20 Dicembre 2010 1 commenti

Whites – La serie tv ambientata nella cucina di un ristorante di Marco Villa

Per una volta, cucina inglese non vuol dire fish&chips

Qualche anno fa, all’uscita di un cinema dopo aver visto un film francese, una donna di mezza età iscritta all’associazione milanese S.C.I.U.R.A. (Signore Cinefile Istruite Und Rampolle Aristocratiche) decise di marchiare quell’istante con una frase da lasciare ai posteri: “Certo che gli attori di questo film erano proprio francesi!”.

Ecco, tre le tante serie inglesi di cui abbiamo parlato nelle ultime settimane (a voi la scelta: Sherlock, Accused, Him & Her e tutte quelle che potete trovare cliccando qui a destra la categoria Brit), tra le tante serie inglesi, dicevo, Whites è indubbiamente la più inglese di tutte.

È andata in onda tra settembre e novembre scorsi su BBC Two e in sei episodi di trenta minuti racconta le vicende di un ristorante. Protagonista è Roland White (Alan Davies, interprete della longeva Jonathan Creek), chef di fama ma annoiato dal proprio lavoro, che deve mandare avanti la cucina insieme a un gruppo di colleghi non esattamente normali. C’è il vice chef ansioso e socialmente impacciato, il giovane arrivista che vuole scalare le gerarchie, la cameriera che non capisce nulla.

L’impostazione è comica e le trame portano inevitabilmente alla conclusione che nella cucina del ristorante si è riunito un gruppo di persone piuttosto inadeguate ai rapporti sociali.
Il tono della serie è però decisamente trattenuto: non aspettatevi risate sguaiate o scene di umorismo grasso. A parte una scena di vomito – elemento che evidentemente agli inglesi piace: The Inbetweeners non poteva farne a meno – nelle prime due puntate tutto è giocato sull’understatement.
In questo senso, Whites è la più brit di tutte le brit.

Vista l’ambientazione lavorativa, il paragone più naturale è con The IT Crowd, data anche la presenza di Katherine Parkinson, che in entrambe le serie interpreta il ruolo di una improbabile manager.
La distanza, però è abissale. Whites, infatti, si basa più sul sarcasmo che sulla battuta esplicita e la mancanza di risate in sottofondo sposta tutto ancor più verso la sponda della sottrazione. A livello visivo, lo stile è decisamente raffinato: tutte le scene sono immerse in una fotografia fredda, a tratti asettica, nella quale emergono solo alcuni elementi, come ad esempio i piatti preparati nella cucina, che si impongono per i toni caldi.

La più inglese delle inglesi, la più particolare per ambientazione e scrittura.
Dipende tutto dal vostro rapporto con due paroline che ho evitato fino a questo punto: umorismo inglese.
Cose tipo: “Se dio non avesse voluto farci mangiare gli animali, non avrebbe usato la carne per farli”.
Personalmente, mi ha parecchio divertito, ma mai come in questo caso è questione di gusti.

Previsioni sul futuro: disastri e disavventure tra i fornelli, ma niente torte in faccia. Il protagonista si innamorerà.

Perché seguirlo: perché la cucina è un luogo originale e non esplorato e il tono è godibilissimo.

Perché mollarlo: perché, restando in tema di ristoranti, preferite Massimo Boldi e gli spassosi menu di Enzo Salvi.



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