così passano in secondo piano alcuni piccoli difetti, come l’eccessiva compressione del tema scientifico-suicida nell’ultimo episodio; il quasi totale abbandono di alcuni personaggi come Morgan e Merle; e il diradarsi delle brillanti invenzioni visive dell’esordio.

A questo punto non ci resta che attendere il prossimo anno. Le possibilità rimangono illimitate, anche senza un finale troppo “appeso” (i canali a pagamento non hanno bisogno di tenere col fiato sospeso per mesi e mesi: sanno che i loro spettatori torneranno comunque).
Speriamo solo che l’annunciato rinnovamento del parco sceneggiatori – notizia di qualche giorno fa, ancora in parte da chiarire – non stravolga del tutto il prodotto, anche se la guida di Darabont dovrebbe darci, più che qualche flebile speranza, una buone dose di certezze.



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